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Da San Nicola a Santa Lucia. Quando le letterine di Natale non andavano al Polo Nord

Da San Nicola a Santa Lucia, passando per i Morti e Gesù Bambino. Viaggio nella tradizione italiana dei doni ai bambini, prima e nonostante la globalizzazione di Babbo Natale

La pubblicità, con la sua invasione di barbe bianche e costumi rossi, sta premendo per la globalizzazione della tradizione natalizia, ma in Italia ci sono ancora bambini che si sono alzati a scartare regali il 6 dicembre, giorno di San Nicola: non solo baresi, come si potrebbe pensare (laggiù il patrono San Nicola contende la distribuzione a Gesù Bambino e non dappertutto la spunta), ma veneti, trentini, giuliani, bambini che, nati sulla riva sinistra del Piave, subendo l’influenza nordica, espongono scarpe, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre pronte  a raccogliere i doni lasciati dal loro personalissimo munifico san Niccolò, non ancora Santa Claus, e attivo su un territorio che contende la competenza a Santa Lucia e a Babbo Natale.  

L’uso di far trovare doni ai bambini durante le feste, con un calendario che si dipana diverso secondo i luoghi, ha radici lontane: lo si fa in parte risalire al racconto evangelico e, in particolare, all’episodio dei Magi che portarono doni a Gesù Bambino, in parte a tradizioni precristiane, che starebbero alla base degli intrecci di tante leggende popolari che  nei racconti folclorici si sono intrecciate a formare mitologie cui anche gli sgamatissimi bambini del 2016 amano credere, e se non proprio credere seguire, cullandosi nella favola.

Ha sicure radici precristiane la Befana, ancorata nella notte dei tempi alle divinità pagane che propiziavano il raccolto, i cui fantocci venivano bruciati a fine anno in segno di fine e nuovo inizio del ciclo di madre natura, tradizione di cui è rimasta traccia recente nelle campagne del Nord Est in cui ancora si  brucia la vècia o la strìa, che a dispetto delle apparenze nulla ha a che fare, a quel che dicono gli storici, con il triste destino delle streghe presunte sui roghi nei secoli bui, ma ha valenza propiziatoria per il buon esito del lavoro della campagna nell’anno a venire.  

Il nome attuale della vecchina che viaggia sul manico di scopa (in origine un ramo), a dispensare regali ai bambini laziali  (e non solo) ha certo radici nella festa cristiana dell’epifanìa, di qui il suo nome storpiato dall’etimologia popolare, sulla cui data del calendario liturgico la vecchietta che vien di notte si è innestata, non senza qualche soccorso leggendario per conciliarla, senza troppi traumi, con l’origine precristiana. Si è diffusa infatti, nel basso medioevo, una leggenda secondo cui i Magi in cerca di Gesù bambino  si sarebbero smarriti lungo la strada. Fermatisi a chiedere a una vecchia avrebbero avuto da lei informazioni ma non la disponibilità ad accompagnarli. Pentitasi del diniego la vecchietta avrebbe poi provveduto a preparare un cesto di dolci intenzionata a raggiungerli. Troppo tardi. Non avendo più trovato né loro né Gesù Bambino avrebbe cominciato a distribuire i dolci a tutti i bambini lungo la sua strada nella speranza che uno di loro fosse quello giusto. A quel che se sa tra il 5 e 6 gennaio sarà di nuovo in volo nella speranza di farsi perdonare.     

Le sono fedelissimi da antica tradizione i bambini romani, che non mancano mai la calza sul camino o alla finestra e neppure la colazione per l’anziana, sanguigna signora che si dice preferisca pane e mezzo bicchiere di rosso al più scialbo latte e biscotti gradito al Babbo Natale sedotto dalla pubblicità, mentre la scopa a differenza delle renne non ha bisogno neppure di un bicchiere d’acqua.

Se verso Sud a contendere territorio alla Befana, attesa anche a Napoli
, o se si preferisce a soccorrerla nella sua fatica di accontentare i pargoli, concorrono Gesù Bambino e San Nicola, verso la  Puglia, in Sicilia la precedono i Morti nella notte tra l’uno e il 2 novembre.

