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XXII Domenica del Tempo Ordinario anno B. Mani pulite e cuore sporco?

La forma più sottile di ipocrisia è pensare che farisei siano solo e sempre gli altri. Ma se “ipocrita” etimologicamente è l’attore che porta la maschera per recitare, oggi Gesù ci dice: giù la maschera!

Trascurando il comandamento di Dio,

osservate la tradizione degli uomini

C’è una patologia mortale che né credenti autentici né onesti non-credenti possono minimamente tollerare nella religione: è la lebbra dell’ipocrisia. Quando si vedono in giro persone che dicono di credere in Dio, ma poi non rispettano l’uomo; si creano l’alibi della fede per tutelare i propri loschi affari e per fare i propri miseri comodi; ostentano la pratica di riti, devozioni e tradizioni per mettersi in mostra, scambiando la chiesa per una passerella e il culto per uno spettacolo; allargano la ruota della loro presunta bontà e giustizia per pavoneggiarsi di fronte agli altri... allora inevitabilmente sale dal cuore uno sdegno incontenibile, e subito il pensiero va a Gesù, il fustigatore implacabile di ogni ambigua doppiezza. E la parola obbligata per bollare quanti si macchiano di un comportamento tanto ignobile quanto indegno è: “farisei”.

1. Lo ammettiamo: questo Gesù “anti-fariseo” ci piace. Ci affascina vederlo contestare le esteriorità religiose, come le abluzioni rituali prima dei pasti e la distinzione pignola tra cibi puri e impuri: per lui la “purezza” non è questione di mani o di labbra, ma di cuore; niente è sporco, immondo o profano, se non le cattive azioni che tracimano da un cuore cattivo.

Ci incanta il Gesù che, snobbando clamorosamente i tabù che discriminano i lebbrosi, si avvicina e li prende per mano, li conforta con dolcezza e li reinserisce nella comunità. Ci intriga il Gesù che rinfaccia ai farisei di eludere il comandamento di Dio per dare la precedenza alle tradizioni degli uomini, con le loro cavillose, noiosissime disquisizioni.

Insomma è veramente avvincente questo Gesù per il quale la frontiera tra bene e male non passa fuori di noi, non sta nelle cose - cibi mondi e cibi immondi - e neanche taglia in due la gente: i “giusti”, gli intransigenti, di qua, e di là gli “impuri”, i disinibiti, disinvolti trasgressori di tradizioni dai primi ritenute sacre e sacrosante. È l’egoismo - sostiene energicamente Gesù - che rende l’uomo incapace di rispondere all’amore di Dio con un rapporto limpido, con un animo umile e fedele, in una parola “puro”. Senza un cuore perfettamente disinquinato, non si possono avere mani veramente pulite, ma tutt’al più solo igienicamente sterilizzate. Stiamo attenti: anche Pilato si è lavato le mani dopo aver condannato Gesù, ma lo ha fatto appunto per dire che... se ne lavava le mani!

Ci ha messo in guardia s. Giacomo, nella 2ª lettura - “questa è la religione che Dio Padre considera pura e genuina: prendersi cura degli orfani e delle vedove che sono nella sofferenza, e non lasciarsi sporcare dalle cose di questo mondo” (TILC).

Ma il fariseismo non è morto con la morte dell’ultimo dei farisei. Per rendercene conto, proviamo a specchiarci in questo ritratto, abbozzato da un esegeta molto fine: “L’intento farisaico di una osservanza esteriore della legge costituisce in ogni epoca un pericolo per un certo tipo di persone ‘religiose’, che in seguito a ciò si considerano migliori degli altri, mancando all’amore del prossimo e diventando duri di cuore e orgogliosi. Costoro dimenticano troppo facilmente di aver bisogno anch’essi della divina misericordia. Là dove il legalismo - osservanza letterale della legge - si instaura e dà il braccio all’umana compiacenza di sé, salta fuori quella specie di caricatura che è appunto il fariseo” (R. Schnackenburg).

È vero: la forma più sottile di ipocrisia è pensare che farisei siano solo e sempre gli altri. Ma se “ipocrita” etimologicamente è l’attore che porta la maschera per recitare, oggi Gesù ci dice: giù la maschera!

