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XXXII Domenica del tempo Ordinario. «Uguali agli angeli e figli della resurrezione»

Dopo il suo ingresso messianico a Gerusalemme, Gesù si reca al tempio, il cuore della vita di alleanza tra Dio e il suo popolo. Qui i rappresentanti dei vari gruppi religiosi di Israele, sempre più irritati dalla sua autorevolezza e «decisi a farlo perire» (cf. Lc 19,47), lo interpellano su varie questioni per coglierlo in fallo. Oggi ascoltiamo la controversia che oppone Gesù ai sadducei, i potenti della nobiltà sacerdotale, che lo interrogano sulla resurrezione dei morti.

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I sadducei, che sulla base di un’interpretazione letteralistica della Legge di Dio, la Torah, «negano che vi sia la resurrezione», pongono a Gesù un quesito volto a mettere in ridicolo la posizione di quanti credono alla resurrezione. Rifacendosi in modo capzioso alle Scritture, citano la cosiddetta «legge del levirato» (cf. Dt 25,5-6): quando un uomo muore senza aver lasciato discendenza, la vedova deve sposarne il fratello, in modo da dargli un figlio che prenda il nome del fratello morto e non lasci estinguere il suo nome in Israele. Stravolgendo questa norma finalizzata alla vita, i sadducei creano ad arte il caso grottesco di sette fratelli che muoiono senza lasciare figli, dopo aver sposato in successione la stessa donna: nella resurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie?

Gesù non si lascia tentare dallo spirito polemico, ma risponde invitando i suoi interlocutori ad andare in profondità. Egli afferma innanzitutto che la sessualità, sulla quale pure riposa la benedizione creazionale di Dio (cf. Gen 1,28), è transitoria in quanto appartiene alla condizione terrestre degli esseri umani ed è figura di una realtà che la trascende: la fedeltà, l’alleanza nuziale di Dio con il suo popolo, con tutti gli uomini (cf. Os 2,18-22; Ef 5,31-32)! Non la procreazione garantisce la vita eterna, ma la potenza di Dio: questo significa che gli uomini saranno «uguali agli angeli e figli della resurrezione», in una comunione finalmente piena con Dio nel Regno…

Poi Gesù scende sul terreno dell’interpretazione delle Scritture: egli non scruta la Legge nel tentativo di piegare Dio alle voglie umane, ma sa risalire alla volontà di Dio, il Legislatore. E così trova testimoniata la resurrezione al cuore della Torah, là dove Dio, rivelandosi a Mosè nel roveto ardente, gli dice: «Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (Es 3,6). Gesù intende dire che, se Dio è stato il custode e il liberatore dei patriarchi, non lo è stato per un tempo passeggero, restando poi vinto dalla potenza della morte, ma lo è stato soprattutto di fronte alla morte, strappando ad essa i padri nella fede. E conclude: «Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui», già oggi e poi oltre la morte. Sì, l’alleanza che Dio stringe è eterna e non può trovare ostacoli nella morte: Dio ama l’uomo di un amore più forte della morte, e l’uomo che vive per lui quale Signore vive eternamente, risuscitato dalla potenza di Dio!

Il vero problema non è dunque quello di porsi domande oziose sul «come» della resurrezione e della vita futura nel Regno. Occorre piuttosto chiedersi: per chi e per che cosa vivo qui e ora? Ovvero: sono capace di amare e accetto di essere amato? A queste domande ha saputo rispondere Gesù, lui che ha creduto a tal punto all’amore di Dio su di sé da amare Dio e gli uomini fino all’estremo. È in questo esercizio quotidiano che egli è giunto a credere e ad annunciare la resurrezione; anzi, potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte che si è manifestato vincitore attraverso la resurrezione. Sì, credere la resurrezione è una questione d’amore, è “credere all’amore”, l’amore vissuto da Gesù, l’amore che porterà noi tutti a risorgere con lui per la vita eterna.

Enzo Bianchi

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