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Coronavirus. I medici cattolici: «Umanità e dolcezza per resistere e testimoniare»

Il presidente dei Medici cattolici Filippo Maria Boscia: anche sotto pressione è decisiva la relazione di cura. Stiamo fronteggiando tensioni enormi senza abbandonare nessuno

In prima linea sono abituati a stare, e a pagare di persona, per un mestiere considerato ancora una “vocazione”. I medici italiani sono sottoposti a una pressione senza precedenti, trovandosi a dover attingere a risorse non solo professionali ma anzitutto umane e morali che non sono però inesauribili. Lo sa bene Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dei Medici cattolici (Amci), che richiama l’attenzione sul volto spirituale di una professione alla quale tutti gli italiani guardano con fiducia e speranza.

Cosa sente di dire ai suoi colleghi di tutta Italia? Stiamo vivendo una situazione di forte tensione, tutti gli operatori sanitari sono precettati, chiamati a fronteggiare uno scenario con le caratteristiche di una maxi–emergenza, che impone a tutti l’onere morale di non negare assistenza a nessuno.

Che clima si respira nella categoria? Ho ascoltato molti colleghi in questi giorni, li ho trovati tutti fortemente motivati a operare scelte scientifiche ed etiche. Mi hanno rassicurato che mai nella loro esperienza alcun malato è stato abbandonato. Tutti i medici impegnati posseggono imperscrutabili risorse, gestiscono la paura attraverso una sempre maggiore disponibilità, sempre pronti a salvaguardare l’alleanza con il loro paziente.

Un medico come può affrontare questo momento così logorante? C’è affaticamento ma il morale è saldo, con la consapevolezza che il buon senso, come dice Manzoni, è nascosto sotto la paura del senso. Il panico può cogliere tutti, messaggi allarmistici, spesso manipolati, sono diventati virali. La raccomandazione è di tener dentro di noi esternazioni che possono creare paura di massa. Ai medici spetta l’obbligo di curare ma anche di rassicurare per ricondurre questa paura nell’argine opportuno e sostenere la resilienza di tutti. I medici hanno bisogno di comprensione, non di aggressione.

Cosa direbbe a un medico impegnato ora su questa frontiera? Lo incoraggerei a non sentirsi schiacciato dal clima negativo, da notizie ansiogene che indeboliscono le risorse interiori. Bisogna volgere la paura in risorsa per orientarci verso soluzioni razionali dettate da sapienza, ragione e responsabilità.

A quali criteri deve ispirarsi un medico nel comunicare ciò che fa, quel che si deve fare, i comportamenti da evitare? In tutta umiltà occorre ribadire che la medicina non è onnipotente, può essere sovrastata dalla fragilità umana, resa ancor più fragile dalle imprudenze. L’umanità si metta al- la ricerca di nuovi confini, impari con intelligenza a gestire la globalizzazione e metta in campo ogni paradigma necessario per evitare sfide inconsulte e atteggiamenti di irresponsabilità.

Nei reparti ospedalieri, e in particolare nelle terapie intensive, ci si sta trovando davanti a scelte drammatiche sulle priorità da assegnare ai pazienti. Come va sciolto questo angoscioso dilemma etico? Non possiamo nascondere la nostra preoccupazione sull’interpretazione delle raccomandazioni della Siaarti (Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva) in tema di etica clinica. Certamente non possiamo negare che in periodi di flussi massimi nei ricoveri ci si ritrovi in condizioni di squilibrio tra necessità e risorse disponibili: ai medici va dato atto che da sempre hanno mostrano dedizione e impegno persino oltre il pensabile, senza lasciarsi andare anche in condizioni di stress ad azioni automatiche, tenendo sempre presenti le condizioni generali. E se arriva in emergenza una persona che può essere salvata, nessuna “raccomandazione” può dissuaderli dal curarla sulla base della previsione che altri pazienti “più meritevoli” potrebbero aver bisogno della medesima terapia intensiva.

Dunque nessuna precedenza a chi è più giovane? Non sono da considerarsi valide le priorità temporali, ma solo l’appropriatezza clinica sotto l’aspetto della ragionevole speranza di guarigione. Il medico deve essere capace di comunicare con chiarezza le reali possibilità di successo del trattamento. La relazione di cura sta proprio nel vigilare sul proprio sapere, e impegnarsi con umiltà nel dono totale di sé.

Nei confronti delle persone positive al virus che atteggiamento umano è necessario? Quando siamo dinanzi alla sofferenza dobbiamo imparare a guardare il “mai visto prima”. Questa attitudine sviluppa inedita umanità in medicina e grandi emozioni nella relazione di cura. Dobbiamo sempre farci guidare da amore, attenzione, sorriso, parole buone. Lasciamo da parte altezzosità, autoreferenzialità e frettolosità, per diventare “medicanti” (cioè capaci di medicare), consolanti, confortanti, anche dolci. Saper scorgere l’altro come persona e affrontare il dolore morale è autentica ricerca del bene.

Un medico credente come vive questo periodo stando sul fronte e volendo offrire una testimonianza di fede? In momenti come questo abbiamo tutti bisogno di ancoraggi sicuri da vari punti di vista: epidemiologico, clinico, sociale, psicologico, pedagogico ma anche di fede, carità e speranza. Soprattutto speranza e carità vanno trasmesse ai nostri assistiti: ognuno di noi deve lavorare al massimo delle sue forze per ottimizzare le risorse che ci sono date, nessuno va abbandonato al caso. Noi cristiani abbiamo il grande compito di trasmettere la presenza di Dio. Si deve fare appello alla ragione e alla responsabilità, senza farci travolgere dalle percezioni esageratamente allarmistiche e dalla paura di non farcela. Sentire e pensare significa pregare. Siamo, viviamo e ci muoviamo per il Signore Dio nostro, nelle sue mani ci sentiamo in ogni momento. Mi auguro che la coscienza e la valutazione morale del nostro agire diventi patrimonio di tutti, questo sì.

Francesco Ognibene

© Avvenire, venerdì 13 marzo 2020