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XXIV Domenica del tempo Ordinario anno C. Un Dio dalle braccia aperte

La via del ritorno verso casa è la via delle sorprese. A Dio non importa il motivo per cui torniamo a lui, a lui basta il rimettersi in viaggio, egli attende senza tregua, ti "vede quando ancora sei lontano", ti corre incontro, ti si getta al collo, non ti lascia parlare.

Ci sarà gioia in cielo per un peccatore convertito

1. Le tre parabole che costituiscono il testo evangelico di oggi possono essere riassunte nel tema: Un Dio dalle braccia aperte. L'amore di Dio che in esse si manifesta significa, infatti, tenerezza di Padre e perdono misericordioso per chi sbaglia. L'ascolto della Parola di questa domenica può aiutarci a modificare le immagini che abbiamo di Dio e il nostro stile di relazione con il prossimo. Sulla base di questa rinnovata consapevolezza la seconda colletta ci invita pregare: "...concedi alla tua Chiesa... di far festa insieme agli angeli anche per un solo peccatore che si converte".

2. Dalle tradizioni che lo hanno preceduto Luca ha ricevuto in eredità tre parabole. Le ha sganciate dal loro contesto originario, per inserirle nel suo percorso narrativo e le ha indirizzate ai membri della sua comunità ecclesiale. La problematica che prima divideva Gesù dai rappresentanti di un certo ebraismo ortodosso (il mangiare con i peccatori e il mormorio degli scribi e dei farisei) è riproposta ora come problematica intraecclesiale. Quella che Gesù condannava come illogica posizione di chiusura nei confronti dei peccatori da parte di farisei e scribi può affiorare anche nella comunità dei discepoli e in modo particolare di coloro che ne sono responsabili.
La saldatura tra le parabole è stata affidata a dei verbi, che rivelano il senso più profondo di questa unità evangelica. Anzitutto la coppia perdere-trovare: ricorrono otto volte nel testo e, oltre, al significato concreto, ne hanno uno metaforico, equivalente al nostro perdersi e ritrovarsi. In secondo luogo pensiamo all'insieme dei verbi che significano gioire insieme e fare festa. Quasi a sancirne l'importanza, tutti questi verbi ricorrono nel versetto finale ("bisognava far festa e rallegrasi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato").
Nelle prime due parabole l'accento è posto sul ritrovamento di quanto perduto (una pecora, una dracma) in seguito a una ricerca. Questa è motivata dal semplice fatto che quanto perduto appartiene al personaggio principale. La relazione tra i due è così forte da far superare a quest'ultimo ogni valutazione di tipo quantativo (si noti la sproporzione tra 1 e 99, o tra 1 e 10), da considerare inopportuno qualsiasi castigo (rispetto alla pecora) e, soprattutto da provare una gioia tanto incontenibile da condividerla con "amici e vicini".
Nella terza parabola si ha un'accentuazione leggermente diversa: il trovare non deriva dall'affannosa ricerca, ma dalla disponibilità - nonostante tutto - a riaccogliere chi si era allontanato. Essa si arricchisce, poi, di un elemento di contrasto che prende corpo non nel figlio minore, ma in quello maggiore. Costui si oppone al comportamento del padre e con la sua argomentazione dà voce alla logica (falsamente) spirituale degli interlocutori di Gesù: "non ho mai trasgredito... Ma ora che questo tuo figlio è tornato...". Essi pretendono una punizione per ogni ‘perduto', il padre infila l'anello al dito del figlio ritrovato; essi prendono le distanze ("questo tuo figlio"), il padre lo stringe a sé abbracciandolo; essi formulano una condanna, il padre un invito a far festa.

