Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

Da cosa ripartire

Una società e un'economia più umane

Sono due i punti fermi della turbolenza che da ormai più di cinque anni sta tenendo sotto scacco l’intera economia occidentale. Il primo è che una crisi così lunga non si risolverà in un tempo breve. Non basteranno un anno o due per riportare stabilità in tutti i fronti che sono stati aperti. Quella che stiamo vivendo è ormai quasi una condizione strutturale, una crisi di sistema che interessa l’economia, la finanza, la politica, la cultura e molti altri aspetti del nostro vivere. Il secondo punto, un po’ più difficile da far accettare a una ben radicata cultura economica, è che questa crisi prima che dovuta a fattori tecnici è frutto di una deriva di carattere morale. Una crisi di senso, come è stato rilevato da diverse parti, intendendo con questo la perdita diffusa del significato ultimo delle nostre azioni, economiche e non solo.

Sono troppe, per non leggerle come circostanze inserite nel medesimo declino, le analogie tra quanto accaduto nelle banche e nelle grandi istituzioni finanziarie in termini di ricerca di guadagni immediati per sé o pochi altri, anche a costo di distruggere la realtà nella quale si è inseriti, e quanto ci raccontano ad esempio le cronache dalle varie "sprecopoli" o "regionopoli", come sono state battezzate. Un disprezzo diffuso del significato di bene comune, a più livelli, che non può essere derubricato a un semplice problema di norme o di confini.

Per questo, nel momento in cui vengono interpretati come segni di "speranza" la prospettiva di uno spread che rientra a livelli sostenibili o la previsione di un Pil che nel giro di qualche mese potrebbe muoversi dagli abissi, salendo dello zero virgola, è illuminante confrontarsi con le essenziali parole pronunciate ieri dal Papa durante la celebrazione al Santuario della Madonna di Loreto. In una crisi che, ha rimarcato Benedetto XVI, non interessa solo l’economia, «l’incarnazione del figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo». In una prospettiva di speranza autentica, di non solitudine, con i pensieri rivolti «ai problemi di tante famiglie» e «ai giovani che si aprono alla vita», il Papa torna a proporre un insegnamento che ha molto da dire al pensiero economico dominante: «Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere». Ed «è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio».

Da una crisi di tale natura e di tali proporzioni, dovrebbe essere abbastanza evidente, non si esce concentrandosi solo sulle riforme che pure sono necessarie, da quelle della finanza a quelle delle istituzioni. È illusorio, cioè, pensare di poter risolvere i problemi semplicemente modificando gli strumenti a disposizione, quando la deriva duramente capitalistica dell’economia di mercato ha eretto l’egoismo a regola utile e necessaria, e ha persuaso anche tanta buona gente comune che l’unico modo per generare sviluppo è perseguire avidamente l’esclusivo interesse personale, scaricando i costi di questo illusorio benessere su qualcun altro. O su quelli che verranno dopo. La ricostruzione di un percorso morale comune non può più permettersi di escludere dimensioni fondamentali quali il «dono di sé», l’amore che si fa «servizio e condivisione», nelle parole del Papa. Gli economisti (e i politici) più illuminati concordano oggi, finalmente, nel ritenere che sarà sempre più difficile parlare di ripresa e di sviluppo sostenibile se non verrà accettata l’idea che egoismo e avidità rappresentano percorsi distruttivi, a differenza del profitto generato dalla ricerca del bene anche per gli altri. Una nuova visione di crescita che deve riempire di contenuti termini come responsabilità e solidarietà, sussidiarietà e dignità della persona umana, fiducia e sacrificio. Nella ricerca di un «bene comune» inteso non più come la semplice somma degli interessi individuali. Riconoscere come determinanti quei princìpi che sono anche il fondamento della dottrina sociale, e non avere paura di affermarli, è il passo più importante per provare ad affrontare la vera natura di questa crisi.


Massimo Calvi
 
© Avvenire, 5 ottobre 2012
Prossimi eventi