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«Christus vivit». Il dialogo tra giovani e adulti per una Chiesa che annuncia

La domanda di Francesco suggerisce il confronto tra le generazioni. Percorsi di fede senza schemi prestabiliti e la sfida al rinnovamento della comunità

Il periodo preparatorio al Sinodo e poi la celebrazione dell’evento sinodale hanno permesso ai giovani di dire il loro sogno sulla Chiesa e sul mondo. E benché i sogni siano sempre eccedenti rispetto alla realtà e alle possibilità di essa, tuttavia dicono orientamenti importanti e decisivi. I giovani hanno manifestato la loro idea di Chiesa, spesso a partire dalle loro critiche, insoddisfazioni, inquietudini: del resto Papa Francesco li aveva incoraggiati ad esprimersi con franchezza e senza reticenze; lo fa anche nella Christus vivit, quando scrive che la Chiesa ha «bisogno di raccogliere la visione e persino le critiche dei giovani» (n. 39).

Qualcuno aveva pensato che il Sinodo avrebbe detto che cosa la Chiesa deve fare di diverso e di nuovo per le nuove generazioni, i giovani invece le hanno detto che la vorrebbero diversa, semplicemente; le loro attese non riguardano le proposte della Chiesa, ma il suo essere, lo stile e le priorità delle comunità cristiane. Attraverso lo sguardo dei giovani, la Chiesa è stata provocata a guardare sé stessa e a capire meglio quale esperienza ecclesiale oggi può esprimere la fedeltà al Vangelo (cfr CV 41). Che cosa chiede Papa Francesco a tutti?

Domanda che ai giovani si riconosca un ruolo non da eterni scolaretti, ma da interlocutori: della Parola innanzitutto, e poi delle comunità, delle altre generazioni. L’interlocutore è un partner attivo, che ha un pensiero, una soggettività, un proprio modo di vedere le situazioni e di entrare in relazione con esse. Occorre far credito al pensiero e alla sensibilità dei giovani. Essi rappresentano la componente più innovativa della società, e questo aspetto costituisce la loro principale risorsa; nei contesti in cui vivono essi portano un modo non abituale di guardare alla vita, che è dato dalla loro tensione al futuro. Spesso è proprio questo che le generazioni adulte rifiutano: le abitudini in cui si sono consolidate e le sicurezze che hanno acquisito attraverso l’esperienza costituiscono un patrimonio che può diventare zavorra: esse possono portare ad atteggiamenti di difesa, alla presunzione di essere gli unici in grado di affrontare le questioni, alla pigrizia che rifiuta la fatica di misurarsi con approcci nuovi...

Rifiutare una relazione positiva e accogliente con le nuove generazioni significa condannarsi a fare le cose come si sono sempre fatte, e a collocarsi rapidamente fuori tempo. Non per questo i giovani devono essere ritenuti indiscutibili nelle loro posizioni: devono essere interlocutori di dialoghi in cui ciascuno mette il proprio originale contributo, di proposta o di critica: chi la novità e chi l’esperienza; chi la tensione al futuro e chi l’esperienza del passato, in un atteggiamento dialogico che permette di crescere insieme. L’apertura alla novità è ciò che permette ai giovani di intuire come reinterpretare il messaggio cristiano, liberandolo da quegli aspetti che sono legati al tempo che passa e che sono frutto della cultura di un’epoca. Come meravigliarsi che i giovani rifiutino di identificarsi con una proposta connotata della sensibilità di un tempo che non c’è più? Con il rischio che rigettando gli elementi accessori essi finiscano con il buttar via anche aspetti preziosi e fondamentali della vita cristiana. E tuttavia con questo processo si apre alla Chiesa alla possibilità di diventare più libera, radicata nel cuore del Vangelo.

