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Dossier. I volti del ricordo

Alla vigilia della Giornata della memoria, storie e testimonianze di uomini e donne travolte dalla Shoah. Per mettere a tacere ogni forma di negazionismo.

1. Se Sissel avesse potuto vivere

 

Sissel Vogelmann era una meraviglia di bambina. Bella, con gli occhi azzurri e i riccioloni biondi un po’ ribelli. Allegra e buona, calma e generosa. È straziante pensarla mentre parte, il 30 gennaio 1944, dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano diretta ad Auschwitz; immaginarla per una settimana sul vagone piombato senza acqua né cibo né luce; saperla morta nella camera a gas con la mamma, Anna Disegni, il giorno stesso dell’arrivo nel campo di sterminio, il 6 febbraio 1944. Aveva solo 8 anni. Il padre Schulim sopravvisse alla detenzione nazista e, finita la guerra, tornò nella sua città, Firenze. Era stato l’unico ebreo catturato in Italia a salvarsi grazie a Oskar Schindler, lo straordinario personaggio che ha ispirato il film giustamente famoso di Steven Spielberg. Schulim Vogelmann si ricreò una famiglia, ma al figlio Daniel nato dal secondo matrimonio mancò fin dall’infanzia quella sorellina, Sissel, che non aveva mai conosciuto. 

Daniel Vogelmann è l’editore della casa editrice Giuntina, presso la quale è appena uscito il libro La foto sulla spiaggia, un romanzo commovente e dolce che racconta l’adolescenza e la giovinezza che Sissel (che nella fantasia prende il nome di Alba) avrebbe potuto vivere se la vita non le fosse stata rubata. Il libro è dedicato esplicitamente a Sissel Vogelmann, ma anche  «a tutti i bambini, e non solo, che sono morti ad Auschwitz», spiega l’autore Roberto Riccardi. Colonnello dei Carabinieri e direttore della rivista dell’Arma Il Carabiniere, Riccardi ha già pubblicato il giallo Legame di sangue (Mondadori) e Sono stato un numero. Albero Sed racconta, nel quale ha raccolto le memorie terribili e toccanti di un sopravvissuto ad Auschwitz.  

Colonnello Riccardi, l’Alba del suo romanzo sarebbe potuta essere Sissel, se non avesse incrociato il nazismo…
«Ho immaginato una bambina di quegli anni con i sentimenti che si avevano allora, con i discorsi che si potevano fare, con la purezza e la semplicità che contraddistinguevano quel tempo. Credo che fosse possibile per lei una giovinezza come quella che racconto: Sissel era certamente una bambina che aveva quei sentimenti, perché questo emergeva dai racconti di suo padre. Ci sono anche alcune sue letterine molto belle, come una che per esempio aveva mandato alla nonna per ringraziarla di un berretto che le teneva caldo d’inverno. Era una bambina sempre sorridente, allegra, buona. La storia di Alba è un’evoluzione che mi è assolutamente sembrata poter appartenere a Sissel». 

Alba è una ragazza ideale, ma sa essere anche anticonformista.
«È come se ci fosse in lei un embrione che la fa ragionare anche con parametri diversi da quelli che le sono stati dati: una volontà di ricerca, un bisogno di sapere e capire di più. Sì, sa essere anche anticonformista, nell’amicizia e nell’amore. Nell’amicizia, con una ragazza il cui padre ha avuto un dissesto economico: gli altri la allontanano, ma ad Alba non importa. E nell’amore: incontra un ragazzo con il quale riuscirà a costruire una storia profonda, anche se lui non appartiene al suo medesimo ceto sociale e anche se questo amore magari va contro regole più o meno scritte del suo ambiente».

Perché ha immaginato il futuro di una bambina morta a 8 anni?
«Avevo il desiderio di raccontare la storia di Sissel, di farle un omaggio. Mi è sembrato assurdo che una vita potesse finire così in fretta senza neanche svilupparsi, senza esprimere tutte le potenzialità che aveva. Il momento in cui le è stata data la morte è, appunto, un momento, ma è come se l’avessero uccisa una volta per ognuno dei giorni che avrebbe potuto vivere. Ogni giorno le è stato negato. Sissel era del ’35, mia madre è del ’33 e io l’ho vicina da una vita, c’era evidentemente prima di me e ha ancora un percorso davanti. Per Sissel, invece, parliamo di un filo che è stato reciso nel lontano ’44». 