3. Chiamato "il libretto delle parabole della misericordia", il cap. 15 di Luca, che oggi la liturgia ci propone integralmente, è di tale bellezza, intensità, immediatezza da rendere ogni nota di commento stonata e inutile, tanto è trasparente il messaggio. Sono parole che dovremmo far risuonare quando siamo convinti del fallimento nostro e di altri per ritrovare la gioia del perdono, la speranza di continuare, la certezza dell'abbraccio finale. La parabola dei due fratelli "prodighi", l'uno di peccato, l'altro di orgoglio, occupa la parte preponderante del capitolo. Essa sembra essere una "difesa" di Gesù dalle critiche sollevate dagli scribi e dai farisei circa il suo operato. Sembra di vederli mentre scuotono la testa e, assumendo un'aria severa, giudicano l'operato di questo preteso Messia che, invece di tenersi lontano dai peccatori, li accoglie e mangia con loro.
La risposta di Gesù è affidata alla parabola: Dio fa così, Dio si comporta così. Egli fa festa per ogni peccatore convertito.
Si è persa una pecora, si è persa una dracma, si è perso un figlio. Si direbbero quasi delle sconfitte di Dio. E invece l'amore vince proprio perdendosi dietro a chi si era perduto. Non è l'amara storia di un giovane - non molto distante dalle amare storie di tanti giovani dei nostri giorni - che precipita nell'abiezione, ad interessare, ma la parola della decisione, quella parola fondamentale: "Mi alzerò e tornerò da mio Padre".
La via del ritorno verso casa è la via delle sorprese. A Dio non importa il motivo per cui torniamo a lui, a lui basta il rimettersi in viaggio, egli attende senza tregua, ti "vede quando ancora sei lontano", ti corre incontro, ti si getta al collo, non ti lascia parlare, per salvarti dal tuo cuore quando il cuore ti accusa, per salvarti anche dalla tentazione di appesantirti del tuo passato. Così ci dicono le sue prime parole: è una morte che diviene vita, è uno smarrimento per vie desolate che si trasforma in ritrovamento gioioso, è la celebrazione piena del perdono che cancella il passato. Non saranno mai né la penitenza, né la paura, né il rimorso a liberare l'uomo dal suo male profondo, ma un "di più" di vita, l'abbraccio e la festa di un Padre tanto più grande del nostro cuore.
Il fratello maggiore, il "prodigo" di orgoglio, è il benpensante di tutti i tempi. Egli, soddisfatto e compiaciuto della sua onestà, guarda con disprezzo tutto il mondo circostante. La sua reazione gelida e senza pietà è tipica di certe persone religiose e osservanti che non conoscono l'amore. Virtuosi e infelici, perché misurano tutto sulle prestazioni, sulla contabilità del dare e dell'avere: "Io ti ho sempre ubbidito, e tu non mi hai dato neanche un capretto". Sono le parole di chi ha osservato le regole, come un salariato; è la confessione di un fallito, che ha fatto il bene ma sognando in cuor suo tutta un'altra vita.
Ma il Padre vuol salvare anche lui dal suo cuore di servo: "Tu sei sempre con me, tutto ciò che è mio è tuo". Avrà capito?
C'è poi un altro elemento che fa quasi da sfondo all'intero racconto: è il motivo della gioia, quella del pastore che ritrova la pecora smarrita, quella della donna che ritrova la sua dracma perduta, quella del padre per il figlio ritornato.
La parabola del figlio prodigo è quindi un canto stupendo in cui si intrecciano alcuni temi fondamentali del vangelo: l'amore divino, la gioia, la conversione, la speranza, la lotta contro l'ipocrisia e l'orgoglio. Il senso del peccato è certamente un dato importante da far affiorare nel deserto odierno della superficialità e dell'indifferenza. Ma per il vangelo questo non è l'elemento ultimo e decisivo. Fondamentale è il padre che attende, che abbraccia, che cancella il passato, che rigenera i suoi figli nell'amore e nella gioia.
L'ultima parola di Dio è il perdono, l'ultimo suo gesto è l'abbraccio.

Commento di don Antonio Mastantuono
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Anno C
Ave, Roma 2009

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