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II Domenica dopo Natale anno A. Il Figlio di Dio vive in mezzo a noi

Il prologo del vangelo di Giovanni è un testo di valore unico. Come gli altri evangelisti egli lo premette alla sua opera per presentare il protagonista del racconto. Ma a differenza degli altri, egli non si ferma al Battista (come Marco) o alla nascita verginale (come Matteo e Luca). Egli risale fino alle origini; e queste origini risalgono all'eternità di Dio.

Sono proposte per la liturgia di oggi e per la nostra preghiera letture bibliche natalizie, specie il prologo di Giovanni. Liberi dall'emotività del giorno di Natale, possiamo ora approfondire e contemplare il mistero e la grazia di Dio che ci è stata data, possiamo costruire la nostra vita e le nostre giornate nella fede e nella esperienza della presenza di Gesù, Figlio di Dio, nostra luce, nostra forza, nostro vero Salvatore: Lui che "ha posto la sua dimora in mezzo a noi", Lui che vive con noi.

Il prologo del vangelo di Giovanni è un testo di valore unico. Come gli altri evangelisti egli lo premette alla sua opera per presentare il protagonista del racconto. Ma a differenza degli altri, egli non si ferma al Battista (come Marco) o alla nascita verginale (come Matteo e Luca). Egli risale fino alle origini; e queste origini risalgono all'eternità di Dio. Così la presentazione è completa.

Nella presentazione della Parola (possiamo usare anche gli altri termini: il Verbo, il Logos, il Figlio di Dio) si distinguono tre fasi. Nella prima si parla della sua preesistenza, preesistenza reale e personale, esistenza in piena comunione con il Padre. L'eternità, la personalità, e la divinità del "Verbo" sono le tre affermazioni essenziali, ma non pensiamo che l'evangelista faccia della speculazione filosofica, egli ha voluto semplicemente mettere una base solida e dare la ragione ultima per cui questa Parola ci può parlare di Dio. Il potere rivelatore e salvatore di questa Parola ha il suo fondamento nell'origine e nella natura della Parola stessa.

L'evangelista usa categorie "essenzialistiche" solo in apparenza. In realtà sono categorie e termini esistenziali. Infatti la Parola ha come funzione essenziale il parlare, il rivolgersi a qualcuno, sperando di essere accolta e di avere risposta. La Parola suppone destinatari ai quali è rivolta: per gli uomini essa è vita e luce. E' tutto quello che può dare alla vita umana la sua pienezza e il suo senso, superando persino le possibilità e i sogni umani. Nella seconda fase si fa notare la sua venuta nel mondo degli uomini. Il ricordo del Battista, giustificato dalla Parola "luce", ci porta sul terreno storico. La luce per gli uomini non è un'idea, una cosa astratta, ma Qualcuno concreto come il Verbo o la Parola incarnata. Ne fu testimone il Battista la cui figura in questo vangelo non è essenzialmente quella del precursore di Cristo, come negli altri vangeli, ma piuttosto quella del testimone della luce vera, che può illuminare il mistero umano.

Tutta la ragione d'essere del Battista è in funzione della sua testimonianza.

La funzione illuminatrice è propria del "Verbo", a causa della sua divinità. Ora ci viene detto che questo è avvenuto nella cornice storica della presenza di Cristo. Ed entrando nella realtà umana il "Verbo", la Parola essenziale di Dio, mette l'uomo di fronte a una necessaria decisione. Questa Parola è essenzialmente interpellante, è inevitabile la decisione che accetta o rigetta. L'evangelista parla prima del rigetto, che nella sua terminologia equivale a non "conoscere" o non "ricevere". Sono espressioni sinonime di "non credere". Con questa espressione si mette in risalto l'incredulità giudaica e di tutti quelli che non accettano questa Parola.

