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Dalla parte dei legami forti

L'unione tra uomo e donna regola il rapporto tra le generazioni: è il solo matrimonio

Mi permetto di entrare nelle riflessioni proposte da Chiara Saraceno in merito al matrimonio («Famiglie arcobaleno tra diritti e doveri») esposte ieri sulla Repubblica. L’intero discorso di Saraceno, anche se non ricorre apertamente a questa formulazione, mi pare si fondi sull’idea che il matrimonio e la filiazione siano dei 'diritti', a cui devono accedere tutti: il matrimonio e la filiazione per gli omosessuali, quindi costituirebbe solamente un allargamento dei diritti a una minoranza sfavorita.

Per fare questo, deve ridurre il matrimonio – o, meglio, come la sociologa dice – il matrimonio oggi, alla «scelta libera di due persone di mettere in atto una vita in comune, basata sulla solidarietà reciproca e sull’affetto». Quello che così si definisce è senza dubbio un legame positivo fra le persone, ma il matrimonio è un’altra cosa. Il matrimonio, infatti, è l’istituzione preposta a regolare il rapporto fra le generazioni , ed è fondata quindi sulla differenza fertile fra i due contraenti, la donna e l’uomo. Cioè sulla relazione generatrice fra due categorie di individui non equivalenti e non intercambiabili: le donne e gli uomini. Dall’unione matrimoniale ha origine una nuova rete parentale, fondata sulla sfera giuridica che nasce dai legami naturali tra ascendenti e discendenti, come ha sottolineato Claude Levi-Strauss a Tokyo nel 1986: «I legami biologici forniscono il modello sul quale sono costruiti i legami di parentela».

È davvero così saggio cancellare tutto questo? Cancellare questa istituzione, infatti, sostituendola a un legame debole e legato alla sola volontà di reciprocità dei contraenti – quello che descrive Saraceno – costituisce una vera e propria rivoluzione antropologica delle nostre società.

Significa non trasmettere alle generazioni che ci seguono il nostro modello antropologico, significa un’interruzione grave della trasmissione culturale. Si può ben comprendere, quindi, come questo cambiamento susciti tanti timori, dia origine a tante riflessioni e a interessanti esami multidisciplinari dei legami intergenerazionali e intersessuali. Si può ben capire, allora, come un processo simile possa richiedere molto tempo. Mettere fretta al legislatore, invocando quello che è già avvenuto in altri Paesi, non è un argomento convincente. Semmai è pericoloso.

È di poche settimane fa del resto – e in parte è ancora in corso – l’aspra polemica che ha diviso la Francia sulla legittimazione dei matrimoni e della filiazione degli omosessuali: non si può certo considerare marginale un dissenso che ha coinvolto circa la metà dei francesi, e che ha visto alzarsi contro la nuova legge molti voci laiche, non poche volte anche di militanti dello stesso partito del presidente Hollande.

Proprio al centro di questo dibattito è stato il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, che non possono manifestare, né essere ascoltate. Abbiamo il diritto di farli vivere in una situazione per forza di cose falsa – nessun bambino ha due mamme o due papà – anche se si fa ricorso alle tecniche di procreazione assistita? Pure in laboratorio la partecipazione dei due sessi è necessaria, e anche se può essere rimpiazzata da materiali e corpi anonimi non viene cancellata la differenza costitutiva nella generazione. Non è un caso, infatti, che il matrimonio omosessuale richieda una manipolazione del linguaggio per negare la differenza fra padre e madre, richieda di scrivere nello stato civile delle menzogne – cioè che un bambino ha due madri o due padri – di cui tutti possono cogliere la falsità.

Molte voci di psicanalisti si sono levate per denunciare il pericolo di questa corruzione del linguaggio, in cui alle parole non corrisponde più la realtà, nella formazione delle nuove generazioni, soprattutto ovviamente nei figli delle famiglie 'arcobaleno'. A fronte di alcune inchieste che negano qualsiasi tipo di danno per i bambini allevati in famiglie omosessuali – che ovviamente sono ancora lavori di breve periodo, dato che l’esperienza di questi bambini costituisce una novità – molti sono gli accorati appelli di psicanalisti e antropologi che indicano i danni di tale scelta per le future generazioni. E non basta certo spostare le ragioni del disagio all’esterno, all’omofobia della società: la differenza fra chi è figlio di una donna e un uomo e chi non viene accettato come figlio della differenza sessuale ci sarà sempre e non ha niente a che fare con l’omofobia, ma con la realtà.

Ricorrere alla minaccia dell’omofobia per far accettare il matrimonio omosessuale non mi pare possa reggere: è evidente che è possibile battersi sul piano civile per la dignità di ogni tipo di legame affettivo e sessuale senza dover sostenere il matrimonio, che è un legame molto diverso dalla semplice convivenza fra due persone solidali. Come del resto sostengono anche molti omosessuali, che non aderiscono alle richieste di matrimonio e filiazione. Possiamo quindi domandarci come mai, in un momento in cui le nostre società sono scosse dagli effetti di una gravissima crisi, che è economica ma anche sociale e culturale, si voglia fare una così forte pressione per il matrimonio da parte della minoranza di una minoranza. Ogni attenzione alle minoranze è indubbiamente più che meritoria, soprattutto se patisce discriminazioni, ma se questo significa rivoluzionare la nostra società e la nostra cultura, credo che bisogna almeno lasciare il tempo di riflettere bene, e di discutere presentando le ragioni contrarie, senza ricevere l’accusa di essere ciechi conservatori o, peggio, omofobi.

A mio avviso, in ogni caso, quel che è da auspicare è una famiglia (madre-padre-figli), anch’essa non isolata, ma inserita in una società che la sappia accogliere e accompagnare. Per questo mi pare saggio citare ancora Cicerone che definiva la famiglia: « Principium urbis et quasi seminarium rei pubblicae ». La sapienza cristiana, assieme alla tradizione umanistica, hanno accolto e arricchito tale antica sapienza giuridica. E le famiglie così costituite sono a tutt’oggi la risorsa più preziosa delle nostre società.

Vincenzo Paglia - Arcivescovo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia


© Avvenire, 18 maggio 2013

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