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«Ci trattarono con gentilezza (filantropia)» (At 28,2)

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del 2020

Ogni anno, con il mese di gennaio, giunge la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani per stimolare la nostra coscienza di fede cristiana, rendendo presente alla nostra memoria l’ipocrisia ecclesiale che viviamo in quanto cristianità divisa, non più primizia del Regno di riconciliazione e di pace, né «segno e strumento dell’unità del genere umano» (Lumen Gentium, 1). Sembra oramai assunto, almeno a livello di pensiero, che non contribuisce all’edificazione di nessuno la «concorrenza» tra le Chiese o il reciproco discredito; tuttavia, ancora fatichiamo a comprendere che come corpo di Cristo siamo legati gli uni agli altri e il rispetto reciproco non è la meta del cammino ecumenico, ma semplicemente il suo presupposto, affinché si intraprendano percorsi che portino alla comunione nella fede e nell’amore. Tirare dritto per la propria strada, indifferenti al cammino dei proprio compagni di via, non appartiene alla fede ecclesiale. La Settimana di preghiera si pone all’inizio di ogni anno, tra il 18 e il 25 gennaio, affinché il Signore apra il nostro cuore alla fede e al desiderio dell’unità reale, che sovente manca alle nostre Chiese.

Ogni anno sono le Chiese di un territorio diverso della terra a proporre un tema di riflessione. Quest’anno le comunità cristiane di Malta e Gozo ci invitano a soffermarci sul tema dell’accoglienza, prendendo spunto dal brano degli Atti degli Apostoli che narra del naufragio a Malta di Paolo e di tutti i compagni di viaggio (At 27-28). «Ci trattarono con gentilezza»: così l’apostolo descrive l’atteggiamento degli abitanti dell’isola nei confronti dei naufraghi (At 28,2; traduzione Bibbia interconfessionale TILC). Chiaro è il riferimento dei cristiani di Malta alla crisi migratoria che sta investendo quel mar Mediterraneo nel quale loro sono immersi come isola, ma molti di più sono immersi con i relitti dei barconi naufragati senza trovare un porto. I maltesi, narrando la storia di fede del loro popolo, ci ricordano come anche il cristianesimo si è imbattuto nel naufragio e nell’accoglienza. Senza quell’approdo sicuro e quell’atteggiamento ospitale trovato, Paolo non sarebbe giunto a Roma. L’annuncio della fede potrà portare frutto in questo misterioso scambio tra divina Provvidenza e umana accoglienza.

Ma qui «non si tratta solo di migranti», come ci ha ricordato papa Francesco per la scorsa Giornata del Migrante. È in gioco la nostra stessa fede. Il testo biblico definisce il comportamento dei barbaroi («abitanti») di Malta come philantropia (tradotta «gentilezza» in TILC, «rara umanità» in CEI 2008). Questa parola ha assunto una connotazione spesso dispregiativa nell’ambito cattolico, per esprimere quell’indole puramente umana di amore al prossimo (in effetti nel testo degli Atti è praticata dai non cristiani), non fondata sulla carità di Dio riversata nei cuori, che permette di agire in Dio, con Dio e per Dio. Non è possibile qui approfondire il tema del rapporto tra agape e philantropia, ma dovrebbe far riflettere il fatto che spesso la Liturgia bizantina si rivolga a Dio invocandolo come «filantropo», quando gli si chiede di guardare le necessità delle sue creature. Del resto, nella grande immagine matteana del giudizio (cf. Mt 25,31-46), non solo è posta la centralità dell’azione verso l’essere umano (ero affamato, ero assetato, ero straniero…), ma si sottolinea come essa sia stata svolta, o meno, senza sapere di amare Dio nel fratello (quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, straniero…?). D’altra parte, già Abramo si prodigò ad accogliere tre viandanti intuendo che in quell’ospitalità fosse presente una possibilità di relazione con Dio stesso (cf. Gen 18). Parlare di amore cristiano non significa, dunque, parlare di altro rispetto alla filantropia, ma di qualcosa che chiarisce, nutre, dà senso all’amore per l’essere umano. Se quest’ultimo, invece, non appare, o viene relativizzato, nell’affrontare le questioni della vita concreta, personale o comunitaria, a vantaggio di altri ragionamenti privi di amore, ma ricchi di calcoli (a volte anche di “spiritualismi”), di certo non c’è neanche cristianesimo. Un “cristiano” privo di amore per l’uomo non ha ancora conosciuto il Dio filantropo, rivelatosi in Gesù. Ecco perché l’appello ecumenico dello scorso anno dal titolo “Restiamo umani”, siglato in Italia dalla Chiesa cattolica, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche e dalla Tavola valdese, dichiara: «Nell’occasione in cui celebriamo il dono dell’unità e della fraternità fra i cristiani, desideriamo spiegare a tutti che per noi aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza: è l’essenza stessa della nostra fede». In questa crisi odierna dell’amore per il prossimo, possano i cristiani elevare insieme la propria voce e dare unanime testimonianza nella premura verso ogni essere umano, perché sempre più questa sarà la manifestazione maggiore della propria fede in Dio.

Sac. Alfredo Gabrielli

Direttore Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso

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