Mentre verso il centro s’è fatto strada, erodendole terreno in tempo di guerra, anche Babbo Natale:  Francesco Guccini, nel suo racconto Qualcosa di divertente sul Natale,  racconta così l’incontro avuto, quattrenne, con il vegliardo rossovestito per tramite degli alleati sull’Appennino tosco-emiliano:  «I soldati americani avevano organizzato per la serata una specie di festa per i bambini del paese, con un Babbo Natale in persona che distribuiva leccornìe e dovizie. Ovvio che questo personaggio non solo non l’avevo mai visto dal vivo ma non ne avevo nemmeno mai sentito parlare, funzionando, dalle nostre parti, solo una più proletaria Befana, che arrivava la notte del 6 gennaio, e distribuiva un panforte, curiosamente dello stesso tipo che una mia zia vendeva in negozio, un massimo di tre mandarini, alcune arachidi e noci e riga, hai voglia a mettere calze di dimensioni le più generose».

Salendo a Nord la calza tende a scomparire: tradizione vuole che prima del Santa Claus globalizzato, a spartirsi l’ampio territorio lasciato libero dal marginale San Niccolò fossero Babbo Natale, a est, Santa Lucia a cavallo tra Cremona, Lodi, Brescia, Bergamo, Mantova, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, con punte a Verona e nell’udinese, e a Ovest, verso il Piemonte, Gesù Bambino.

Se per il bambinello bastava aspettare, non svegli, avendo avuto cura di comportarsi bene, Santa Lucia, figlia come la Befana di una tradizione rurale in cui al solstizio chi aveva avuto raccolti migliori donava ai meno fortunati,  chiedeva un rituale dell’attesa destinato a sopravvivere, magico, nella memoria, persino più fascinoso del dono che ne sarebbe sortito.  Il campanello che, suonato da un nonno nascosto in giardino o in balcone, indicava l’ora di filare a nanna senza indugi, pena l’essere sorpresi svegli e depennati dalla lista; la farina gialla e l’acqua che l’asinello di Santa Lucia avrebbe mangiato per rifocillarsi e che si sarebbe trovato sparpagliato con gran disordine al mattino in segno di gradimento. Lì accanto si sarebbe trovato il dono atteso e un piatto di dolci: tra cui, da quando l’industria dolciaria e l’economia di famiglia l’hanno permesso, monete di cioccolata e carboni di zucchero, a metà tra lo scherzo e il memento dei neri carboni veri che si sarebbero potuti meritare in caso di eccessiva monelleria.

Allora come ora si sa che le leggende restano perché è bello crederle, che il compito più arduo nel farle vivere l’hanno i genitori con figli nati a cavallo dei territori di diversa competenza, dove servono acrobazie maggiori per conciliare babbi, befane, santi e bambini senza rompere l’incantesimo, mentre i pargoli di solito, furbetti, in questi casi, colgono l’occasione per cumulare i doni, approfittando della linea di confine tra i leggendari donatori.   

Elisa Chiari

© www.famigliacristioana.it, mercoledì 5 dicembre 2018

 

San Nicola, la vera storia di Babbo Natale

Come, quando e perché un eroe cristiano della carità, uno dei santi più popolari, vescovo di Myra e patrono di Bari, è diventato un'icona pop e simbolo (anche commerciale) del vecchio Santa Claus che porta i doni delle feste ai bambini

 

È uno dei santi più amati e venerati in tutto il mondo, unisce cattolici e ortodossi, vanta numerose leggende e miracoli, le sue reliquie, conservate a Bari, sono ancora oggi contese e ogni tanto la Turchia ne chiede la restituzione dopo che furono trafugate da Myra nel 1087 da parte di alcuni marinai baresi.

È così popolare, San Nicola, da aver ispirato persino la figura di Babbo Natale. Il motivo? Forse un episodio della vita del Santo che prima di essere ordinato vescovo s’imbatté in una famiglia nobile e ricca caduta in miseria. Il padre, che si vergognava dello stato di povertà in cui versava, decise di avviare le figlie alla prostituzione. Nicola, nascondendosi, lasciò scivolare dalla finestra dell’abitazione dell’uomo tre palle d’oro, che ricorrono nell’iconografia classica con cui viene rappresentato, grazie alle quali l’uomo poté far sposare le figlie e risparmiare loro l’onta della prostituzione.

Così è diventato Santa Claus

Il Santo vescovo di Myra, nei secoli, è stato legato alla figura del vecchio portadoni. È diventato il Santa Claus dei paesi anglosassoni, e il NiKolaus della Germania che a Natale porta regali ai bambini.
Ogni popolo lo ha fatto proprio, vedendolo sotto una luce diversa, pur conservandogli le caratteristiche fondamentali, prima fra tutte quella di difensore dei deboli e di coloro che subiscono ingiustizie.

