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C'è un'Italia diversa in questo sfacelo

Uno degli aspetti più squallidi e sconfortanti dei “festini di Arcore” è lo spaccato dei rapporti familiari di queste ragazze che mercificano il proprio corpo.

Giovani, nel fiore degli anni, che si ritengono destinate a una vita da “pezzenti con la laurea” se dovessero andare a lavorare, che si precipitano a telefonare alla madre, al padre, al fratello per informarli su ciò che sono riuscite a “portare a casa”, dopo cene e notti per “tirar su” l’umore del “principe”.

Telefonate frettolose, come al termine di un esame o un colloquio andato bene o male, dove si sbava di delusione per la ricompensa («mi ha dato cinquemila euro invece di sette... perché a quell’altra ha regalato il braccialetto d’oro e a me niente?»...).

Sarà utile premettere che c’è un’Italia diversa. E giovani diversi. E che il Paese resta un mondo sano, con famiglie che hanno il senso della dignità, dei veri affetti e dell’amore. E padri emadri che non concepiscono le depravazioni, né sollecitano le figlie a essere più disinibite, a “svegliarsi” e concedersi di più. Per evitare che altre passino loro davanti.

Ma sarebbe anche colpevole bendarsi gli occhi e negare lo sfacelo affettivo e morale, alimentato da una cultura edonistica televisiva che, da anni, irride e banalizza amore, famiglia, matrimonio, sesso. Meglio le “scorciatoie” per riuscire nella vita, con posti garantiti in politica e in Tv. A scapito dei ragazzi che, con sacrifici di anni, si impegnano e studiano, per ritrovarsi, poi, precari a vita. Senza speranza e futuro.

Il quadro della “vicenda Ruby” è avvilente. Soprattutto per l’immagine e la dignità femminile. Nelle intercettazioni e nei commenti c’è uno spaccato di squallore umano, che suscita senso di nausea. «Mia figlia la fidanzata del premier? Magari», sogghigna al telefono con un cronista il padre di una delle presunte favorite. Per non parlare di un fratello, che sempre al telefono, in un’altra conversazione, esorta la sorella: «Amore, amò, lui ci risolve tanti problemi a tutti: a mamma, a te, a me...». O della madre che, subito dopo una cena ad Arcore, si informa con la figlia: «Cosa ti ha dato, cinque?». C’è pure chi confida che così «siamo a posto per sempre». Perché «“Papi” è la nostra fonte di lucro».

«Ci indigna e dovrebbe indignare tutti», ha scritto la responsabile delle donne Acli, Agnese Ranghelli, «la riproposizione di un modello femminile legato esclusivamente allo sfruttamento e alla mercificazione del corpo, che deturpa l’immagine delle donne, in spregio alle tantissime giovani che portano avanti con dignità la loro vita». E conclude: «Preoccupano le ricadute sul piano educativo. Il silenzio e la sottovalutazione di questo aspetto da parte delle donne impegnate in politica, con incarichi di Governo, provoca angoscia e inquietudine».

È questa la politica per la famiglia che ci si prepara a varare?

© Famiglia Cristiana, 26 gennaio 2011

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