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XXIX Domenica del tempo Ordinario anno C. Lotta, cioè contemplazione

Non è possibile pregare senza fede. Quante volte ci viene da chiedere: come mai Dio non ascolta la nostra preghiera e non fa regnare finalmente la giustizia nel mondo? Ma noi abbiamo veramente fede?La fede di cui parla Gesù, secondo Luca, indica la certezza che Dio c'è e agisce nella storia.

Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui

Con il passaggio del Mar Rosso Israele non ha finito di vivere l'esaltante avventura della libertà: l'ha appena cominciata. Da Elim a Sim, da Sim a Refidim: siamo appena alla terza tappa della lunga, estenuante marcia verso la terra promessa. Refidim è nome emblematico: rimanda alle radici ebraiche rapha (essere debole) e yadim (mani) e significa "luogo dove ci si lascia cadere le braccia". Ma a Refidim non c'è tempo per piangere; bisogna affrontare la prima battaglia contro Amalek. E cosa può fare un'accozzaglia di ex-schiavi affamati e sbandati nel deserto contro un esercito ben addestrato e agguerrito come gli Amaleciti? Verrebbe davvero di sentirsi cadere le braccia e invece occorre "rinvigorire le braccia infiacchite e le ginocchia vacillanti". Per questo Mosè va sul monte a pregare con le mani alzate verso il cielo, mentre Giosuè sta laggiù nella valle a combattere. Israele non può non combattere, ma a determinare la vittoria contro Amalek non sono né carri, né cavalli e neanche le mani forti e abili di Giosuè e dei suoi prodi: sono le mani povere e nude di Mosè. La preghiera è l'arma dei poveri.

1. La preghiera tiene in piedi il mondo. Due testimonianze al riguardo.
La prima è di Madeleine Delbrêl: "Senza preghiera, la Chiesa rischierà di diventare una specie di armata di combattenti spirituali in cui ciascuno ha il suo grado; senza preghiera, sarà difficile che la Chiesa sia per noi Gesù Cristo (...). La preghiera di una vita laica è una funzione pubblica. Oggi la preghiera è il bene più grande che si possa portare al mondo".
La seconda testimonianza è di Giorgio La Pira. Nell'imminenza delle elezioni politiche del 1958 così egli scriveva a Pio XII: "La mia vocazione è ‘misurata' dall'orazione, dalla meditazione, dallo studio: ritornerò a questi benedetti livelli del silenzio, dell'amore fraterno, della pace. Ma se devo restare nell'agone politico, il mio programma resta sempre più precisato: combattere l'ingiustizia, difendere gli oppressi, tutelare il pane dei deboli, sventare le insidie dei potenti. Se resto in questo agone, la mia testimonianza cristiana non può avere che questo carattere di fermezza e di decisione per la giustizia e la fraternità effettiva - istituzionale! - fra gli uomini. Se ciò, per ragioni ‘politiche', non sarà possibile, non potrò che fare una cosa sola: ritirarmi nel mio ‘eremo' di meditazione e di preghiera".
La conclusione che si può tirare dalla lezione di questi, come di altri combattenti spirituali - quali Gandhi, M. Luther King, Alcide de Gasperi, Carlo Carretto - si può formulare con le parole di S. Basilio Magno: "Chi prega, ha le mani sul timone della storia".