Chi è per lei Sissel, che in copertina appare a 4 anni, in una foto sulla spiaggia?
«Poteva essere mia madre, per esempio: per me è immediato pensare a lei in quei termini. Nello stesso tempo, mi fa pensare alla mia figlia più piccola, che ha 11 anni ed è più vicina per età a quella che aveva Sissel quando è morta. L’immedesimazione mia, invece, è con il padre di Sissel: penso a come mi sarei sentito se mi fossi trovato su quel treno, e poi all’arrivo, in una condizione di impotenza assoluta, senza poter fare proprio nulla per aiutarla, fino al momento straziante in cui l’ha dovuta lasciare. Immagino che l’abbia affidata alla moglie. Penso a un padre, una madre e una bambina che arrivano ad Auschwitz dopo un viaggio durante il quale non c’era da mangiare né da bere, non c’era aria, non c’era luce. M’immagino questa bambina sicuramente triste, che piangeva e chiedeva mille cose, e il padre e la madre non potevano dargliele. La mia identificazione è anche questa: penso a tutti i genitori che sono arrivati lì con i loro bambini senza poter fare nulla per proteggerli e salvarli, che se li sono visti strappare dalle mani e in quel momento sono stati uccisi anche loro. Il padre di Sissel è tornato, ma l’hanno ucciso mille volte nel momento in cui gli hanno strappato la moglie e la figlia senza che lui potesse fare nulla per evitarlo».

Nel libro, la storia di fantasia e quella realistica si alternano e man mano si avvicinano.

«Sì. Intanto, volevo che si avvicinassero il romanzo e quello che effettivamente era avvenuto: gli elementi di similitudine sono rintracciabili nel nucleo familiare, nella città di provenienza che è Firenze, nel fatto che poi c’è una seconda famiglia per il padre, con un figlio piccolo che è appunto Daniel Vogelmann. Nel parlare della realtà di Auschwitz, per quanto riguarda i capitoli che sono ambientati lì e raccontano la vita dei prigionieri, ho attinto alla possibilità avuta di incontrare dei sopravvissuti e parlare a lungo con loro. Potevo avere elementi di conoscenza su come si svolgeva la vita quotidiana nel lager, su come avveniva la distribuzione del vitto, sull’organizzazione del lavoro e così via. Tutti quegli elementi sono di grande realismo perché vicini a ciò che è effettivamente avvenuto a tanti prigionieri di Auschwitz: sono tutti episodi veri o verosimili».

“La foto sulla spiaggia” è il suo secondo libro sulla Shoah. Da dove nasce questo interesse?
«Sicuramente dall’incontro con Alberto Sed, un sopravvissuto del quale ho raccontato la vita nel mio primo libro. Quell’incontro mi ha segnato per sempre ed è parte di me: devo esprimere ciò che provo, rispetto a questo fatto storico avvenuto prima della mia nascita. Io non sono parte diretta, e non credo nei testimoni di seconda generazione. Però, dopo l’incontro con Alberto Sed, per me quello non è più un pezzo di storia dell’umanità, ma un uomo in carne e ossa che era lì e al quale voglio bene». 


Rosanna Biffi
 
 

2. Gurême: «L'Olocausto di noi nomadi»

 

Quel giorno di ottobre del 1940, quando i gendarmi bussarono con forza alla porta del carrozzone, Raymond Gurême, che allora aveva 15 anni, non poteva neppure immaginare che fossero lì per arrestare tutta la famiglia. Suo padre, giostraio di origine manouche e nazionalità francese, era un veterano di guerra, aveva combattuto nel conflitto del 1914-18  nell'esercito francese. Nessuno della sua famiglia aveva compiuto atti criminali o passato guai con la legge. Eppure, quel giorno, i gendarmi francesi strapparono loro la dignità di cittadini, li privarono dei loro diritti: la famiglia Gurême fu la prima a entrare in quello che ufficialmente venne denominato "campo di raccolta dei nomadi di Darnétal". Da lì Raymond, separato dai suoi familiari, fu deportato in un campo di concentramento in Germania.

