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Domenica delle Palme anno A

Come portale d’ingresso alla Settimana Santa, la grande settimana in cui noi cristiani celebriamo l’evento centrale della nostra fede, la chiesa ci fa meditare quest’anno il racconto della passione e morte di Gesù secondo Matteo.

Matteo segue molto da vicino la narrazione del vangelo più antico, quello di Marco, inserendo però qua e là alcune annotazioni proprie, che evidenziano la prospettiva con cui egli interpreta nella fede la passione del Signore e la consegna ai cristiani. Se lungo tutto il vangelo i gesti e le parole di Gesù sono letti come compimento delle Scritture, questo è vero a maggior ragione per la sua passione. Gesù dice espressamente: «Tutto ciò è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti». E questo si manifesta anche in particolari che sembrerebbero trascurabili: le trenta monete d’argento pagate dai sommi sacerdoti a Giuda sono il prezzo dello schiavo, secondo il profeta Zaccaria (cf. Zc 11,12-13); le frasi di scherno pronunciate dalle autorità religiose all’indirizzo di Gesù crocifisso sono tratte dal Salmo 22…

Si faccia però attenzione: il compimento delle Scritture non va inteso nel senso di un espediente letterario o, peggio, di un destino ineluttabile voluto da Dio, al quale Gesù sarebbe stato costretto a piegarsi. No, nella passione Gesù è più che mai signore degli eventi, domina tutto ciò che accade con una straordinaria libertà e consapevolezza. Gesù «sa» ciò che sta per avvenire e lo preannuncia ai suoi discepoli, parlando di sé alla terza persona: «Voi sapete che tra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso». Ovvero, Gesù capisce che il cerchio si sta stringendo intorno a lui, perché il suo modo di narrare Dio è insopportabile per il potere religioso e politico. Ma anche in questa situazione estrema ha l’autorevolezza di chi obbedisce pienamente a Dio e al suo disegno di salvezza, di chi è talmente privo di sguardi su di sé da vivere l’amore fino alla fine, a costo della propria vita: questa è la volontà del Padre che «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (Mt 5,45), questa è «la giustizia cristiana» (cf. Mt 5,20) insegnata da Gesù con l’autorevolezza di chi per primo l’ha vissuta.

Comprendiamo allora perché siano condensati in questi due capitoli tutti i titoli cristologici mediante i quali la chiesa nascente ha espresso la sua fede in Gesù: egli è chiamato «Signore» dai discepoli; è definito «Cristo, Re Messia» dai suoi avversari – il sinedrio, Pilato e i soldati romani – che, senza rendersene conto, proclamano la verità; è acclamato come «il Giusto» da una pagana, la moglie di Pilato; è riconosciuto «il Figlio di Dio» da un altro pagano, il centurione romano che sta presso la croce. E questi titoli sono mirabilmente riassunti dall’unico che Gesù si attribuisce, non esplicitamente, ma secondo quanto traspare dalle sue parole sul calice nell’ultima cena: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per le moltitudini – cioè per tutti – in remissione dei peccati». Egli è «il Servo del Signore» annunciato dal profeta Isaia (cf. Is 53,11-12), l’uomo che si è caricato delle sofferenze dei fratelli, che non si è difeso rispondendo con violenza alla violenza che gli veniva inflitta, ma ha speso la vita per gli altri, offrendola liberamente e per amore.

Va infine rilevata la maniera «teologica» con cui Matteo racconta la morte di Gesù: non appena egli ha emesso l’ultimo respiro «il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti». Sì, nella morte di Gesù è già annunciata la sua resurrezione. Anzi, i segni apocalittici che accompagnano questa morte anticipano profeticamente ciò che avverrà alla fine della storia: nella morte e resurrezione di Gesù il peccato e la morte sono già vinti, e questo sarà rivelato in pienezza quando nel suo amore tutti noi saremo richiamati alla vita eterna.

Enzo Bianchi

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