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Domenica di Pentecoste anno C. Comunione: la prima missione

La riscoperta della Chiesa-comunione è andata di pari passo con la riscoperta della Trinità come mistero centrale della fede cristiana: essendo Dio una comunione di persone, la forma di vita che più esprime tale realtà non può che essere la vita di comunione nella comunità ecclesiale.

Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa

1. "E apparvero loro lingue che si dividevano come di un fuoco che si posò su ciascuno di loro": è questa la traduzione letterale del v. 3 della pagina lucana della pentecoste.
All'inizio viene messo in evidenza il moltiplicarsi delle lingue di fuoco, ma poi si dice che è il fuoco (singolare) a prendere dimora nelle diverse persone. Il testo sembra tradire l'idea che, per quanto lo Spirito si posi in lingue di fuoco su ogni singolo credente, rimane unico. Lo Spirito, forza unica del Padre, si separa non per dividere ma per portare a unità i diversi. Il fuoco dell'amore divino ci divora non per distruggerci, ma per fonderci e unirci in un'anima sola.
Questo particolare tutt'altro che secondario della pentecoste lucana aiuta ad avviare una contemplazione della Chiesa come comunione, di cui il S. Padre Giovanni Paolo II affermava nella Novo Millennio ineunte, la lettera programmatica per la Chiesa del III Millennio: "L'altro grande ambito in cui occorrerà esprimere un deciso impegno programmatico a livello di Chiesa universale e di Chiese particolari è quello della comunione che incarna e manifesta l'essenza stessa del mistero della Chiesa" (n. 42)
Con queste parole quel grande Papa andava dritto al cuore del mistero della comunità cristiana: la Chiesa non è l'aggregato delle tante case di un territorio, non è nemmeno la serie delle tante cose da fare, cioè l'organizzazione delle attività e iniziative a carattere pastorale: la Chiesa è la casa della comunione dei discepoli di Gesù Cristo.
Sappiamo che non sempre è stato così. Per secoli ha prevalso della Chiesa l'immagine di una società piramidale con un'enfasi pesante dell'aspetto visibile e sociale a svantaggio della dimensione interiore e carismatica.
Il Vaticano II ha proposto una visione profondamente nuova della Chiesa, o meglio ha riproposto la visione profondamente antica, accentuando la fondamentale uguaglianza di tutti i membri del popolo di Dio, in cui la comunione delle persone precede e fonda la distinzione dei ruoli e delle funzioni. Secondo la Lumen Gentium la Chiesa è "comunione gerarchica", in cui la dimensione istituzionale è inseparabile da quella misterica, ma secondo un rapporto ben chiaro: la struttura è a servizio della comunione e non viceversa. Pertanto se la comunione senza l'istituzione sarebbe come un'anima senza il corpo, l'istituzione senza la comunione sarebbe un corpo senza l'anima.
Per questo nella lettera già citata si afferma: "Se dunque la saggezza giuridica, ponendo precise regole alla partecipazione, manifesta la struttura gerarchica della Chiesa e scongiura tentazioni di arbitrio e pretese ingiustificate, la spiritualità della comunione conferisce un'anima al dato istituzionale con un'indicazione di fiducia e di apertura che pienamente risponde alla dignità e responsabilità di ogni membro del popolo di Dio" (NMI 45).