Cercare di capire come evangelizzare oggi i giovani significa diventare una Chiesa migliore, più leggera, sensibile a quella semplicità che porta a guardare dritto al Signore e al suo mistero di amore. Evangelizzare i giovani richiede un ritorno all’essenziale, e il loro modo di guardare al patrimonio di fede della comunità cristiana aiuta tutti a crescere in una fede purificata. L’esempio più suggestivo e più efficace di questo è nel capitolo 4 della Christus vivit, dedicato all’annuncio, raccolto attorno a quattro affermazioni: Dio ti ama, Cristo è il tuo salvatore, Egli vive, lo Spirito dà vita. Considerare i giovani come interlocutori significa collocare la Chiesa tutta dentro una relazione che rende essa stessa interlocutri- ce, libera dalla rigidità di schemi precostituiti, capace di interpretare, di adattarsi, di interrogarsi...; anche la comunità ecclesiale è provocata a entrare in dialogo con il Vangelo che annuncia, a collocarlo nel tempo e a liberarne tutta la fecondità.

Guardare al messaggio con lo sguardo al futuro per reinterpretarlo secondo il cuore dei giovani permette alla Chiesa tutta di vivere il Vangelo in modo attuale, sprigionandone le energie ancora inespresse. Significa anche riconciliarsi con i cambiamenti in atto nella cultura e nella società di oggi: quelli che per gli adulti sono cambiamenti, per i giovani sono semplicemente il loro mondo, il loro modo d’essere, il loro presente; vi sono stili che costituiscono naturali modi di essere e che, quando vengono letti come cambiamenti, pongono una distanza tra le generazioni e creano le condizioni perché si diventi reciprocamente estranei.

Papa Francesco dice che evangelizzare i giovani significa per gli adulti non assolutizzare la loro esperienza, meno che mai ricorrere a quello slogan 'si è sempre fatto così' che induce i giovani a volgersi da un’altra parte, perché’ sentono che quella fissità non li interpreta. Piuttosto agli adulti è chiesto di educare le nuove generazioni a riconosce- re la ricchezza delle radici, del patrimonio di fede, di esperienza, di santità maturati nel corso del tempo, senza che essi diventino un peso che lega al passato. Dentro un dialogo vivo e libero tra le generazioni, la memoria del passato è linfa che può entrare in tessuti nuovi per generare nuova vita.

Alla comunità cristiana, ai suoi responsabili, ai protagonisti della pastorale giovanile Papa Francesco chiede di recuperare pienamente la loro responsabilità educativa verso le nuove generazioni, riconoscendo che anche l’educazione ha bisogno di essere ripensata alla luce delle esigenze nuove. Si tratta di riconoscere che le nuove sensibilità portano verso una fede personale, verso appartenenze consapevoli che non possono maturare secondo schemi del passato. Anche agli adulti educatori è chiesto un percorso nella direzione dell’essenzialità: comunicare i principi generativi di un’esperienza religiosa bella; affrontare il rischio di percorsi di fede che non amano riprodurre schemi predefiniti, riscoprire la fecondità della pedagogia del Vangelo, incentrata sulla persona del Signore, sul fascino dell’incontro con Lui, sulla responsabilità del coinvolgimento in una comunità con la quale a poco a poco si maturano una sensibilità, una cultura, un approccio alla vita che diventa anche il proprio.

C’è una conversione dunque da realizzare anche come educatori: dall’insegnare una dottrina al far incontrare una Persona; dal dare direttive all’accompagnare; dall’esercitare un’autorità che impone a offrire una relazione che fa crescere; dal dare indicazioni di comportamento all’ascoltare ragioni, inquietudini, sogni... Dell’ascolto il Sinodo costituisce un’esperienza esemplare: se non dovesse essere ricordato per altro, l’ultimo Sinodo deve essere ricordato per aver ascoltato i giovani: con convinzione, con attenzione, con sensibilità. Papa Francesco è convinto che i giovani possono aiutare la Chiesa a «rimanere giovane, a non cadere nella corruzione, a non fermarsi, a non inorgoglirsi, a non trasformarsi in una setta, ad essere più povera e capace di testimonianza, a stare vicino agli ultimi e agli scartati, a lottare per la giustizia, a lasciarsi interpellare con umiltà. Essi possono portare alla Chiesa la bellezza della giovinezza» (CV 37) cioè ad essere una Chiesa migliore, secondo il cuore di Dio.

Paola Bignardi

© Avvenire, mercoledì 18 settembre 2019

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