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«Croce di Cristo, ti vediamo oggi nei perseguitati per la loro fede»

«O croce di Cristo, icona dell'estremo sacrificio, segno dell'obbedienza ed emblema del tradimento, patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria» è l'inizio della preghiera recitata dal Papa al termine della Via Crucis celebrata al Colosseo

Le foto di questo servizio sono dell'agenzia ImagoMundi di Romano Siciliani / La Presse

Nelle vittime del terrorismo, che "profana il nome di Dio", nei profughi che fuggono dalle guerre e magari concludono il loro cammino nell'"insaziabile cimitero" del Mediterraneo e dell'Egeo, nell'azione dei venditori di armi, che "danno ai loro figli da mangiare il pane insanguinato", dei corrotti, così come di chi distrugge la "casa comune" del creato. È qui che per papa Francesco vediamo ancora oggi la Croce di Cristo, simbolo allo stesso tempo "dell'amore divino e dell'ingiustizia umana", "segno dell'obbedienza ed emblema del tradimento", "patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria". È quasi un grido l'accorata, e a tratti durissima, preghiera che papa Francesco ha composto di suo pugno per recitarla questa sera al termine della tradizionale Via Crucis del Venerdì Santo, in mondovisione dal Colosseo.

A portare la croce, nelle 14 stazioni accompagnate dalle meditazioni del cardinale di Perugia Gualtiero Bassetti sul tema "Dio è misericordia", oltre al cardinale vicario Agostino Vallini, anche persone di varie nazionalità, tra cui cinesi, russi, siriani, centrafricani.

Ma è stata l'incalzante preghiera di Francesco, dal titolo "O Croce di Cristo!", a segnare anche a futura memoria questa Via Crucis del 2016, la quarta del suo pontificato. Ancora oggi la Croce la "vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco", ha detto il Papa. La vediamo "nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze". E anche "nei perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo".

La vediamo quindi "nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate". La vediamo "nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata".

L'atto d'accusa del Pontefice ha indicato la Croce anche "nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli", oltre a dare "ai loro figli da mangiare il pane insanguinato". La vediamo poi "nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l'etica si vendono nel misero mercato dell'immoralità". E inoltre "nei distruttori della nostra 'casa comune' che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni".

Non manca, nella lista di drammi e ingiustizie, la piaga dei preti pedofili, i "ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità". Ma la Croce la vediamo anche "in coloro che vogliono toglierla dai luoghi pubblici ed escluderla dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell'uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato"; "nei traditori che per 30 denari consegnano alla morte chiunque" e "negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono, lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte"; "negli anziani abbandonati dai propri famigliari, nei disabili e nei bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società".

Ma per contrasto il Papa ha citato l'esempio delle "persone buone e giuste che fanno il bene senza cercare gli applausi", dei preti "fedeli e umili" che si consumano per "illuminare la vita degli ultimi", delle suore e dei consacrati "buoni samaritani", dei volontari "che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi", delle famiglie. Di chi, infine, lavora ogni giorno "per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto". Perché la Croce è soprattutto simbolo di salvezza, e "l'alba del sole è più forte dell'oscurità della notte".

LA CRONACA

​Una spettacolare scenografia ha fatto da cornice alla Via Crucis presieduta dal Papa. Enormi code agli ingressi dell'area in cui si è svolta la processione: ogni persona è stata controllata ma tutto si è svolto in una atmosfera di grande raccoglimento. L'evento religioso è stato trasmesso in mondovisione dal canale vaticano Ctv, con il commento in 6 lingue a cura della Radio Vaticana. Anche Tv2000 ha proposto la diretta televisiva.

È stata una Via Crucis dedicata ai semplici, alle persone comuni, piegate dalla sofferenza della vita. Persone semplici come quelle che hanno portato la Croce nelle varie stazioni.

L'insegnante, il benzinaio, il profugo: ecco i nomi di chi ha portato la croce
Le meditazioni sono state scritte dal cardinale Gualtiero Bassetti, e sono dedicate a tutti "i crocifissi della storia" (leggi i testi integrali): i «bambini schiavi», chi arriva in Europa sulle «carrette del mare», gli «ebrei morti nei campi di sterminio», le «donne oggetto di sfruttamento e di violenza», i piccoli «profanati nella loro intimità». Ma anche i «milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall’orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature», coloro che «pensano di non avere più dignità perché hanno perso il lavoro», quanto «soffrono per una famiglia spezzata», dei cristiani vessati in nome del Vangelo.

Leggi l'intervista al Cardinale Bassetti

«Quanta paura nelle nostre città, negli ambienti di lavoro» scandisce la lettrice nella prima stazione, la croce portata dal vescovo vicario di Roma, cardinale Agostino Vallini. «Signore fai che l'urlo delle nostre angosce non ci impedisca di sentire» la dolcezza della tua voce.