Gens du voyage, gente di viaggio: così li chiamano in Francia. A seconda dei luoghi in cui sono passati, degli itinerari che hanno battuto, delle tradizioni e della lingua parlata, sono stati definiti in tanti modi diversi: manouches, gitani, zigani, romanichals, jenisch, rom, sinti, spesso zingari, o anche vagabondi. Tanti termini, usati spesso in senso dispregiativo per inquadrare e suddividere in categorie il grande popolo degli itineranti. Un popolo da sempre lasciato ai margini, discriminato, guardato con sospetto, diffidenza quando non con disprezzo. Un popolo che, durante la Seconda guerra mondiale, ha subìto l’atroce deportazione nei campi di concentramento nazisti.

Della Shoah degli zingari - 500mila itineranti deportati nei lager - si parla ancora troppo poco. Per questo oggi diventa ancora più preziosa la testimonianza di Raymond Gurême, un sopravvissuto. La sua storia, ripercorsa con l’aiuto della giornalista francese Isabelle Ligner, è diventata un libro: Il piccolo acrobata è il titolo dell’edizione italiana (edita da Piemme). L’originale francese è molto più crudo: Interdit aux nomades, vietato ai nomadi, come si leggeva nel 2008 - racconta Gurême nel libro - su un cartello a Petit-Couronne, il campo vicino al porto di Rouen dove Raymond e la sua famiglia avevano vissuto fino al giorno in cui furono arrestati e internati.

Eppure, la storia non ha insegnato molto. A settant’anni dalla tragedia, per gli itineranti la situazione non è cambiata. A loro, denuncia l'autore, viene rimproverato di essere degli emarginati. Ma di fatto la Francia li ha sempre considerati dei cittadini di serie B e li ha ingabbiati in uno statuto particolare – gente di viaggio – che è tuttora fonte di discriminazione. Il sistema di vita nelle roulotte o nei carrozzoni per le autorità è incontrollabile e, di conseguenza, rappresenta una minaccia all’ordine prestabilito. A 85 anni Raymond Gurême ha deciso di rompere il silenzio affidando a una testimonianza scritta – caso particolare per gli itineranti che da sempre vivono di tradizione orale – la sua vicenda personale e la sua battaglia per far riconoscere l’internamento dei nomadi come una terribile ingiustizia.

Oggi Raymond vive, insieme alla moglie gravemente malata, come una sorta di capoclan zingaro (così lui stesso si definisce) circondato da una schiera di circa duecento discendenti. Dimora in una casa, ma continua a tenere la roulotte parcheggiata in un campo vicino. Ed è soltanto lì che ritrova sé stesso. Seduto nel suo carrozzone Raymond ripercorre la sua vita, le immagini della sua infanzia, i ricordi del passato e di tutto ciò che lui e la sua famiglia sono stati, lo spirito indomito del figlio del vento, lo slancio verso la libertà.

 

Giulia Cerqueti

 

3. Chi vuole continuare il lavoro di Hitler?

 

Sembra incredibile, eppure c'è chi ancora oggi si ostina a negare l'Olocausto. Di fronte ai cosiddetti negazionisti o revisionisti, non basta esprimere il proprio sdegno o manifestare la propria incredulità. Occorre affrontarli di petto, senza però cadere nell'errore di creare uno sorta di contradditorio, all'interno del quale sostenitori e negazionisti avrebbero la stessa dignità. In questo senso è prezioso il saggio che Donatella Di Cesare ha pubblicato per il melangolo: Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo.

Intanto un dato: «Sono sempre più coloro che negano Auschwitz non solo nell'ex territorio nazista, in Germania, in Austria, ma anche in molte nazioni europee, negli Stati americani, nel Medio Oriente... L'Italia non è un'eccezione». Finora, osserva la docente di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, la questione è stata affrontata in termini quasi esclusivamente storiografici, quasi si fosse costretti a "provare ciò che è successo", inseguendo il negazionista nei meandri delle sue perverse argomentazioni. Bisogna cominciare a domandarsi il perché del negazionismo. Ricordando, anzitutto, che i primi negazionisti furono i nazisti stessi, che fecero ogni sforzo per cancellare ogni traccia dello sterminio. Continuando a negarlo, i negazionisti non fanno altro che dare continuità alla loro azione.

