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VI Domenica del tempo Ordinario anno A. «Avete inteso che fu detto… ma io vi dico»

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento».

Queste parole di Gesù che aprono il brano evangelico odierno a prima vista sono in contrasto con quelle che egli pronuncia ripetutamente subito dopo: «Avete inteso che fu detto agli antichi … ma io vi dico». Ma è proprio così?

Lungo tutta la sua vita Gesù ha meditato la Torah, la Legge di Dio, non per distruggerla o negarla; al contrario, egli l’ha riconosciuta e vissuta come ebreo fedele, come autentico «figlio del comandamento» (cfr. Lc 2,41-43). E tuttavia si è posto nei confronti della Torah come colui che conosce l’intenzione del Legislatore (cfr. Mt 19,8) e dunque è autorizzato a interpretarla autorevolmente, al fine di farne non una fonte di schiavitù ma di libertà per tutti gli uomini. Gesù non si è opposto alla Legge ma alle sue interpretazioni riduttive date da scribi e farisei, quegli uomini religiosi che «filtravano il moscerino e ingoiavano il cammello» (cfr. Mt 23,24): essi cioè praticavano una lettura legalista e letteralista della parola di Dio contenuta nelle Scritture, disperdendo la volontà di Dio in una miriade di precetti, che ne rendevano impossibile l’osservanza e la privavano del suo centro. Per questo Gesù ha chiesto ai suoi discepoli, in vista del regno dei cieli, «una giustizia superiore» – per qualità, non per quantità – «a quella di scribi e farisei», ossia una fedele obbedienza alla volontà di Dio rivelata nella Legge, da lui compiuta con la sua interpretazione radicale.

Gesù ricorre a una serie di esempi per mostrare questa sua interpretazione: alcuni li leggiamo oggi, altri domenica prossima. Innanzitutto egli radicalizza il comando: «Non uccidere» (Es 20,13; Dt 5,17), correggendo una sua lettura restrittiva, che lo intende come riferito solo all’atto materiale dell’omicidio. Gesù allarga invece il suo sguardo all’intenzione dell’uomo, che spesso si traduce in parole colleriche e violente, ma che altrettanto spesso rimane racchiusa nel cuore come un fuoco mortifero. Queste parole o questi propositi sono già peccato, perché esprimono in altro modo ciò che si ha timore di compiere concretamente: «con la voce e con il desiderio si commette un omicidio, anche se non si alzano le mani contro il prossimo», come ha annotato con finezza san Gregorio Magno. Sempre in tema di relazioni con gli altri, Gesù aggiunge che la riconciliazione fraterna è condizione indispensabile per celebrare in verità la liturgia. Insomma, meglio non partecipare all’eucaristia che parteciparvi smentendo nei fatti ciò che si celebra con il rito.

«Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio” (Es 20,14; Dt 5,18). Ma io vi dico: chiunque guarda una donna con concupiscenza, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (e sull’adulterio, in riferimento al divorzio, Gesù torna subito dopo, con un’affermazione da leggere alla luce del ragionamento più ampio presente in Mt 19,1-9). Queste parole così nette, seguite dall’esortazione a recidere le membra del nostro corpo che ci sono di scandalo, non abbisognano di commento. Vorrei solo notare che esse sono un’occasione offerta a ciascuno di noi per interrogarsi sulla propria relazione con la sessualità e dunque, ancora una volta, con l’altro: la vera perversione infatti, ben prima di tradursi in atti concreti, è quella che induce a concepire l’altro, a partire dallo sguardo vorace che si posa su di lui, come mera possibilità di incontro sessuale. Detto altrimenti, Gesù pone davanti ai nostri occhi il lungo cammino per giungere ad apprendere l’arte di amare e di vivere la sessualità in pienezza.

Infine Gesù commenta il precetto: «Non giurare il falso, ma adempi verso ilSignore i tuoi giuramenti» (cfr. Es 20,7; Dt 5,11; Lv 19,12), radicalizzando questo divieto: «Non giurate affatto». Egli infatti conosce bene la debolezza degli uomini e sa che, allo stesso modo in cui essi «non hanno il potere di rendere bianco o nero un solo capello», così faticano a tenere fede ai giuramenti, fatti in nome di Dio o di se stessi. Ma Gesù estende l’interpretazione del comando biblico fino alla responsabilità di ogni parola pronunciata dagli uomini: «Sia il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal maligno». E così stronca sul nascere il grave rischio che ci tocca tutti, quello di una comunicazione doppia, menzognera, che impedisce ogni autentico cammino di comunicazione.

La radicalità di Gesù è dunque quella di chi, mentre risale all’intenzione di colui che ha donato la Legge, esorta i suoi discepoli a vigilare sull’intenzione, sulla purezza del loro cuore quale fonte della vera giustizia. Sarà sempre lui, il Puro di cuore per eccellenza (cfr. Mt 5,8), a dire: «Dal cuore provengono i pensieri malvagi: omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie. Queste sono le cose che rendono impuro l’uomo» (Mt 15,19-20).

Enzo Bianchi

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