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XXV Domenica del tempo Ordinario anno C. Dio e Mammona

L’invito di Gesù ai suoi discepoli è a procurarsi amici con la stessa determinazione che hanno i figli di questo mondo, ma anche facendo un uso diverso della ricchezza: si tratta di condividerla con i poveri che, essendo i primi cui è promesso il regno (cf. Lc 6,20), potranno accoglierli nelle dimore eterne, cioè dove c’è la vita in Dio per sempre.

Il brano del vangelo di Luca previsto dalla liturgia per questa domenica si ferma purtroppo al versetto 13, omettendo quello successivo che svela il contesto e l’uditorio della parabola e delle parole pronunciate da Gesù: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui” (Lc 16,14), aiutandoci a capirle in profondità. Abbiamo quindi degli uomini che ascoltavano le parole di Gesù ma, proprio a causa della loro cupidigia, del loro attaccamento al denaro, non potevano accoglierne l’insegnamento e finivano per disprezzarlo. Del resto è a questi stessi uomini religiosi, che gli rimproveravano il suo ricevere i peccatori e mangiare con loro (cf. Lc 15,2), che Gesù ha appena indirizzato le tre parabole della misericordia. E proprio questa grande capacità di compassione verso i deboli, gli smarriti, i peccatori fa dell’insegnamento di Gesù qualcosa di estremamente esigente: un insegnamento profetico che smaschera le diverse forme di idolatria capaci di alienare soprattutto gli uomini religiosi, un insegnamento che cerca di colpire, di smuovere i cuori degli ascoltatori per ricondurli all’unico Signore. Un insegnamento che sovente scompagina ancora oggi il nostro comune sentire: così la pagina odierna del vangelo – di facile comprensione letterale – ci appare irta di difficoltà nell’interpretarla, paradossale, con quella parabola così strana, apparentemente fuorviante e inadatta a rispondere alle esigenze di un’etica segnata da giustizia, veridicità, lealtà.

Cerchiamo tuttavia di cogliere con semplicità il messaggio evangelico: un amministratore, accusato di aver sperperato le ricchezze a lui affidate da un uomo ricco, prima di lasciare il proprio incarico, chiama i debitori del padrone e, con un’operazione di falsificazione delle ricevute, li rende debitori verso se stesso. Così, anche se licenziato, avrà qualcuno che gli dovrà riconoscenza. Grande astuzia, dunque, e grande, doppia disonestà verso il suo padrone, il quale tuttavia, conosciuta la vicenda e saputo come il suo amministratore si era “aggiustato il domani”, lo elogia per aver agito con scaltrezza. Sì, padrone e amministratore sono entrambi “figli di questo mondo” e il loro ragionamento è certamente mondano, segnato da furbizia, ma anche da falsità e ingiustizia.

Gesù dunque non loda questa azione in quanto tale ma, guardando ai suoi discepoli, “figli della luce” ma poco furbi, incapaci di strategie efficaci nella vita, prova una tenerezza mista a tristezza... I credenti autentici sono meno furbi degli “uomini religiosi”! L’invito di Gesù ai suoi discepoli è a procurarsi amici con la stessa determinazione che hanno i figli di questo mondo, ma anche facendo un uso diverso della ricchezza: si tratta di condividerla con i poveri che, essendo i primi cui è promesso il regno (cf. Lc 6,20), potranno accoglierli nelle dimore eterne, cioè dove c’è la vita in Dio per sempre. Questo è il modo di “profittare del tempo presente” (cf. Ef 5,16), del tempo che abbiamo in dono da vivere, per trasformare la ricchezza disonesta in fonte di comunione e di amicizia.

Le parole finali di Gesù si fanno dunque chiare: il discepolo non può servire a Dio e al denaro: o amerà Dio con tutto il cuore, tutta la mente, tutte le sostanze – cioè i beni – oppure amerà il denaro, le sostanze e non potrà amare Dio. Significativamente, il termine usato dalla nostra pericope per il denaro è Mamon, “mammona”, un termine in uso al tempo di Gesù e che nella sua radice si rifa al verbo aman, “credere”, “porre la fiducia in”; così negli scritti di Qumran indica un “idolo potente”, capace di affascinare e dominare.

“Dov’è il tesoro, là è anche il cuore” (Lc 12,34) aveva ammonito Gesù: se siamo attirati, se amiamo il denaro, allora esso come un idolo ci aliena, ci inganna e ci seduce, impedendoci l’amore e il servizio di Dio. Certo, ancora oggi chi è attaccato al denaro, è tentato di leggere questa parabola come una lode alla furbizia e alla disonestà: ma questo significa ragionare da figlio di questo mondo anche se si è “religiosi” e si appartiene alla comunità cristiana, ai discepoli di colui che ha detto “voi siete nel mondo, ma non siete del mondo”.

Enzo Bianchi

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