Negli ultimi tempi il negazionismo è diventato «una poderosa macchina simbolica che, negando lo sterminio degli ebrei di ieri, minaccia la sopravvivenza degli ebrei di oggi». Identificato il chi, dei negazionisti (la Di Cesare ne fa una esauriente radiografia, con nomi e cognomi), emerge nitidamente allora la loro finalità: cancellare il popolo ebraico dalla faccia della terra, non riconoscendo, ad esempio, il loro diritto a uno Stato. Da Hitler ai suoi nipotini corre una linea senza soluzioni dicontinuità: «La negazione del passato, delle camere a gas, serve alla negazione del futuro, quella dello "Stato degli ebrei", creazione artificiosa in cui già Hitler aveva indicato uno dei maggiori pericoli per il mondo».

È pericoloso trattare il negazionismo alla stregua di un'opinione come tante. Non solo per non farsi trascinare in un assurdo dibattito in cui una parte chiude gli occhi di fronte alla realtà, ma anche perché ci troviamo di fronte a gente che usa la negazione non come una possibilità aperta all'alterità (un'opinione diversa, appunto, con la quale entrare in dialogo), bensì come affermazione della non esistenza dell'altro. È una negazione nichilistica, affine all'annientamento messo in atto nell'Olocausto. Quello dei negazionisti non è l'abbaglio di chi cerca la verità, ma la falsificazione della verità. Bisogna dunque attrezzarsi per arginare questo insidioso movimento, perché la memoria della cenere è di per sé votata a consumarsi, è fragile. Ed «è lì, dove ogni traccia potrebbe sparire, che il maestro della negazione si prende la briga di ultimare il lavoro dei nazisti».


Paolo Perazzolo

 

 

4 Un bambino racconta la vita nel lager

 

Thomas Geve aveva tredici anni quando, nel 1943, fu internato ad Auschwitz, insieme alla madre, che morì nel campo. Assegnato ai lavori forzati, Thomas sopravvisse; fu trasferito a Gross-Rosen e poi a Buchenwald, dove fu liberato nell’aprile 1945. Utilizzando il retro dei formulari delle SS, realizzò una serie di disegni che vengono per la prima volta presentati in Italia, a Torino, al Museo diffuso della Resistenza, della deportazione, della guerra, dei diritti e della libertà dal 27 gennaio al 13 maggio. La mostra replica il titolo del volume Qui non ci sono bambini. Un'infanzia ad Auschwitz di Thomas Geve (Einaudi).

Questi disegni, ingenui e terribili, teneri e tragici allo stesso tempo, documentano il destino dei bambini nei campi di sterminio: una volta arrivati, venivano mandati alle camere a gas e potevano salvarsi solo se apparivano più grandi della loro età o se mentivano per essere inclusi tra gli adulti idonei al lavoro. Thomas Geve si salvò perché venne destinato a imparare il mestiere di muratore.

I suoi disegni rappresentano una testimonianza straordinaria, per l'immediatezza con la quale un bambino di 15 anni è riuscito a rappresentare la realtà del Lager. Si può dire che le immagini di Geve sono il corrispettivo in termini visivi del Diario di Anne Frank. Due testimonianze uniche, che raccontano l’esperienza concentrazionaria dal punto di vista dei bambini. I disegni originali sono conservati a Gerusalemme presso lo Yad Vashem (Ente nazionale per la memoria degli eroi e dei martiri della Shoah) e non sono trasportabili a causa della fragilità della carta. L’autore – che vive oggi in Israele – sarà presente a Torino in occasione dell’inaugurazione della mostra e nei giorni immediatamente successivi e incontrerà gli studenti e la cittadinanza.

Della dimensione di una cartolina, i disegni furono realizzati utilizzando il retro dei formulari delle SS, acquerelli e pastelli colorati che lui chiese durante il mese in cui rimase nel campo dopo la liberazione, perché troppo debilitato. Questa testimonianza della vita nel campo di concentramento nacque dall’esigenza di raccontare al padre la sua esperienza e fermarne il ricordo per sempre. Con pochi tratti Geve ha saputo disegnare l’orrore: il tentativo dei nazisti di eliminare nei detenuti ogni traccia di umanità e, al di là del tratto infantile, dimostra una grande maturità di pensiero. La sofferenza è espressa senza pathos: l’intento è quello di spiegare con spirito documentario il funzionamento interno dei campi, le condizioni di vita dei prigionieri, le malattie, il sistema di schedatura degli internati, i lavori che si svolgevano nel campo, le selezioni che decidevano periodicamente chi era destinato a sopravvivere e chi no, il sistema delle camere a gas...

