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Dove germina il nuovo

I nostri deserti, la sete di Dio, la memoria da ritrovare e condividere

«Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. È il vuoto che si è diffuso». Aprendo l’Anno della fede Benedetto XVI ha parlato con quella sua cristallina limpidezza che a volte, proprio come un cristallo, taglia. Ha detto di una «desertificazione spirituale» avanzata in questi decenni.

Un deserto non straziante, non atroce come quello della guerra e dei lager, un deserto quotidiano invece, che si allarga banale nell’abitudine e nelle piccole cose. Un vuoto, ha detto il Papa. Intercettando uno smarrimento che abbiamo addosso ma fatichiamo a definire. È come se là dove in Occidente c’era una memoria, una pienezza, si andasse allargando il nulla. (Profeticamente l’ebreo Kafka, come scorgendo all’inizio del Novecento l’ombra della eclissi di Dio, scrisse che egli avvertiva in sé come «un centro di gravità; ma, in certo qual modo, non c’è più il corpo relativo»). Non è però, il nostro beneducato deserto, solo dovuto a relativismo e individualismo; non solo al potere mediatico, a un consumismo che inebetisce, all’allargarsi di un mondo virtuale che spesso oscura e deforma la realtà della vita vera. L’altro giorno Benedetto XVI ha avvertito che il più grave pericolo è invece una fede tiepida.

L’abitudine di cristiani assopiti in una eredità di cui non sanno più la novità straordinaria. Questo deserto dunque è anche roba nostra, è lo specchio di un torpore, di una smemoratezza nostra. Di un credere magari e andare a messa, uscendone però con una cauta riserva nel cuore: il Vangelo è una cosa, e la vita un’altra. Così che indicendo quest’Anno della fede il Papa ricorda a noi, prima che agli altri, che «Cristo è il centro del cosmo e della storia». Cristo dà origine alla fede, come scrisse Paolo; non oggetto di devozione, reliquia o nobile predicatore di valori, ma "soggetto" che abita e muove la storia. Cristo, vivo fra i suoi.

Che è la promessa. Ma il tempo sempre corrode lo stupore di questo annuncio. Si abituano gli uomini, e dimenticano. Crescono imperi e idoli. E un ragazzo d’occidente che, oggi, apra al mondo gli occhi della sua adolescenza, davvero può avvertire, sotto alle seduzioni e alle promesse, la terra arida e dura di un deserto. Il vuoto preme nelle nostre case dai tg ma anche, e di più, da quella tv di Grandi Fratelli, dove davanti a una telecamera si recita il nulla. Il vuoto è dentro al costante rumore: quegli auricolari che tanti ragazzi non tolgono mai, quasi trovando intollerabile il silenzio. Ma, ha detto ieri il Papa, è proprio nel deserto, nel vuoto, che si può riscoprire ciò che è essenziale. E questo è un passaggio di straordinaria modernità, oltre che di antichissima e nuova speranza.

«Nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita», ha detto. Ciò che capovolge il pessimismo che potremmo cullare, e ci insegna a guardare molto bene il deserto: perché in quel nulla può germinare di nuovo, come un seme ostinato, la domanda di Dio. Pensi ai ragazzi che il sabato sera attraversano la notte fino all’alba, fra stordimento e pillole, quei ragazzi di cui un giorno don Oreste Benzi ti disse che era chiaro, che cercavano Dio: ciecamente, come viandanti smarriti. O pensi alla diffusione epidemica della depressione. Cosa ci manca, come sotto ai piedi, per cui tutto diventa inconsistente e precario?

Questo Anno convoca prima di tutto a noi, credenti: vi ricordate?, domanda. Sapete ancora chi è Cristo, credete ancora che sia morto per noi, e dalla morte, davvero, tornato? Sapete ancora dire ai vostri figli quale destino ci è promesso? E non si tratta di affannarci a essere buoni e retti, ma, prima, di essere certi di Cristo, di domandare che operi: lui in noi, vivo. Nell’unica amicizia capace di liberarci dal cinismo che ci si arrampica addosso come edera, e ci soffoca. Perché la grazia di Dio, ha detto ieri il Papa, «libera dal pessimismo». E sembrava che sapesse bene cosa abbiamo addosso; e sembrava che parlasse a ognuno di noi.


 
Marina Corradi
 
© Avvenire, 12 ottobre 2012
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