2. Ma per capire la sorgente della comunione ecclesiale, dobbiamo prendere il largo e puntare alto: dobbiamo contemplare la Trinità, la fonte prima e il modello ultimo della comunione ecclesiale.
Nella Santa Trinità vediamo le persone in un rapporto talmente stretto tra di loro che possiamo affermare: ogni persona divina non ha una relazione con le altre, ma è in relazione, anzi è in se stessa relazione alle altre due.
Il Padre infatti non si ripiega morbosamente su di sé, ma esce da sé per aprirsi totalmente al Figlio e così il Padre e il Figlio si aprono e si incontrano nello Spirito Santo. Possiamo quindi affermare che le tre Persone sono una con l'altra, una per l'altra, una nell'altra. Ecco quindi le tre preposizioni trinitarie: con-per-in.
La riscoperta della Chiesa-comunione è andata di pari passo con la riscoperta della Trinità come mistero centrale della fede cristiana: essendo Dio una comunione di persone, la forma di vita che più esprime tale realtà non può che essere la vita di comunione nella comunità ecclesiale. Dunque non è tanto il triangolo, né il trifoglio l'immagine più vera della Santa Trinità, ma la comunione tra "due o tre" fratelli (cfr. Mt 18,20) che vivono con un cuore solo e un'anima sola.
C'è stato un tempo in cui la Trinità era adorata nei cieli e nell'intimo dei cuori, fatti sua abitazione. La inabitazione della Trinità è stata verità dolcissima e consolantissima, che ha sostenuto un'alta e ammirevole spiritualità. Ora è giunto il momento di passare dalla dimensione intrapersonale alla dimensione interpersonale, dall'intimo al comunitario, dall'io al noi, per mostrare la forza di comunione del Mistero sommo e sovrano.

3. È da questa contemplazione del sole trinitario che discende quella spiritualità di comunione che deve caratterizzare il cammino delle nostre Chiese nel Millennio appena cominciato: "Prima di programmare iniziative concrete, occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità" (NMI 43).
"Spiritualità della comunione" significa quindi concretamente instaurare con la grazia dello Spirito Santo relazioni improntate sul modello trinitario secondo le preposizioni già accennate: non gli uni senza gli altri, gli uni sopra o contro gli altri, ma gli uni con e per gli altri, gli uni negli altri.
"Spiritualità della comunione - afferma ancora il papa - è ‘fare spazio' al fratello, portando ‘i pesi gli uni degli altri' (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie" (NMI 43).
"Spiritualità della comunione" è vivere una tale fraternità che essa non si potrebbe spiegare se Dio non fosse uno e trino. Alla auspicabile domanda: perché i cristiani si amano tanto?, dovrebbe sorgere spontanea la risposta: perché il nostro è un Dio di persone che si amano.

4. Provare a declinare in modo più concreto questa spiritualità della comunione segnalando due patologie che possono insidiare la salute di quel "corpo dei Tre" qual è la Chiesa, come lo chiamava Tertulliano. Si tratta di due pericoli diametralmente contrapposti e hanno due nomi grigi e tristi: individualismo e centralismo.
L'individualismo si ha quando ogni membro del corpo vuol essere il tutto; il centralismo quando invece un singolo membro del corpo vuol essere il tutto. Nel primo caso si rimarca talmente la diversità da far morire l'unità; nel secondo caso avviene il contrario. L'individualismo divide e separa; il centralismo soffoca e assorbe. Si tratta di veri e propri peccati contro lo Spirito della Pentecoste che invece unifica e diversifica, articola e raccoglie, apre e concentra.
Solo una comunità che si lascia guidare dallo Spirito può superare questi opposti scogli e prendere il largo.
Del resto ogni comunità cristiana, di qualsiasi tipo essa sia, è chiamata a "dire" al mondo alcune importanti realtà. Le quali, se "parlate" o enunciate verbalmente, possono suscitare forme più o meno velate di scetticismo, ma se realizzate, acquistano una grande forza missionaria, una carica potente di segno, una capacità di esprimere realtà che spesso le parole hanno logorato e quindi non riescono più ad esprimere. La comunione è dunque la prima missione: scopo dell'azione missionaria della Chiesa non è forse di riunire i ‘figli dispersi' in una sola famiglia? E di creare delle comunità fraterne che testimonino l'amore del Dio-Trinità per il mondo, un amore che trasforma fin d'ora i rapporti umani?
Ma c'è di più. Coloro che si allenano ad amare i fratelli e le sorelle con le quali condividono l'esistenza, trovano più facile la missione, dal momento che è lo stesso Spirito di donazione che agisce: "L'amore che unisce è lo stesso che spinge a comunicare anche agli altri l'esperienza di comunione con Dio e i fratelli. Crea cioè gli apostoli" (Vita fraterna, 56).


Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Anno C
Ave, Roma 2009


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