I disegni furono conservati dal padre in una cassaforte climatizzata fino al 1985, anno in cui Thomas Geve li donò allo Yad Vashem. Furono esposti per la prima volta nel 1995 dal Memoriale di Buchenwald – in occasione del cinquantesimo anniversario della liberazione – e, successivamente, a Bonn e Marburg in Germania, in Polonia, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Serbia e Paesi Bassi.


Paolo Perazzolo

 

 

5 Art Spiegelman: gatti e topi, oggi come allora

 

 

«L'antisemitismo esiste da duemila anni e continua a crescere, rafforzandosi nei periodi in cui c’è una crisi economica. L'antisemitismo è il socialismo degli idioti. Auschwitz è stato emblematico per l’unicità dello sterminio di massa pianificato come una catena di montaggio. Ma gli eventi tendono a ripetersi dove sono già accaduti». Art Spiegelman – ospite del Circolo dei lettori di Torino, dove ha tenuto una lezione sui comics – è uno dei più grandi autori di fumetti al mondo, colui che più di tutti ha contribuito a conferire dignità letteraria al graphic novel, conquistando anche uno speciale Premio Pulitzer nel 1992.

Svedese naturalizzato americano, figlio di ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, la sua opera più celebre è Maus, che ricostruisce la tragedia dell’Olocausto, attraverso la storia del padre Vladek, in forma di fumetto allegorico, con gli ebrei rappresentati come topi, i nazisti come gatti e ogni nazionalità come una razza animale. Il primo volume uscì nel 1986. «Molti pensano che la divisione tra gatti e topi sia più economica che razziale», osserva l’autore. «Ogni Paese ha sempre individuato come topi un gruppo di persone: negli Stati Uniti, ad esempio, i neri, in Italia possono essere stati i meridionali».

A distanza di 25 anni, Spiegelman ha pubblicato Meta Maus (che uscirà in Italia per Einaudi), che spiega la genesi e i retroscena di Maus, inserendo molto materiale documentario. «Negli Stati Uniti questo libro è stato accolto molto bene. Il maggior successo, però, lo ha registrato in Corea del Sud. Ha creato invece molte incomprensioni in Polonia, perché i polacchi sono rappresentati con la maschera di maiali. Ma il maiale nei fumetti non è necessariamente negativo. E poi, cercavo un animale che non facesse parte della catena alimentare che lega gatti e topi. Di Maus non c'è ancora la versione in arabo: sarei curioso di vederla».

Anni fa hanno suscitato scalpore le durissime critiche di Spiegelman al film La vita è bella di Roberto Benigni per il fatto che ricostruisce l'Olocausto sotto forma di una fiaba. Con la stessa veemenza il fumettista critica Schindler’s list di Steven Spielberg: «Cerca di presentare un lieto fine, con l'immagina finale degli ebrei sopravvissuti che pongono un sasso sulla tomba di Schindler. E poi, perché scegliere di rappresentare un eroe cristiano?».

E un ricordo della sua infanzia: «Ho un problema alla vista, vedo solo con un occhio. Non posso dunque percepire la tridimensionalità. La mia realtà è solo dimensionale. Quando ero bambino, a scuola tutti giocavano a baseball. Ma io, con il mio problema visivo, non ero in grado di farlo. Così, dopo la scuola, scappavo e mi rifugiavo nella biblioteca: all'inizio ho divorato tutti i comics, poi ho cominciato con la letteratura». E aggiunge: «Il fumetto riproduce il modo in cui noi pensiamo: cioè per immagini, per piccoli scoppi di parole. Ed è il modo migliore per guardare il mondo attraverso gli occhi di un altro».

Giulia Cerqueti

Dossier a cura di Paolo Perazzolo

© Famiglia Cristiana, 26 gennaio 2012

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