2. Per non cadere nella trappola di misurarci con un ritratto del fariseo per un verso troppo “datato” e, per l’altro, talmente ripugnante da ritenerlo del tutto estraneo e dissimile dal nostro profilo perbene, proviamo a passare in rassegna le tre accuse che Gesù muove contro lo spirito farisaico: il formalismo, il legalismo, il moralismo.

Il formalismo consiste nel dare la precedenza alla forma più che alla sostanza, all’esterno più che all’interno. Questo capita anche a noi quando ci preoccupiamo più della bellezza fisica che dell’onestà etica, più dell’inquinamento atmosferico che di quello morale, più dell’igiene del corpo che di quella dell’anima; quando ci diamo pensiero piuttosto di essere “belli fuori” anziché “puliti dentro”. Così, viene da chiedersi: è giusto indignarsi per la pedofilia, per la violenza sessuale contro le donne, ma poi, in nome di una malintesa libertà di espressione, approvare e magari, guardandola, far salire l’audience di certa TV spazzatura?

Il legalismo porta a preferire la legge allo spirito, a porre la norma al di sopra del valore, ma anche qui Gesù si è pronunciato con linguaggio tagliente: il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato. Cristo non abolisce la legge, ma va oltre; non si accontenta delle apparenze, ma scende in profondità: guarda al cuore. Una religiosità di tipo farisaico si presta ad essere misurata in termini di “meriti”, ossia di crediti da rinfacciare a Dio.

Ma si può pesare e calcolare solo ciò che appare all’esterno. Il legalismo può tutt’al più produrre una osservanza non una obbedienza, una pratica non un amore; al limite il legalismo può esprimere delle belle parole, che rassomigliano però tanto alle perle delle annunciatrici della TV: luccicano, certo, ma sono false. Merita di essere ricordato il giudizio inesorabile dell’ex-fariseo Saulo di Tarso: “Non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella legge: siete decaduti dalla grazia” (Gal 5,4).

Il moralismo dimentica che il cristianesimo è innanzitutto la bella notizia dell’amore di Dio per noi e riduce tutto a precetti da osservare, a norme da rispettare: un cumulo opprimente di proibizioni e divieti asfissianti. In quest’ottica la salvezza non è più grazia ma merito, non dono ma conquista, non gioia ma penoso dovere e fatica spossante. Il vangelo non è più lieta notizia, ma affanno e angoscia. È inevitabile allora che nell’uomo si crei il complesso del giusto, con la fiducia nelle proprie meticolose osservanze anziché nell’amore benevolo di Dio. Il miraggio disperante dell’autogiustificazione porta inesorabilmente a cercare di farsi belli davanti al Signore, illudendosi di poterne catturare il favore, e spinge a fare di tutto - anche gli sforzi più ostinati - pur di conquistare i suoi premi, piuttosto che accettare di essere amati gratuitamente da lui. Così il cuore si ammala di “sclerocardìa”: diventa duro, calcificato, e ci si fa giudici spietati del cuore degli altri. Quando si dimentica che Dio è misericordia, ci si scorda della propria miseria, e si guarda solo, con occhio inflessibile, a quella degli altri.

In un celebre romanzo, intitolato La Farisea, lo scrittore francese e premio Nobel Francois Mauriac, concludeva a proposito della protagonista, una signora inappuntabile e gelida nella sua inscalfibile sicurezza, accanita calcolatrice dei propri presunti meriti davanti a Dio: “Al termine dei suoi giorni Brigida Pian si rese finalmente conto che ciò che importa nella vita non è meritare, ma amare”.

Ma possiamo affidare la conclusione di questa riflessione a un altro scrittore francese, il filosofo esistenzialista ateo, Jean Paul Sartre, superiore in questo a ogni sospetto: “Bisogna aver conosciuto l’amore, prima della morale, altrimenti è lo strazio”. In altre parole: se non crediamo di essere amati da Dio, non riusciremo mai ad amare né lui né il prossimo: uno strazio senza fine.

 

Commento di mons. Francesco Lambiasi

tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2008

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