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XXI Domenica del Tempo Ordinario anno A. A tu per tu con Cristo, ma nella Chiesa

Come i discepoli sulle strade polverose della Palestina, anche oggi è nella comunità dei fedeli che ciascuno può incontrare Gesù

Ma voi, chi dite che io sia?

1. L'episodio che riporta il vangelo di questa domenica è molto conosciuto e ha accompagnato costantemente la riflessione teologica sulla Chiesa e sul primato del Papa. Mi pare che anche ai nostri giorni sussista l'atteggiamento di coloro che rivendicano la capacità di incontro con Cristo senza la mediazione della Chiesa. Del resto, la conoscenza maggiore e il conseguente apprezzamento delle religioni diverse da quella cristiana, hanno tendenzialmente introdotto un tacito atteggiamento di indifferenza nei confronti delle diverse forme di culto e di appartenenza religiosa.

Il brano del vangelo si apre con una scena molto familiare: come spesso accade tra amici, qualcuno chiede senza impegno particolare qualche notizia che lo riguarda di cui gli amici possono essere in possesso. E siccome il gruppo di amici è abbastanza numeroso, c'è chi dice una cosa e chi ne dice un'altra. Successe così anche quel giorno tra Gesù e i discepoli, fino a quando sembra che Gesù si fermi improvvisamente, portando il discorso su un piano di serietà. Impone una brusca sterzata e passa dalla terza persona alla seconda persona: ma per te, chi sono?

I discepoli non possono più nascondersi dietro ciò che dice la gente, ma sono stanati e costretti a esporsi in prima fila. La risposta di Pietro non lascia dubbi nell'identificare Gesù: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente". La continuazione del vangelo mostra come dal riconoscimento dell'identità di Gesù scaturisca quasi il punto di avvio della missione di Pietro: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa". È nell'identità di Cristo che si può riconoscere l'eredità di se stessi, della propria vita, della propria missione.

2. Un primo suggerimento che possiamo accogliere dal vangelo ci porta a ripensare il nostro rapporto con Gesù. In modo particolare, occorre recuperare l'importanza della familiarità con il maestro; proprio come i discepoli che conversavano con lui lungo il cammino. La familiarità è caratterizzata dalla confidenza con la quale noi raccontiamo e diciamo noi stessi davanti a Gesù. Non si tratta di parlare in terza persona, di fatti o situazioni che succedono attorno a noi, ma si tratta di una narrazione fatta in prima persona, di ciò che accade a noi, dentro la nostra vita. Infatti, nel momento narrativo è sempre già presente anche la risposta di Gesù: parlando di noi davanti a lui impariamo anche ad ascoltare ciò che lui dice del nostro racconto. Naturalmente questa esperienza suppone di non fare nel nostro dialogo una sorta di soliloquio davanti allo specchio, prendendo noi stessi come attori e nello stesso tempo spettatori del nostro racconto.

Si può mettere in evidenza un ulteriore aspetto che scaturisce dalla solennità con la quale Gesù investe s. Pietro della sua missione. Proprio questa solennità sta a indicare che non si tratta di un'affermazione superficiale. Davvero è come se Gesù avesse voluto fare di Pietro, cioè della Chiesa, la porta che mette in comunicazione la terra con il cielo. La porta, appunto.

La porta non si concepisce per se stessa, la sua natura è determinata dalla sua funzione: serve a mettere in comunicazione. Per questo una porta sospesa nel vuoto è un controsenso, un paradosso e radicalmente è una contraddizione. D'altra parte, è anche vero che la porta serve a evitare la confusione che potrebbe generare uno spazio indistinto.

Da qui la consapevolezza della Chiesa di essere a servizio; a servizio della città di uomini e a servizio del Regno di Dio. Al di fuori di questa prospettiva essa non avrebbe nessun senso di esistere, cesserebbe di essere in attesa di Gesù Cristo. Per questo ci si può fidare della Chiesa, ci si può fidare perché attraverso di essa, come attraverso una porta aperta, riusciamo a incontrare Dio. Ci vengono in mente le parole del Concilio: "Questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza (...). Inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (Cristo), ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il battesimo come per la porta" (LG 14).

3. L'assemblea liturgica diventa il segno visibile della Chiesa che celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. È nella celebrazione eucaristica che noi facciamo esperienza viva dell'incontro con Cristo il quale continua a provocare la nostra risposta di fede: chi sono io per te? E non si accontenta di una risposta imparata sui libri; vuole che la sua identità sia manifestata piuttosto attraverso la narrazione della nostra vita, del nostro impegno nel portare avanti la missione che, come a Pietro, egli ha affidato anche a noi. Nell'assemblea eucaristica, inoltre, facciamo esperienza di come il nostro rapporto con Gesù, la nostra familiarità con lui non sia mai un essere "a tu per tu" che escluda un "essere con gli altri".

Come i discepoli sulle strade polverose della Palestina, anche oggi è nella comunità dei fedeli che ciascuno può incontrare Gesù. Meglio, è come se per entrare nel nostro cuore, Gesù aspettasse che prima di lui entrino tutti i suoi fratelli e le sue sorelle e soltanto alla fine anche egli varcherà l'uscio.

Chiudere il cuore gli altri è chiuderlo a Gesù: la nostra intimità con lui non è disturbata dalla Chiesa, anzi è resa possibile proprio da essa... nell'attesa che egli venga!

Commento di don Cataldo Zuccaro

tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2007

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Per approfondimenti: www.musicasacra-bari.it

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