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XVII Domenica del tempo Ordinario anno C. Non una formula ci salverà

Solo lo Spirito ci consente di rivolgerci a Dio chiamandolo Abbà. Come Gesù e in Gesù. Solo lo Spirito "attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8, 16), rendendoci capaci di quella confidenza e intimità, propria di Gesù, della quale Egli ci rende partecipi e co-eredi.

Chiedete e vi sarà dato

"Abbiamo dimenticato, dimenticato quel che tu, servo di Dio, ci avevi insegnato! Finché lo ripetevamo continuamente, lo sapevamo ancora; ma quando abbiamo smesso un momento, ci è uscita dalla memoria una parola, e una dietro l'altra ci sono sfuggite tutte. Ora non ne sappiamo più nulla. Insegnacelo di nuovo". Il grande Tolstoj mette questa accorata invocazione sulle labbra di tre anziani uomini di Dio che, per la prima volta, avevano ascoltato da un santo vescovo le parole del Padre Nostro. La risposta del vescovo non si fece attendere: "Anche la vostra preghiera sale verso Dio, santi uomini di Dio. Io non ho nulla da insegnarvi. Pregate per noi poveri peccatori!". È la conclusione a cui giunge chiunque ha compreso che il Padre Nostro non è una formula magica da mandare a memoria; è piuttosto il prototipo, il modello di ogni preghiera cristiana.

1. I discepoli vedono Gesù immerso in un dialogo profondo, intimo e prolungato con Dio e non possono fare a meno di chiedergli il segreto della sua preghiera. L'esempio di Gesù è eloquente al punto da far sorgere in loro la necessità di conformare la loro preghiera alla sua. Gesù conferma l'intuizione dei suoi affermando: "Quando pregate dite Padre". Mettetevi, cioè, in un rapporto di figliolanza con Dio che è Padre, il "Padre mio e Padre vostro" (Gv 20, 17), il "Padre di tutti" (Ef 4, 6). La preghiera cristiana è pregare come Cristo ed in Cristo, perché Lui, "primogenito tra molti fratelli" (Rm 8, 29), ci associa alla sua preghiera al Padre. Gesù sembra voler inserire i suoi, e dunque anche noi, in quel rapporto dialogico con il Padre che ha accompagnato e caratterizzato tutta la sua vita. La preghiera di Gesù prende le mosse da due richieste: "sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno", che hanno Dio per protagonista. È Dio stesso, infatti, a dover "santificare il suo nome" (cfr. Ez 36, 23) in mezzo a noi, a manifestarsi cioè, per come Egli è, nella pienezza della sua identità che è appunto la santità. Ma Gesù prega anche che Dio realizzi il suo regno, che esso giunga a compimento. La preghiera di Gesù e, dunque, la preghiera cristiana è, innanzitutto, un renderci sempre più disponibili e capaci di accogliere la salvezza che ci viene incontro come dono dall'alto. È un progressivo e deciso fare posto a Dio, dandogli il permesso di manifestare la sua santità in noi e facendo avanzare il suo regno a partire dalla possibilità di esercitare la sua benevola signoria nella nostra vita. Due domande, allora, che smontano ogni nostra pretesa di onnipotenza, aprendoci alla fiducia e alla accoglienza umile e gioiosa del disegno di salvezza del Padre. Altre tre richieste completano il Padre Nostro nella versione di Luca. Sono tre domande che esprimono le necessità fondamentali del discepolo: il pane, il perdono e la liberazione dal pericolo dell'infedeltà. È il pane necessario, non il superfluo, quello che Gesù ci fa' chiedere. È il pane che basta per un giorno, il pane dei pellegrini, come la manna per gli ebrei nel deserto (cfr. Es 16, 4). Un pane che non ci faccia incappare nella tentazione dell'accumulo, che non appesantisca la nostra marcia, né ci ingolfi fino a rendere goffa o peggio impossibile la nostra sequela. Il perdono, poi, è, prima di tutto, quello di cui siamo permanentemente oggetto. Solo se perdonati, infatti, possiamo essere capaci di perdono; soltanto la consapevolezza di essere peccatori perdonati può renderci capaci di compiere concreti gesti di riconciliazione fraterna. L'ultima richiesta esprime la coscienza della precarietà della nostra condizione, sempre esposta al rischio di soccombere nelle spire del male. È l'esperienza che Gesù stesso ha fatto nel Getsemani, esperienza nella quale ha esortato i discepoli a pregare "per non cadere in tentazione" (Lc 22,46).

2. Gesù prosegue il suo insegnamento con due parabole che descrivono l'atteggiamento dei discepoli nella preghiera. Per fare questo Egli prende a modello l'atteggiamento di un amico nei confronti di un altro amico e quello di un padre nei confronti di suo figlio. Si tratta di analogie che non possono reggere nel confronto, ma che servono a Gesù per affermare la certezza dell'accoglienza della preghiera da parte di Dio e la sua generosità, il suo amore che non si smentisce. L'insistenza dell'amico sembra voler autorizzare i discepoli ad una confidenza tale nel rapporto col Padre, da non aver paura o timore di disturbarlo nel cuore della notte, pur di ottenere quanto richiesto. La difficoltà, però, nasce quando il Signore tarda a esaudire le richieste. A volte sembra, addirittura, sordo alle suppliche che gli vengono rivolte. A questo punto il discorso di Gesù si fa più impegnativo. I ritardi o le resistenze del Padre sono imputabili, infatti, non tanto alla sua mancata disponibilità, quanto piuttosto alla nostra incapacità di chiedere ciò che è realmente buono per noi. L'insegnamento di Gesù si conclude con una promessa: il dono dello Spirito! Un dono che il Padre non farà mancare a coloro che glielo chiedono. Ed è una promessa non di poco conto. Solo lo Spirito, infatti, ci consente di rivolgerci a Dio chiamandolo Abbà. Come Gesù e in Gesù. Solo lo Spirito "attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8, 16), rendendoci capaci di quella confidenza e intimità, propria di Gesù, della quale Egli ci rende partecipi e co-eredi.
La nostra preghiera sarà tanto più conforme all'insegnamento di Gesù quanto più la nostra vita sarà una vita secondo lo Spirito. Solo così il Padre Nostro non rimarrà una formula da ripetere, ma un programma di vita da incarnare.


Commento di don Adriano Caricati
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Anno C
Ave, Roma 2009

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