Subito dopo ci si parla dell'accettazione. Riceverlo significa in questo caso, accogliere favorevolmente il rivelatore divino e le sue parole. E' sinonimo di fede. La conseguenza di questa accoglienza favorevole è la filiazione divina che è presentata come frutto dell'iniziativa divina e non come possibilità o decisione pienamente umana. Questa nascita non procede né dalla carne, né dal sangue, cioè dalla possibilità umana.

La terza fase è l'incarnazione:"il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi e noi vedemmo la sua gloria".

- E' il punto culminante del prologo nel quale si parla del paradosso incredibile per il quale il "Verbo" eterno di Dio è entrato nella storia umana come soggetto di questa stessa storia. Come parte attiva di questa storia era già entrato nella sua prima venuta, nella creazione, quando Dio creò per mezzo della Parola. Ora abbiamo un avvenimento unico e incredibile: Dio stesso entra nella storia come uno di coloro che fanno questa storia, della quale è allo stesso tempo guida e parte integrante.

- Anche l'affermazione dell'incarnazione, nell'intenzione dell'evangelista, è destinata a presentare la ragione ultima della possibilità che è offerta all'uomo di divenire figlio di Dio. - Questo culmine del prologo parla, in maniera profonda, dell'infinito amore di Dio. Questa è la ragione per cui l'evangelista afferma che il Verbo si è fatto "carne", non "uomo", anche se in realtà vuol dire che si è fatto uomo. La "carne" sta a indicare la debolezza, la caducità, l'impotenza; e la distanza infinita fra il "Verbo" e la carne, uniti in Cristo, rivela l'infinito amore di Dio. Distanza infinita superata dall'amore infinito di Dio.

- L'evangelista prepara così il terreno per le affermazioni eucaristiche che farà più tardi (Cap. 6). Il "Verbo" si è fatto "carne"; è necessario mangiare la "carne" del Figlio dell'uomo.

- L'affermazione mette in rilievo l'abitazione di Dio fra gli uomini: "piantò la sua tenda" è la traduzione del verbo greco corrispondente, che noi usiamo tradurre "abitò". Siamo di fronte al culmine di tutti i tentativi di questa abitazione di Dio in mezzo agli uomini, tentativi che l'AT raccoglie quando parla della tenda, del tempio, del tabernacolo...

- Come conseguenza, in Cristo possiamo vedere la gloria di Dio. Una visione nella fede. Di fatto questa visione è possibile solo ai credenti. "Vedemmo la sua gloria..."

- Per dare a tutto l'avvenimento un maggior rilievo, si contrappone Gesù, il Verbo fatto carne, a Mosè. Per mezzo di Mosè venne la legge che era considerata come la garanzia della grazia e della fedeltà di Dio nei confronti del suo popolo. Per mezzo di Gesù è venuta la grazia, ma una grazia incalcolabile, "grazia su grazia".

- In opposizione alle religioni pagane che parlavano di vedere Dio, Giovanni dice che questo è impossibile, ma che abbiamo la sua rivelazione attraverso Gesù. Gesù ci manifesta Dio, ce lo fa conoscere, ce lo fa vedere: "chi vede me, vede il Padre".

Possiamo in questo vangelo ritrovare tutto il dramma dell'umanità.

"Venne nel mondo la luce vera, il mondo fu fatto per mezzo di Lui, ma il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto".

E noi, lo abbiamo riconosciuto? Abbiamo fede, viviamo con Lui e per Lui? Lo abbiamo accolto? Lo accogliamo nelle nostre giornate?

A noi ha dato il potere di diventare figli di Dio: la dignità e la possibilità più grande che ci possa essere. Sentiamo la gioia e la responsabilità di essere figli di Dio? Viviamo da figli? Viviamo da fratelli con gli altri?

"Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi": Egli è l'Emmanuele, il Dio con noi. Possiamo sperimentare la potenza, la grazia, la gioia della sua presenza. Come affermava Benedetta: "Gesù è con me, mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio. Sì, io credo all'Amore disceso dal cielo. Sì, io credo all'Amore".

don Roberto Rossi

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