2. Ma non è possibile pregare senza fede. Quante volte ci viene da chiedere: come mai Dio non ascolta la nostra preghiera e non fa regnare finalmente la giustizia nel mondo? Ma noi abbiamo veramente fede?
La fede di cui parla Gesù, secondo Luca, indica la certezza che Dio c'è e agisce nella storia. È questa la fede che fa vivere un giusto rapporto con Dio, secondo quanto si legge nel rotolo del profeta Abacuc (2,4): "Il giusto vive di fede".
Poiché questo versetto ritorna tre volte nel Nuovo Testamento (Rm 1,17; Gal 3,11; Eb 10,38), può essere utile tornare al suo contesto originario. Il libro di Abacuc si apre con un lamento del profeta, per la disfatta della giustizia: Dio risponde che tutto ciò sta per finire perché arriverà presto un nuovo flagello, i caldei, che spazzerà via tutto e tutti. Il profeta si ribella a questa soluzione: è questa la risposta di Dio, un'oppressione che si sostituisce ad un'altra? Ed ecco il punto dove Dio aspettava il profeta: c'è una solennità insolita, nel modo in cui l'oracolo divino è introdotto: "Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette... È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà" (Ab 2,2-3).
Al profeta è chiesto il salto della fede. Dio non scioglie l'enigma della storia, ma chiede di fidarsi di lui e della sua giustizia, nonostante tutto: la soluzione non sta nella fine della prova, ma nell'aumento della fede.
"Il più grande messaggio di questo profeta non sta tanto in nuovi argomenti teologici addotti per spiegare l'agire di Dio, ma sta nella posizione vitale da lui adottata. Solo il dialogo con Dio, la domanda, l'obiezione, l'atteggiamento di fede, la speranza contro ogni speranza, costituiscono la via giusta di interpretazione della storia e dei problemi che pone" (L. Alonso Shoekel).
La lezione che Dio dà attraverso il profeta è questa. La storia è una continua lotta tra bene e male: la vittoria definitiva del bene sul male non è da ricercare nella storia stessa, ma al di là di essa; tuttavia Dio è talmente sovrano e in controllo degli eventi che fa servire ai suoi piani misteriosi anche l'agitarsi degli empi, anche il peccato. Come leggiamo in s. Agostino: "La Chiesa cammina pellegrina nel tempo, tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio". La fede ci permette di sperimentare le consolazioni di Dio anche mentre durano le persecuzioni del mondo, senza aspettare che siano cessate. "Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede" (1Gv 5,4). Questa, e non altre.

3. È un messaggio di un'attualità straordinaria. Viviamo giorni in cui attorno a noi e dentro di noi si affaccia la grande domanda del profeta: "Signore, fino a quando?". La risposta di Dio è ancora la stessa: soccombe e si scandalizza chi non ha il cuore retto con Dio, mentre il giusto vivrà di fede perché guarderà la storia con l'occhio della fede, perché la fede offre la luce per rispondere alle domande più inquietanti: che cosa conta veramente nella vita? Cosa fa veramente lievitare la storia verso il Regno? Quale idea abbiamo noi di Dio e della sua vittoria nella storia?
Oggi è tempo di missione; è tempo di assumere nuovamente la dimensione militante della vita cristiana. È tempo di coraggio, di rafforzare le ginocchia vacillanti, di riprendere il gusto dello spendersi, la fiducia nella forza che la missione porta con sé.
È tempo di coraggio, anche se avere coraggio non significa avere garanzia di successo. Ci è richiesto il coraggio per combattere, non necessariamente per vincere; per annunciare, non necessariamente per convertire.
Ci è richiesto il coraggio per essere alternativi al mondo, senza però mai diventare concorrenti o aggressivi.
Ci è richiesto il coraggio per aprirci a tutti, senza mai sminuire l'assolutezza e l'unicità di Cristo, unico salvatore di tutti.
Ci è richiesto coraggio per resistere all'incredulità, senza diventare arroganti.
Coraggio per non confondere la Tradizione con le tradizioni, per non far coincidere automaticamente il nuovo con il vero, per distinguere il vero rinnovamento sia dal sovvertimento che dal formale abbellimento di facciata o, peggio, dall'ipocrita imbiancamento del sepolcro.
Coraggio nel resistere al fascino perverso del settarismo, nel respingere i facili estremismi, nel non sognare le soluzioni miracolistiche.
Coraggio nel non lasciarsi cullare dal tepore del nostro gruppo.
Coraggio nel riconoscersi sottoposti alle stesse seduzioni del potere, del denaro, e del piacere che siamo tanto bravi a denunciare negli altri.
Non si tratta solo di raccogliere le sfide del mondo di oggi, ma di lanciare la sfida del vangelo, di rovesciare le domande, di smuovere la palude. Scriveva R. Guardini: oggi occorre "un coraggio più puro e più forte di quello che si esige di fronte alle bombe atomiche e alla guerra batteriologica, perché si deve affrontare il nemico universale: il caos che sale nell'opera stessa dell'uomo".
Come la parabola del vangelo, anche la nostra riflessione si può chiudere con una domanda: quando il Figlio di Dio verrà, ci troverà addormentati, avviliti, riuniti in seduta permanente, oppure svegli, attivi e vigilanti?

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il Pane della Domenica". Meditazione sui vangeli festivi.
Ave, Roma 2009


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