Papa segue la Via Crucis

Per la seconda stazione la croce è portata da una famiglia di Roma, Andrea Postiglione e Francesca Martucci con i loro 4 figli. Gesù è caricato sulla croce.

Dov'è Dio, si chiede il lettore nella terza stazione, nelle miniere dove lavorano i bambini? Dov'è Dio nelle barche di migranti che affondano nel Mediterraneo? Dov'era Dio nei campi di sterminio? "Ci sono situazioni di sofferenza che sembrano negare l'amore di Dio". Dio è al loro fianco, è la risposta. La croce è portata da rappresentanti dell'Unitalsi, l'Unione nazionale trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali: Francesco Rocco Arena, disabile in carrozzina, accompagnato dalla sorella Luciana e dal barelliere Salvatore Bonaccorso.

Nella quarta stazione la croce è portata dalla famiglia Budaci di Roma, marito moglie e due figlie.

Nella quinta stazione la croce è portata da due allieve, un insegnante e il direttore dell'Afgp, associazione formazione Giovanni Piamarta di Remedello (Bs). "La sofferenza quando bussa alla nostra porte non è mai attesa - è il commento della meditazione del cardinale Bassetti -. Appare sempre come una costrizione, talvolta perfino come un'ingiustizia. E può trovarci drammaticamente impreparati. Una malattia potrebbe rovinare i nostri progetti di vita. Un bambino disabile potrebbe turbare i sogni di una maternità tanto desiderata. Quella tribolazione non voluta bussa, però, prepotentemente al cuore dell'uomo. Come ci comportiamo di fronte alla sofferenza di una persona amata? Quanto siamo attenti al grido di chi soffre ma vive lontano da noi?".

Nella sesta stazione la croce è portata da una donna cinese, Yialaan Chin, e una russa, Varvara Slivkina. La Veronica asciuga il volto di Gesù. "Quanti volti sfigurati dalle afflizioni della vita ci vengono incontro e troppo spesso voltiamo lo sguardo dall'altra parte. Come non vedere il volto del Signore in quello dei milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall'orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature? - scrive l'arcivescovo di Perugia -. Per ognuno di loro, con il suo volto irripetibile, Dio si manifesta sempre come un soccorritore coraggioso".

Nella settima stazione portano la Croce una donna paraguaiana, Nives Masala, e un uomo bosniaco, Radoslav Dodig. Gesù cade per la seconda volta.

Nell'ottava stazione la Croce è portata da una famiglia ecuadoregna, Josè Silva e Monica Jaramillo con il figlio Giuseppe Carlo. Gesù incontra le donne di Gerusalemme.

Nella nona stazione portano la Croce una donna dall'Uganda, Prisca Ojok Aunma, e un uomo keniota, Nicodemus Orioki Nyaega. Gesù cade per la terza volta. "Quante volte gli uomini e le donne cadono a terra - scrive il cardinal Bassetti -. Quante volte gli uomini, le donne e i bambini soffrono per una famiglia spezzata. Quante volte gli uomini e le donne pensano di non avere più dignità perché non hanno un lavoro. Quante volte i giovani sono costretti a vivere una vita precaria e perdono la speranza per il futuro". "È per misericordia che Dio s'è abbassato fino a giacere nella polvere della strada". "Polvere benedetta dalle lacrime di tanti fratelli caduti per la violenza e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo".

Nella decima stazione la Croce è portata dal messicano Ruben Guillen Soto e da Letitia Yando della Repubblica centrafricana. Gesù è spogliato delle vesti. "Quel corpo spogliato di tutto fuorché dell'amore - commenta l'arcivescovo di Perugia - racchiude in sé l'immenso dolore dell'umanità e racconta tutte le sue piaghe. Soprattutto quelle più dolorose: le piaghe dei bambini profanati nella loro intimità".

Nell'undicesima stazione portano la Croce John Sentovich, statunitense, e la boliviana Susana Mamami. Gesù è crocifisso.

Nella dodicesima stazione la Croce è portata da due siriani assistiti dalla comunità di Sant'Egidio, Haddad Rana e Yousef Saghir. Gesù muore in croce. "Il XX secolo - riflette il cardinal Bassetti - è stato definito il secolo dei martiri. Esempi come quelli di Massimiliano Kolbe ed Edith Stein esprimono una luce immensa. Ma ancora oggi il corpo di Cristo è crocifisso in molte regioni della terra. I martiri del XXI secolo sono i veri apostoli del mondo contemporaneo".

Nella tredicesima stazione la Croce è portata dai frati di Terrasanta. Gesù è deposto dalla Croce. "Il silenzio, la semplicità e la sobrietà con cui Giuseppe si avvicina al corpo di Gesù" è in contrasto "con l'ostentazione, la banalizzazione e la fastosità dei funerali dei potenti di questo mondo. La testimonianza di Giuseppe ricorda - osserva l'arcivescovo di Perugia - tutti quei cristiani che anche oggi per un funerale mettono a rischio la propria vita".

