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XXXIV Domenica del Tempo Ordinario anno B. Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

La regalità di Gesù viene solo da Dio, è quella di chi “è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Gesù sgombera così il campo da ogni possibile equivoco: la sua regalità non può essere intesa come potere di ordine terreno

Affresco di Monreale

L’anno liturgico si conclude con la celebrazione della regalità del Signore Gesù Cristo che, risorto da morte e asceso al cielo, ha ricevuto dal Padre “ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18). È lui “l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine” (Ap 21,6; cf. 1,8; 22,13); è lui che “verrà nella gloria e il cui regno non avrà fine”, come affermiamo nella professione di fede. Ma in che cosa consiste la “regalità” di Cristo? Il brano che oggi ascoltiamo ci presenta la risposta che viene dal Vangelo.

Nel contesto della passione secondo Giovanni (cf. Gv 18,1-19,37) le autorità religiose di Israele, dopo aver interrogato Gesù, lo conducono nel pretorio, dove ha inizio il processo romano. Pilato pone subito a Gesù l’unica domanda che gli preme come rappresentante del potere politico: “Tu sei il re dei Giudei?”. Egli conosceva probabilmente la speranza giudaica nella venuta di un re che avrebbe liberato con la forza Israele dal giogo romano: al tempo di Gesù questo era ciò che restava dell’attesa del Re Messia promesso da Dio per instaurare il suo regno di pace e giustizia (cf. Is 11,1-9)… Ora, Gesù era stato definito “re d’Israele” da Natanaele (Gv 1,49) e dal popolo che lo aveva acclamato durante il suo ingresso a Gerusalemme (Gv 12,13), ma egli rifiutava di essere considerato un re politico, rifuggiva la logica mondana del potere; ecco perché dopo la moltiplicazione dei pani, “sapendo che stavano per farlo re si ritirò sulla montagna, tutto solo” (Gv 6,15). Eppure gli apostoli, all’indomani della scandalosa morte in croce di Gesù, nell’alba pasquale oseranno chiedergli: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?” (At 1,6).

Paradossalmente è Gesù, in catene, a interrogare Pilato, il suo giudice: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. E di fronte alle sue esitazioni ribadisce con forza: “Il mio regno non è di questo mondo, non viene da questo mondo”: la regalità di Gesù viene solo da Dio, è quella di chi “è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Gesù sgombera così il campo da ogni possibile equivoco: la sua regalità non può essere intesa come potere di ordine terreno; “se il mio regno fosse di questo mondo” – precisa – “i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato”, come in effetti aveva tentato di fare Pietro, tagliando un orecchio al servo del sommo sacerdote (cf. Gv 18,10)… Pilato, sempre più impaurito (cf. Gv 19,8), chiede allora a Gesù: “Dunque tu sei re?”. Solo a questo punto, mentre è prossimo alla condanna a morte, Gesù può affermare: “Tu lo dici; io sono re”. Anzi, solo sulla croce si manifesterà definitivamente la regalità di Gesù, quando sul suo capo verrà posto un cartiglio trilingue che attesta: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei” (Gv 19,20)…

Poi Gesù aggiunge: “Per questo sono uscito dal Padre e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità”. E Pilato a lui: “Che cos’è la verità?” (Gv 19,38). Ma Gesù non risponde a parole, perché lo ha già fatto con tutta la sua vita, e soprattutto lo sta facendo ora, mediante la libertà e l’amore con cui vive la sua ingiusta passione. Così, poco dopo, conducendo fuori Gesù, Pilato dovrà proclamare, senza comprendere pienamente il senso delle sue parole: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5), l’uomo per eccellenza, l’uomo come Dio l’ha pensato e creato, l’uomo capace di amare “fino all’estremo” (Gv 13,1). Quella di Gesù è dunque una regalità “altra”, che si svela in pienezza solo nella passione e nella morte di croce; è la gloria di chi ama e dà la vita per i fratelli: in questo senso egli è “il Principe dei re della terra” (Ap 1,5), “il Re dei re e il Signore dei Signori” (Ap 17,14; 19,16).

Da questo episodio capiamo come nel cristianesimo la verità non sia un concetto astratto, ma la rivelazione del disegno di salvezza di Dio ad opera di Gesù; più semplicemente, la verità è una persona, Gesù Cristo (cf. Gv 14,6)! Quel Gesù che ha vissuto come “uomo per gli altri” (D. Bonhoeffer) e con tutta la sua vita ci ha insegnato che, attraverso l’amore, è possibile sperare che la morte non abbia l’ultima parola. Ecco perché il Padre lo ha richiamato dai morti e lo ha fatto risorgere: per mostrare una volta per tutte che, dove c’è una vita spesa nell’amore, questo amore vince anche la morte; per indicare la vita eterna che attende tutti gli uomini nel Regno, in Gesù Cristo, “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18).

Enzo Bianchi

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