Una “scristianizzazione” sottile, se vogliamo, ma che al contempo dà l’idea della sua grande popolarità. Nei primi decenni del 1800 San Nicolaus (da cui Santa Claus) grazie a una poesia di Clement Clarke Moore diventò il Babbo Natale che tutti conosciamo. E una delle sue rappresentazioni più famose è quella legata alla pubblicità della Coca Cola dove appare rubicondo, di rosso vestito e con la barba bianca, che viaggia nel cielo su una slitta trainata dalle renne. La pubblicità della multinazionale americana debuttò nel 1931 e nacque dalla penna dell'illustratore Haddon Sundblom, che mise insieme i ricordi di San Nicola e il personaggio dello "spirito del Natale presente", descritto da Charles Dickens nel racconto Canto di Natale. A portare il culto del Santo a Nieuw Amsterdam (New York) in America furono gli olandesi.

Le spoglie trafugate dai baresi

È patrono dei bambini e ragazzi ma anche delle fanciulle che si avviano al matrimonio e dei marinai. Nel 1087 una spedizione navale partita dalla città di Bari verso Myra, divenuta nel frattempo musulmana, si impadronì delle spoglie del Santo, che nel 1089 vennero definitivamente poste nella cripta della Basilica eretta in suo onore.

L’idea di trafugare le sue spoglie venne ai baresi nel contesto di un programma di rilancio dopo che la città, a causa della conquista normanna, aveva perduto il ruolo di residenza del catepano e quindi di capitale dell’Italia bizantina.
In quei tempi la presenza in città delle reliquie di un santo importante era non importante non solo dal punto di vista spirituale ma anche mèta di pellegrinaggi e quindi fonte di benessere economico per l’indotto economico generato.

L'inconografia tra sacro e profano

Il suo emblema è il bastone pastorale, simbolo dell'episcopato, e tre sacchetti di monete, o anche tre palle d'oro, queste in relazione alla leggenda della dote concessa alle tre fanciulle. Nello stemma di Collescipoli (Terni) è rappresentato a cavallo con un fanciullo alle sue spalle. Negli affreschi dell'Abbazia di Novalesa (XI secolo), tra i primi conosciuti in occidente, porta il pastorale e indossa una casula blu e una raffinata stola a motivi geometrici. Tradizionalmente viene quindi rappresentato vestito da vescovo con mitra e pastorale.
L'attuale rappresentazione in abito rosso bordato di bianco origina dal poema A Visit from St. Nicholas del 1821 di Clement C. Moore, che lo descrisse come un signore allegro e paffutello, contribuendo alla diffusione della figura mitica e folkloristica di Babbo Natale. Nella Chiesa ortodossa russa san Nicola è spesso la terza icona insieme a Cristo ed a Maria col Bambino nell'iconostasi delle chiese.

Le tradizioni del Santo porta doni in Italia e in Europa

La tradizione di San Nicola che porta regali ai bambini in Italia è festeggiata anche a Bari, Molfetta, Trieste e Bolzano, in Friuli e in Alto Adige, nel Bellunese e nella Sinistra Piave, sotto il nome di San Nicolò-
Nelle località dell'Arco Alpino (Svizzera, Austria, Alto Adige) San Nicolò è solitamente accompagnato da un personaggio chiamato Krampus (Knecht Ruprecht nelle località più settentrionali) una sorta di diavolo a cui si attribuisce il ruolo di rapitore di bambini.
San Nicola è molto popolare anche in altri paesi Europei (Paesi Bassi, Francia, Belgio, Austria, Svizzera, Germania, Estonia e Repubblica Ceca).

Nei Paesi Bassi, in Belgio e in Lussemburgo, Sinterklaas (Kleeschen in lussemburghese) viene festeggiato due settimane prima del 5 dicembre, data in cui distribuisce i doni (il suo compleanno risulta essere il 6 dicembre). Il culto di san Nicola fu portato a Nuova Amsterdam (New York) dai coloni olandesi (è infatti il protettore della città di Amsterdam), sotto il nome di Sinterklaas, dando successivamente origine al mito nordamericano di Santa Claus, che in Italia è quindi diventato Babbo Natale. Sinterklaas appare come personaggio in numerose storie a fumetti Disney di produzione olandese.

Antonio Sanfrancesco

© www.famigliacristiana.it, giovedì 6 dicembre 2018

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