Leggi la preghiera integrale

A.Ma.

© Avvenire, 25 marzo 2016

 

La Pasqua e la risposta cristiana al terrorismo

 

Lo scandalo della Croce che vince ogni male

 

Alta più di cinque metri, la Ground Zero Cross, croce composta da due travi in acciaio affiorate dalle macerie delle torri gemelle di New York dopo l’attacco dell’undici settembre 2001, è ancora lì. Nella frenetica e distratta vita di Manhattan, a ogni ora vi è qualcuno che si ferma, attonito e silenzioso, e alzo lo sguardo verso di essa. Campeggia sul luogo del primo dei grandi attentati del secolo presente, che ha segnato l’inizio del Nouvelle Terreur, il nuovo Terrore, come lo descrive Gerald Scarfe rievocando la «stagione della morte» nella Francia di fine Settecento.

Anche dopo la costruzione del Museo nazionale della Memoria, nessuno ha osato toglierla e i giudici della Corte federale hanno respinto ogni richiesta in tal senso: la croce «non è solo un segno per i cristiani – affermano – ma anche un simbolo di speranza e di ripresa per tutti». Quindici anni dopo, nel cuore del Vecchio Continente che sta rivivendo la memoria della Croce, altro sangue viene sparso da mani assassine mosse dall’odio e dalla vendetta.

Se agli investigatori è lasciato il compito di rivelare il movente prossimo di questo odioso folle gesto, non ci sfugge il nesso con la settimana della Passione, che si radica nella storia religiosa e popolare dell’Europa e alimenta la fede e la speranza di milioni di suoi cittadini che celebrano la memoria dell’amore del Figlio di Dio per ogni donna e per ogni uomo, anche per chi lo ha condannato a morte violenta in croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». (Lc 23, 34) L’odio e la violenza, e le loro drammatiche conseguenze, sono al centro del mistero della Pasqua. La morte cui volontariamente Gesù si consegna non è quella imprevista di una malattia inguaribile, né l’epilogo naturale del corso della vita umana che egli ha condiviso. E neppure la sorte di chi si è tirato addosso la pena capitale con le proprie malefatte, come i due ladri crocifissi accanto a lui.

Gesù è la vittima assolutamente innocente, l’archetipo incomparabile dell’uomo condannato a perire per vile sentenza di morte pronunciata dai suoi avversari, che facendo questo hanno creduto di dare gloria a Dio. Ogni morte porta con sé, inestirpabile, la dimensione di laidezza, perché noi siamo fatti per la vita, non per la morte. Ma quella inferta con gratuita violenza e irragionevole deliberazione contro un persone inermi e innocenti grida un perché cui non sappiamo dare alcuna risposta. Con buona pace dei pur apprezzabili sforzi intellettuali di psicologi, sociologi, storici delle civiltà e delle religioni, ed esperti di strategie militari e politiche internazionali, dobbiamo ammetterlo: alla sofferenza e alla morte per mano odiosa e violenta, ultimamente non vi è risposta che l’uomo possa darsi da solo.

Il mistero del male – la sfida più potente alla ragione e alla libertà dell’uomo – il « mysterium iniquitatis », come lo chiama san Paolo, se non vuole chiudersi su un punto interrogativo, postula un punto di fuga vertiginoso, una uscita di salvezza imprevedibile eppure realmente compiutasi duemila anni fa. È la croce del Golgota: che a essere vittima innocente del male dell’uomo fosse non un altro uomo come lui, un fratello della sola carne e del solo sangue, ma un uomo che è Dio. E che ha subìto questo per strapparci tutti dalla morte senza appello, quella eterna. Privato dello sguardo al Venerdì Santo e alla Pasqua, l’orrore dei nostri occhi e dei nostri orecchi per quanto accaduto in Belgio, Turchia, Francia e altrove si chiude in uno smarrimento che ci lascia prigionieri delle nostre domande ancor più che delle nostre paure.

Di fronte dell’abominio veemente di questi fatti, alla crescente minaccia della violenza terroristica, la risposta dei cristiani – la Croce – appare scandalosa agli occhi di chi cerca soluzioni pragmatiche e richiede solo interventi manu militari. Lo ammette anche lo stesso apostolo Paolo: una «stoltezza», una «follia» per molti. Ma non per quelli che in questi giorni si inginocchiano e baciano il Crocifisso nelle chiese del Belgio e d’Europa e per quanti continueranno a fermarsi di fronte alla croce di Ground Zero – e non per questo meno peccatori e più onesti degli altri – la morte violenta di Gesù ha vinto anche la violenza che la morte è sempre per l’uomo, ancor più quando causata dall’uomo stesso. « Mors ero mors tua »: morte, sarò la tua morte (liturgia della Veglia pasquale). La sola vittoria sulla cultura e sulla prassi della morte è quella della cultura e della prassi dell’amore riconquistata e donata dalla Croce.

Roberto Colombo

© Avvenire, 26 marzo 2016

 

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