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III Domenica di Avvento anno A. Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attendere un altro?

Perché la Chiesa ci ripropone quella sua domanda in questo tempo di Avvento? È ovvio che noi aspettiamo di celebrare nel prossimo Natale la venuta di Gesù come colui che è il Messia-Cristo, ma la domanda che ci dobbiamo porre è: che specie di Messia noi crediamo che sia Gesù? In altre parole, il nostro tipo di Messia corrisponde alla vera identità di Gesù?

1. "Sei tu quello che deve venire oppure dobbiamo aspettarne un altro?": questa è una domanda due volte sconcertante; è come una sorta di nota stridente, per un doppio diesis in chiave. Lo è prima di tutto per il personaggio che se la pone: non era stato proprio Giovanni a riconoscere in quell'umile pellegrino venuto da Nazaret a farsi battezzare al Giordano il vero agnello di Dio, il Figlio di Dio in persona? Ma la domanda suona stonata anche perché, oltre che fuori luogo, appare fuori... tempo: non è l'Avvento il tempo liturgico in cui la Chiesa rivive l'attesa di Gesù come colui che doveva venire e di fatto è venuto, nell'evento di duemila anni fa, e che viene sempre nel sacramento, al punto che fra poco ripeteremo le parole che il quarto vangelo prende proprio dalle labbra del Battista: "Ecco l'agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo"?
Per non rimanere anche noi sconvolti da questa domanda e perché ognuno di noi possa meritare la beatitudine dichiarata da Gesù nel vangelo appena proclamato - "beato colui che non si scandalizza di me" - dobbiamo ricostruire il contesto storico da cui quella domanda proviene. Giovanni si trova nel carcere di Macheronte, arrestato da Erode, per aver egli reso testimonianza alla verità: "Non ti è lecito sposare la moglie di tuo fratello". Il Battista aveva preannunciato un Messia di fuoco, che avrebbe bruciato la gramigna dei peccatori e degli infedeli. Ma dalle voci che gli arrivano in carcere, il Messia Gesù non corrisponde affatto al tipo dipinto da Giovanni; un Messia che non faceva uso della scure e della scopa: della scure per tagliare alla radice la mala pianta dei peccatori, e della ramazza per fare piazza pulita nell'aia della casa di Dio.
Anzi il Messia Gesù sembra quasi compiacersi della caricatura che ne fanno gli avversari: un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Il dubbio di Giovanni non è quindi un dubbio pedagogico, come interpretavano Ambrogio e Agostino: un dubbio che il Battista avrebbe còlto nei suoi discepoli, e per questo li spedisce a Gesù perché sia lui stesso a rassicurarli. No, il dubbio è proprio di Giovanni, il quale sembra preso da un'angoscia incontenibile: non può non rimanere spiazzato dallo stile messianico di Gesù, ben diverso da quello che si aspettava lui. Infatti il profeta di Nazaret non se ne va in giro per la Galilea ad annunciare il giudizio imminente di Dio, ma a proclamare la sua misericordia. Il Nazareno si accredita come l'inviato dal Padre, ma non per giudicare il mondo, bensì per salvarlo. Dice di essere venuto non per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori.
Così non solo si spiega la domanda di Giovanni, ma si capisce anche perché la Chiesa ci riproponga quella sua domanda in questo tempo di Avvento. È ovvio che noi aspettiamo di celebrare nel prossimo Natale la venuta di Gesù come colui che è il Messia-Cristo, ma la domanda che ci dobbiamo porre è: che specie di Messia noi crediamo che sia Gesù? In altre parole, il nostro tipo di Messia corrisponde alla vera identità di Gesù?

2. Agli inviati del Battezzatore che vogliono rendersi conto della sua messianità, Gesù non risponde direttamente, ma rinvia alle opere che egli compie: "I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella".
Si tratta di miracoli che ricalcano le profezie dell'Antico Testamento, e tra questi c'è persino la risurrezione dei morti. L'ultimo segno però non è un miracolo - tant'è vero che un amanuense del Medio Evo non lo aveva collocato all'ultimo posto nella serie dei segni messianici, ma solo al penultimo - e tuttavia è il segno più decisivo. Che Gesù sia un inviato di Dio, è provato dai miracoli, ma è la sua predilezione per i poveri - come le sue umili origini e la via della croce - a definire i contorni nuovi e netti della sua messianità. Se Gesù si fosse limitato a guarire ciechi, storpi e sordi e non avesse evangelizzato i poveri, sarebbe rimasta intatta non solo la sua identità messianica, ma anche la sua "struttura" ipostatica (vero uomo, vero Dio). Ma ben diversa sarebbe stata l'immagine di Dio che ci avrebbe rivelato. Solo perché non si è mai chiuso alle necessità e alle sofferenze dei poveri, solo perché ha avuto sempre misericordia per peccatori, solo perché ha steso le braccia sulla croce in segno di un amore spinto all'estremo, Gesù ha potuto annunciare al mondo che Dio è amante della vita, e non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Il Dio rivelato da Gesù povero, evangelizzatore dei poveri e crocifisso per amore dei peccatori, è il vero Dio, il Padre-Abbà, che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

3. Chi è allora Giovanni: un profeta? Sì, risponde Gesù, e anche più di un profeta, perché non solo ha predicato la conversione a quanti attendevano la salvezza d'Israele, ma si è convertito egli stesso al vero Messia. Giovanni, infatti, sa che la profezia non appartiene al genere delle previsioni, ma al genere delle promesse. E le promesse di Dio sono sempre al di là delle nostre attese: "Dio non realizza sempre le nostre attese, ma compie sempre le sue promesse" (Bonhoeffer).
Questo significa che dobbiamo lasciarci sorprendere da Dio. È vero: Egli non si smentisce mai, ma neanche si ripete; si supera sempre: le sue promesse non le copia, le compie, ma andando sempre oltre.
Dopo l'11 settembre il futuro dell'umanità si è fatto molto più oscuro. Mentre alcuni sono sedotti dal presente eterno e vivono una vita "mordi e fuggi", altri raccontano storie che promettono solo violenza. Noi cristiani non siamo quelli che predicono o prevedono il futuro, non siamo esentati dall'incertezza, ma crediamo in una storia che offre una buona notizia: Gesù è morto in croce per noi ed è risorto, e continua a camminare con noi. Noi cristiani non abbiamo una utopia da realizzare, ma abbiamo ricevuto una speranza da accogliere, la speranza in "Colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto noi possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi" (Ef 3,20). Possiamo allora rimanere aperti al Dio delle sorprese che sconvolge tutti i nostri piani per il futuro e ci chiede di fare cose che non avevamo mai immaginato di fare. Permettiamo a Dio di continuare a sorprenderci.
Beati noi se non ci scandalizzeremo di Gesù, nostro unico Salvatore!
Beati noi se nelle nostre scelte concrete, con le opere e con le parole, faremo vedere la "differenza cristiana" a tutti, a cominciare da tanti nostri fratelli tentati dall'apostasia, dal relativismo, dall'indifferentismo!
Beati noi se non ci vergogneremo mai del vangelo della croce!


Commento di Mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2007

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