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XXVI Domenica del Tempo Ordinario anno A. Le parole e i fatti

Il brano evangelico ci suggerisce un metodo molto semplice per far verità e capire a che punto siamo: si tratta di andare oltre le parole che pronunciamo e di leggere la nostra vita per vedere se essa sia, nella concretezza dei fatti, un sì o un no di fronte alle esigenze della vita cristiana.

I pubblicani e le prostitute vi precedono nel Regno di Dio

Chi non si è trovato qualche volta nella situazione di entrambi i figli della parabola? Del primo che dice no al padre ma poi fa', e del secondo che dice sì ma poi evita di fare quanto richiesto. Proviamo ad analizzare entrambe le situazioni.

Sarà capitato a tutti di aver ricevuto una richiesta da un amico, da un datore di lavoro, dal proprio coniuge, dai genitori e di aver risposto, d’istinto, con un solenne no! Perché non avevamo tempo, perché pieni di cose da fare o anche semplicemente perché non ne avevamo voglia. Poi, passata la reazione del primo momento, abbiamo provato un po’ di rimorso di fronte alla persona cara che bussava alla nostra porta e abbiamo fatto lo stesso quella cosa, magari controvoglia e brontolando, ma l’abbiamo fatta. E sarà anche capitato, di fronte a una persona importante, un superiore, un amico, il datore di lavoro, di aver risposto subito sì, perché non potevano fare altrimenti, ma poi di essere sfuggiti e di aver evitato di fare quanto domandatoci.

Nel primo caso il no iniziale, pur nella sua durezza, esprime la verità e trasparenza di quello che sono e penso in quel momento: semplicemente non voglio fare quella cosa. Ma è proprio quella stessa verità e autenticità che mi porta anche a mettermi in discussione e ad arrivare al pentimento e al cambiamento. Nel secondo caso il sì iniziale non è autentico, ma dovuto a tanti fattori esterni perché a quelle persone non si può dire di no. Ma dietro la facciata c’è un cuore che si lamenta e brontola e alla fine trova il modo per sfuggire e non fare.

1. Per questo, dice Gesù “i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno dei cieli”; non certo perché essere pubblicani e prostitute sia giusto, ma perché nella loro condizione di pubblici peccatori, sono se stessi, veri, trasparenti, non hanno nulla da dimostrare perché tutti sanno chi sono e cosa fanno. Il loro no della vita è preciso e chiaro e non può che essere così, ma nello stesso tempo è proprio quel no che potrebbe aprire alla possibilità che ci ripensino e si aprano alla conversione.

Che cosa potrebbe provocarli a cambiare rotta? Proprio la richiesta di quel Padre che li chiama per nome e proprio a loro, segnati a dito e condannati da tutti, chiede di andare a lavorare nella vigna, cioè di seguirlo e di servire il regno. Gesù ha fatto proprio così: ha scelto i poveri, i peccatori, i piccoli, non per una scelta di classe, ma perché sapeva che avrebbero potuto dire di sì. Il no della loro vita sbagliata ha potuto diventare il sì di chi si è sentito accolto e amato. “Donna neanch’io io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). Non c’è nessuno stravolgimento o confusione tra il male e il bene, ma la consapevolezza che possiamo cambiare solo se riconosciamo di non essere giusti e di avere anche noi bisogno di conversione. Il no iniziale è quello che diciamo mille volte con la vita quando ci chiudiamo di fronte alla Parola, ne smussiamo gli aspetti spigolosi e difficili, vivacchiamo invece di vivere. Ogni volta che ci rendiamo conto del nostro no, possiamo provare quel dispiacere che è la porta d’ingresso del sì che ci salva.

2. Molto più difficile è la condizione di chi per paura, per salvare l’apparenza, per far bella figura, per non essere criticato, dice subito un sì di facciata ma poi nel cuore è abitato da rabbia, gelosia, stanchezza e cerca tutte le vie per evitare di fare quanto richiesto. Queste persone, direbbe Gesù, sono come quei sepolcri che all’esterno sono belli e puliti ma dentro sono pieni di morte (cfr. Mt 23,27). Queste persone si ritengono giuste, hanno un ruolo sociale e anche religioso, sono ritenute buone e brave da tutti e non possono rinunciare a questa immagine. Se dicessero un no, come vorrebbero nel cuore, cadrebbe la loro maschera e allora dicono un sì esteriore che in realtà è un no del cuore e poi della vita.

Questa condizione è proprio la più difficile. Chi fa più fatica a cambiare è chi non ammette di aver bisogno di cambiare. Tante volte non c’è speranza in questa situazione. Spesso il nostro cristianesimo è di facciata: crediamo, andiamo a Messa, preghiamo, ma tutto è vuoto e abitudinario. Oppure siamo dei buoni cristiani tra le mura della comunità e usiamo altre logiche al lavoro o nelle relazioni. Oppure siamo bravi in certi aspetti della vita cristiana ma ci sono stanze ancora buie, con situazioni ambivalenti che non abbiamo risolto e con cui conviviamo tranquillamente. Tutti abbiamo bisogno di conversione, nessuno di noi può ritenersi giusto di fronte alle esigenze del vangelo.

Di fonte alla domanda di Dio che invita ad andare a lavorare nella sua vigna la risposta positiva è d’obbligo. Come si può dire di no a Dio? Come non credere nelle sue Parole? Come non assentire di fronte a tutti i valori cristiani affermati con solennità e convinzione? Ma tutto questo tante volte non sfiora la nostra tiepidezza, non infrange la doppia vita, non entra nelle nostre stanze nascoste. Siamo impenetrabili nella nostra presunta giustizia e così il sì delle labbra è un solenne no della vita.

3. Potremmo guardarci attorno e riconoscere la disponibilità dei peccatori e la chiusura di coloro che si sentono apposto, ma se ci guardiamo dentro dobbiamo riconoscere che questi due figli non sono due persone distinte ma ci abitano dentro. Noi siamo entrambi questi figli: a volte viviamo un no che diventa sì, altre volte il nostro sì è la facciata di un no più profondo.

Il brano evangelico ci suggerisce un metodo molto semplice per far verità e capire a che punto siamo: si tratta di andare oltre le parole che pronunciamo e di leggere la nostra vita per vedere se essa sia, nella concretezza dei fatti, un sì o un no di fronte alle esigenze della vita cristiana. Gesù lo ripete spesso: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). E questa volontà di Dio chiama in gioco soprattutto il comandamento dell’amore e la disponibilità a darsi da fare nella vigna del Signore.

Il Signore ci doni l’umiltà di metterci sempre in discussione, l’inquietudine di fronte ad ogni Parola che ascoltiamo, il dubbio che ci apre alla ricerca, la pazienza di far verità sempre di nuovo nella nostra vita. E se molte volte la vita è abitata da tanti no, possa lo Spirito aprirci al desiderio di un sì almeno del cuore e del desiderio; i frutti non mancheranno di venire.

Commento di don Giampaolo Dianin

tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2007

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Per approfondimenti: www.musicasacra-bari.it

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