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VII Domenica del Tempo Ordinario anno B. Perdonati, cioè risuscitati

Gesù va fino in fondo: ha visto la fede dei barellieri del paralitico, e quella fiducia gli basta, oltre che a trasmettere il perdono di Dio a quel povero infermo, anche a restituirgli la salute fisica. Così la guarigione del corpo diventa il segno e la prova del potere del Figlio dell’uomo di rimettere i peccati sulla terra.

Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati

Prepariamoci a fare oggi un grande passo avanti nella conoscenza di Gesù. Se lo faremo, uscendo da questa santa liturgia, potremo anche noi lodare Dio come la gente di Cafarnao e dire: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.

1. Finora - nelle domeniche precedenti - s. Marco ci ha presentato un Gesù tanto diverso, rispetto alle attese della gente: insegna ma non è un rabbi come gli altri, guarisce ma non è un santone, accoglie gli emarginati ma non è un agitatore, annuncia un Regno di Dio ma non è un sognatore esaltato o illuso. Chi è dunque questo Gesù di Nazaret, che se ne va in giro per la Galilea annunciando il vangelo? La domanda percorre tutte le pagine del libretto di Marco, e solo al culmine dell’itinerario - sul Gogotha - l’enigma si scioglie definitivamente e si raggiunge così la risposta vera e completa. Intanto oggi l’evangelista aggiunge un altro tassello al mosaico che ci va delineando del volto del Cristo, un tratto preciso, assolutamente irrinunciabile del suo profilo messianico: Gesù è colui che addirittura esercita quell’inaudito potere che appartiene a Dio solo: il potere di perdonare i peccati!
Per aiutarci in questa riscoperta, rappresentiamoci una scena del tipo: un nostro giovane amico in carrozzella ci chiede di accompagnarlo in pellegrinaggio a S. Giovanni Rotondo per chiedere a Padre Pio - immaginiamo che sia tuttora in vita - di guarirlo dal suo male. Noi arriviamo là nel primo mattino, ma la calca è tanta, la fila lunghissima: è impossibile aprirsi un varco. Il contatto con il santo frate taumaturgo e guaritore rischia di andare in fumo, ma una persona del posto si impietosisce del nostro caso e va a telefonare a un amico che ha un tir per i traslochi. Il camionista arriva poco dopo, ci carica con il nostro amico disabile sulla piattaforma del tir e ci alza fin davanti alla finestra da dove si affaccia Padre Pio, il quale - quando se lo vede davanti - si rivolge all’ammalato e gli dice: “Se vuoi confessarti, ti posso dare l’assoluzione dai tuoi peccati”. Quale sarebbe la nostra reazione?
2. Per la nostra mentalità materialista la guarigione del corpo è più importante del perdono dei peccati. Noi siamo sensibili al senso di colpa più che al peccato. La cultura corrente tende a convincerci che è sbagliato riconoscersi peccatori, crearsi dei complessi di colpa; che dobbiamo smettere di batterci il petto, perché ciò che chiamiamo peccato, è solo tabù, al massimo è una debolezza da comprendere o addirittura una trasgressione da esaltare come affermazione di libertà. Insomma Gesù non c’entra niente con queste cose, ed è meglio andare dallo psicanalista anziché dal confessore.
Dobbiamo piuttosto confrontarci seriamente con la prospettiva biblica del peccato. È una prospettiva legata a due presupposti: l’unicità di un Dio personale, e il suo rapporto d’amore con Israele, simbolo e anticipo dell’umanità salvata. La fede ci rivela la malizia profonda del peccato: è infedeltà all’alleanza, rifiuto dell’amore di Dio; è ingratitudine ingenerosa e ingiusta, è intollerabile idolatria. Il danno del peccato ricade sui peccatori: “Forse costoro offendono me - oracolo del Signore - o non piuttosto se stessi?” (Ger 7,19). Certo, questa devastazione dell’uomo e della società non lascia insensibile Dio, ma da vero Padre buono qual è, egli se ne dispiace non perché ne scapiti lui, ma perché il peccato fa male a noi: “Dio viene offeso da noi in quanto operiamo contro il nostro vero bene”, affermava s. Tommaso. Poiché è contro l’uomo, ogni peccato è anche necessariamente, automaticamente peccato contro Dio.
E poiché il peccato è alla radice del male del mondo e di tutti i mali, Gesù - senza avallare, anzi combattendo il pregiudizio popolare che vedeva nella malattia fisica un castigo per i peccati personali del malato - offre la salvezza a quel povero paralitico, cominciando proprio con il perdonarlo dai suoi peccati. Per il Maestro, venuto da Nazaret, la liberazione delle coscienze è più importante della liberazione dei corpi. Così, dopo aver combattuto le alienazioni fisiche - vedi domeniche precedenti - Gesù inizia ora la sua lotta contro le alienazioni dello spirito, impegnando addirittura Dio stesso. Infatti al paralitico non dice: “Io ti perdono”, ma “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, che è lo stesso che dire: “Dio ti perdona”. Gesù si arroga quindi il potere di fare sulla terra da portavoce di Dio in persona. La cosa suona inaudita alle pie orecchie degli scribi, che hanno capito bene il senso della dichiarazione del rabbi Galileo e quindi lo accusano di “bestemmia”. Sono troppo preoccupati di difendere se stessi e il loro sistema morale. Non vogliono mettersi in questione, e mettono in questione quel Maestro - secondo loro - troppo sconcertante e scandaloso.
Ma Gesù va fino in fondo: ha visto la fede dei barellieri del paralitico, e quella fiducia gli basta, oltre che a trasmettere il perdono di Dio a quel povero infermo, anche a restituirgli la salute fisica. Così la guarigione del corpo diventa il segno e la prova del potere del Figlio dell’uomo di rimettere i peccati sulla terra.

