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Davanti al Mistero. I santi del Natale, oltre «il Poverello»

Da Francesco a Teresa di Lisieux, i grandi della fede davanti alla nascita di Gesù. Un'esperienza che coinvolge anche noi

Ci provano ogni anno gli zeloti del laicismo, sostenitori iconoclasti di una società senza volti del nostro passato magari con il pretesto del rispetto per i fedeli di altre religioni. Incombe soprattutto l’onda sempre più lunga ed aggressiva del consumismo che non si arresta di fronte ad alcun luogo, ad ogni spazio sacro. Il fascino del Natale, tuttavia, resiste intatto con la sua discrezione e il suo silenzio, con i volti semplici dei pastori e del bambino di Betlemme.

Non a caso la festa della nascita di Gesù ha attraversato i secoli e i millenni prima come promessa poi come desiderio di vicinanza al Figlio di Dio. All’origine vi è la promessa di Dio ad Abramo e a Davide di un erede, un re di pace e di misericordia, nei secoli mantenuta viva dai profeti, in particolare da Isaia come i cristiani hanno potuto ascoltare nel tempo di Avvento. Col passare dei secoli l’ attesa si faceva sempre più flebile, affidata esclusivamente al resto di Israele, un piccolo gruppo di giusti che ancora attendevano il Messia. Alcuni di questi poveri di Israele ci son divenuti familiari attraverso i racconti del Vangelo e le statuine dei presepi.

Quando entra nel tempio per offrire il sacrificio della sera, Zaccaria, il padre di Giovanni il Battista, seguiva pienamente gli ordinamenti dell’alleanza divina al Sinai. Ed è proprio nel cuore dell’antica alleanza che un angelo annuncia la nascita di un bambino chiamato a preparare la strada del Messia. Per lo stupore Zaccaria diventa muto e potrà nuovamente parlare e lodare Dio solo quando sarà nato suo figlio. Anche Elisabetta, sua moglie, è una donna dell’antica alleanza. Più di suo marito, tuttavia, ella si mostra accogliente verso il nuovo. All’arrivo di Maria sente il suo grembo sussultare e ripiena di Spirito Santo può riconoscere il ruolo preminente di Maria e del suo bambino.

Giuseppe, secondo la legge, era il padre di Gesù. Per la genealogia di Matteo egli era discendente di Davide e così poté inserire Gesù nella dinastia davidica. Giuseppe, poi, rinuncia a ripudiare Maria e si rivela così come un uomo dal cuore giusto, un uomo della fede e dell’obbedienza. Pio israelita, fa parte di quegli umili, grandi santi «con la quale l’Antica Alleanza si dischiude alla Nuova e si trasforma in essa» (Benedetto XVI).

Maria viveva nella cittadina di Nazaret ed era promessa sposa a Giuseppe. È tutto quello che sappiamo della Vergine prima del giorno dell’annunciazione quando un angelo le appare e le dice: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te». Poi l’angelo prosegue annunciando il motivo che è all’origine della gioia: Maria ha trovato grazia presso Dio ed è chiamata a divenire la Madre del Messia, la Madre di Gesù.

La nascita del Figlio di Dio dalla vergine Maria è il segno di un nuovo inizio nella storia di Dio con gli uomini. Questo nuovo avvio, tuttavia, non è staccato dalla radice di Iesse come Maria ben comprende e sottolinea nel cantico di ringraziamento, il Magnificat, pronunciato nella sua visita ad Elisabetta. Maria diviene così segno di luminoso abbandono al piano di Dio, speranza per il futuro dell’umanità (san Bernardo). E quando nel presepe vediamo Maria inginocchiata davanti al suo Bambino non è qualcosa di strano, bensì il giusto atteggiamento da tenere di fronte al Figlio di Dio.

Accanto a Zaccaria, Giuseppe e Maria abbiamo già incontrato delle figure angeliche. Un altro angelo è inviato da Dio ad annunciare la nascita di Gesù a dei pastori, che si trovavano nelle vicinanze. L’annuncio è gioioso e allora non c’è da meravigliarsi se l’ angelo si trova improvvisamente circondato da una moltitudine celeste che ripete: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli». Al vederli i pastori si sorprendono ma a loro volta sono fiduciosi in Dio, destinatari privilegiati del suo amore. Seguendo l’esortazione dell’angelo, senza indugio si recano a Betlemme, vedono il bambino nella mangiatoia, riferiscono quanto è stato loro detto dagli angeli.

Ha avuto così inizio il viaggio glorioso del Vangelo che prosegue dopo qualche tempo con la presentazione al tempio del bambino, quasi un gesto di restituzione al suo vero Padre. Al rito cultuale segue una scena profetica che ha per protagonista Simeone, un uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Israele. Avendo assistito alla funzione, si avvicina, prende il bambino tra le braccia e profettizza: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo/ vada in pace secondo la tua parola». Accanto al profeta appare la figura di una donna, Anna. Abitualmente presente nel tempio, assistette alla funzione e ne comprese il significato per il dono dello Spirito Santo. Lodava, perciò, Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Si dilatano, di conseguenza, i confini dell’annuncio.

Vi è, tuttavia, da compiere un passo ulteriore: l’annuncio della salvezza ai pagani. Ne parla san Matteo raccontando dei magi venuti dall’Oriente alla ricerca della vera Sapienza perché, come scrive il Siracide, «Dio ha messo il suo occhio nei loro cuori per mostrare loro la grandezza delle sue opere». Si mettono, dunque, in viaggio e al seguito della stella giungono fino a Betlemme dove riconoscono e adorano il Bambino, il Figlio dell’Altissimo. Essi sono gli antesignani delle genti, aprono un cammino che attraversa i continenti e percorre l’intera storia dell’umanità.

Come è noto, fu san Francesco ad avere l’intuizione di ricreare le condizioni che accompagnarono la nascita di Gesù. Il santo di Assisi aveva la convinzione profonda della possibilità di incontrare Dio nella storia degli uomini. Di qui l’origine del presepe, segno di consolazione e di pace, di pellegrinaggio verso Gesù Bambino. Lasciò scritto san Francesco nell’ufficio della Passione: «Poiché il santissimo bambino diletto è dato a noi, e nacque per noi lungo la via, e fu deposto nella mangiatoia, perché egli non aveva posto nell’albergo. Gloria al Signore Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà».

Di bambino diletto parla anche sant’Alfonso de’ Liguori. Sui monti sopra il golfo di Amalfi egli vide la miseria dei pastori e dei contadini non raggiunti da alcuna istruzione religiosa. Compose allora Tu scendi dalle stelle, un canto natalizio presto divenuto caro alla devozione popolare.

Alla fine della sua giovane vita santa Teresa del Bambino Gesù comprende che la via di Dio è la via dell’amore, la via che induce Gesù a scendere verso gli uomini. Teresa sceglie allora l’infanzia spirituale per la quale vuole restare una bambina affidandosi totalmente all’amore di Gesù. Scrive: «Sono una bambina incapace, debole, eppure la mia debolezza stessa mi dà l’audacia di offrirmi come vittima al tuo amore, Gesù».

Non era certo priva di istruzione la consorella di Teresa, santa Teresa Benedetta della Croce. Eppure scriveva a sua volta: «Mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino, pronunciamo il nostro sì in risposta al suo "seguimi", e allora saremo una cosa sua e la sua vita divina potrà traboccare liberamente in noi. Ecco l’inizio della vita eterna in noi».

Elio Guerriero

© Avvenire, sabato 23 dicembre 2017

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