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XX Domenica del tempo Ordinario anno C. Non la pace, ma la spada

Gesù non parla affatto un linguaggio politically correct: non è venuto a portare la pace, ma la divisione (la "spada", dice Mt 10,34). Di fronte a lui nessuno può rimanere indifferente o neutrale. Bisogna scegliere: o con lui o contro di lui.

Non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione

Se ci venisse il prurito di delineare un profilo buonista di Gesù, la pagina evangelica di oggi basterebbe a farcene passare la voglia. Ed è da notare che questa pagina porta la firma di Luca, l'evangelista fregiato meritatamente del titolo di scriba mansuetudinis Christi (scrittore della dolcezza di Cristo), ma che sorprendentemente dà largo spazio a quei tratti della storia o del messaggio di Gesù che suonano talmente radicali da apparire crudeli. Come nel brano che abbiamo ascoltato.

1. Non dobbiamo mai perdere di vista il contesto in cui il passo evangelico è collocato. Da qualche capitolo, s. Luca ha iniziato il racconto del grande viaggio di Gesù alla volta della città santa, un viaggio iniziato con un drammatico colpo di gong: "Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, (Gesù) si diresse decisamente verso Gerusalemme", letteralmente "impietrì la sua faccia". Questo lungo pellegrinaggio, oltre che raccontato, viene dal terzo evangelista descritto come un "viaggio interiore" - un vero e proprio viaggio dell'anima - come risulta da quella sorta di numerose "feritoie" che punteggiano il racconto e ci permettono di affacciarci sul panorama sconfinato e quanto mai attraente dei sentimenti più intimi dell'umanissimo cuore del Figlio di Dio. Come si riscontra qui, dove il desiderio intenso che ha di giungere alla sua ora, viene espresso da Gesù come "angoscia": "C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato finché sia compiuto".
Parole così accorate rivelano il dramma vissuto da Gesù: è venuto a portare luce e pace, e si ritrova sempre più incompreso e rifiutato. Per essere fedele alla missione affidatagli dal Padre, è costretto a urtare la suscettibilità di scribi e farisei e a cozzare contro il "sistema", da essi ritenuto intoccabile. Le sue parole e i suoi gesti provocano reazioni sempre più violente da parte di quanti si sentono messi sotto accusa. La sua vicenda si sta mettendo male: certamente non porterà al trionfo della sua causa, ma solo alla sua morte.
Gesù lo sa, ed è deciso ad andare fino in fondo. Si sta ripetendo la storia di Geremia (1ª lettura). Durante la sua missione, quest'uomo dal cuore sensibile, è stato costretto a denunciare le illusioni del suo popolo, che coltivava un nazionalismo in cui il calcolo politico e il ricorso a mezzi violenti dominavano incontrastati. Accusato di disfattismo e di collaborazionismo con il nemico, dovette affrontare una dura opposizione. Gettato un giorno in una vecchia cisterna, fu salvato solo dall'intervento di uno straniero indignato per quel trattamento disumano.
È la storia di ogni profeta: più la sua personalità è forte, più il messaggio è rinnovatore e anticonformista, e più la persecuzione diventa feroce. Il profeta è un tipo scomodo, un vero segno di contraddizione. Non può illudersi di avere vita facile.

2. Torniamo sulle due immagini utilizzate da Gesù per esprimere il suo pensiero fisso della Pasqua. Egli ne parla in termini di "battesimo" e di "fuoco". Il battesimo sta a dire che egli desidera ardentemente immergersi "fino al collo" nelle acque del dolore e della morte per esprimere l'amore del Padre verso l'umanità peccatrice. Ma anche il fuoco - prima ancora che la Pentecoste - evoca la Pasqua: lo notava acutamente Giovanni Paolo II, riferendosi alla tradizione biblica del fuoco dal cielo che bruciava le oblazioni presentate dagli uomini: "Lo Spirito Santo come amore e dono discende, in un certo senso, nel cuore stesso del sacrificio che viene offerto sulla croce: egli consuma questo sacrificio col fuoco dell'amore" (DeV 44).
Le due immagini del battesimo e del fuoco si fondono perfettamente nel compimento della Pasqua, la Pentecoste, secondo la profezia di Giovanni: "Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" (Lc 3,17). Con queste due espressioni simboliche Gesù dà un significato profetico alla sua morte violenta. Essa sarà come un incendio e una inondazione attraverso i quali si manifesterà il giudizio di Dio a favore di Gesù. Possiamo riassumere questi passaggi con una massima, che non è riportata in nessun vangelo canonico, ma è attribuita a Gesù: "Chi è vicino a me, è vicino al fuoco". Radicalissimo Gesù!, verrebbe da esclamare.
Ma più che ammirazione, Gesù esige da noi conversione e decisione. Anche per i discepoli, il metro per misurare la fedeltà alla "causa" è lo stesso adottato dal Maestro: è il metro della radicalità. "D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre". Gesù non parla affatto un linguaggio politically correct: non è venuto a portare la pace, ma la divisione (la "spada", dice Mt 10,34). Di fronte a lui nessuno può rimanere indifferente o neutrale. Bisogna scegliere: o con lui o contro di lui. Non si può fare fifty-fifty: la "divisione" portata da Gesù fa saltare certi equilibri umani; provoca lacerazioni, perfino all'interno dei rapporti familiari. La parola del vangelo è "tagliente come una spada": mette a nudo le piaghe intime del cuore, e insieme le storture della società. Il suo "radicalismo" non lascia spazio ai compromessi; è un fuoco che brucia e consuma tutte le mediocrità.

3. Se si vuole andare dietro a Gesù, urge decidersi: non si può giocare al rimando, rinviando scelte che impegnano e accontentandosi di qualche opera buona, tanto per fare qualche saldo con la propria coscienza. Ma non si può neanche giocare al ribasso, pensando che basti rettificare qualche "cosetta" che non va nel nostro comportamento: scatti di nervosismo, distrazioni durante le preghiere, parole poco perbene. Gesù non ci chiede di ripulire i comportamenti, ma di cambiare le scelte dalle quali i comportamenti derivano. E prima ancora occorre cambiare mentalità. La persecuzione da parte dei poteri dominanti, l'opposizione delle mode correnti, non sono i segni della nostra debolezza o del fallimento della nostra causa. Sono una cosa normale per noi, come fu per il Signore; sono il segno della nostra fedeltà.
Possibile - sembra esplodere Gesù - sappiamo leggere i segni del cielo atmosferico che ci fanno prevedere la pioggia o il caldo, e non sappiamo discernere i segni di "questo tempo"! Questo tempo: non si tratta del futuro, ma del tempo presente. È questo tempo che occorre saper giudicare, per leggervi i messaggi di Dio e per riuscire a decidere da noi stessi ciò che è giusto. Oggi - non domani - è il tempo della conversione e quindi della salvezza. Ma se non ci decidiamo, non lo sarà né oggi, né domani.

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Anno C
Ave, Roma 2009

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