3. L’incontro con Gesù cambia la vita, la rende nuova, veramente bella. Noi non sappiamo quali fossero i peccati del paralitico; ci basta sapere quali sono i nostri peccati: avidità di denaro, ambizione sfrenata, ricerca morbosa del proprio tornaconto, rincorsa accanita dell’effimero, ripiegamento narcisistico, ostinato desiderio di rivalsa, in una parola: egoismo. L’incontro con Gesù ci rialza, come ha fatto alzare (letteralmente “risorgere”) il paralitico: ci dischiude una esistenza nuova, all’insegna dell’amore, e quindi della gioia. Il discepolo convertito all’amore del Signore si lascia alle spalle le opere dell’egoismo e vive una storia inedita, segnata dalla ricerca del disegno di Dio, dall’entusiasmo per le mete più alte, dalla gratuita dedizione al bene comune, dalla fedeltà umile e tenace agli impegni assunti, dall’apertura alla vita anche dopo esperienze fallimentari, dallo slancio appassionato per la pace e la solidarietà.
Ma il vangelo del paralitico perdonato e guarito ci fa anche da specchio e ci misura: dov’è la comunità cristiana oggi, di fronte al male e al dolore? Siamo capaci di farci carico di chi soffre? Attiviamo comportamenti di vera carità cristiana? Spesso, invece di pensare a intervenire, ci soffermiamo a domandarci di chi è la colpa, ci chiediamo se qualcuno ha peccato...
L’amore di Dio in Gesù non si ferma davanti alle nostre infermità, ma va dritto al cuore, come sede di molti mali, e ha il potere di rimettere i peccati. Potere che è concesso anche a noi, ogni volta che siamo capaci di perdono. La presenza del male provoca nei discepoli del Signore un di più d’amore. Un amore che guarda dentro, che va in profondità, che guarisce e perdona, dandoci la possibilità di poter servire e glorificare Dio nei fratelli. Allora possiamo dire anche noi nella verità: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2008

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