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Evviva gli sposi! Delirio di nozze

I racconti del buonumore 18

Non teorizzerò sul comico ma proverò a raccontare una maniera grottesca di festeggiare nei miei paesi, al tempo della crisi generale, l’unione di due giovani, feste e cerimonie che, come si sa, hanno i loro inevitabili eccessi esteriori.
Cos’è oggi una festa di matrimonio se non un sequestro autorizzato di persona con relativo “pizzo” da versare a più riscuotitori?
Negli anni Novanta i giovani sembravano disposti, viste le elevate percentuali di separazioni e di divorzi e i costi del mettere su casa, a superare questa tipologia di festa, condotta secondo tradizioni barbariche e a procedere a sobrie costituzioni di famiglie di fatto o a quiete cerimonie intime e consumate con ristretti numeri di parenti e amici, ma l’ultimo decennio ha incrementato una furia festaiola che non tiene conto di crisi economiche, di impoverimenti collettivi e individuali e che non guarda in faccia a nessuno. Un clima da grande Gatsby, per cui se tu spendi dieci io ti subisserò spendendo trecento. E magari ingaggerò anche uno o più vip, a suon di euro, perché la mia festa sia sempre più una puntata di Beautiful o l’esplosione di uno show.

I mesi più disastrosi vanno da maggio a settembre, perché è allora che ci si sposa. Come dire che le forche caudine da attraversare per godersi le vacanze, dopo la denuncia dei redditi, sono insormontabili e che la ferocia tradizionalista dev’essere tragicamente rispettata. Non c’è rimedio. Quest’anno amici e parenti hanno fatto a gara nello stabilire una marea di appuntamenti matrimoniali di media entità: cinque inviti e tre partecipazioni. Una vera tassa sull’amicizia.
Si comincia con gli addii ai nubilati e ai celibati. I più modesti festeggiamenti prevedono pizza e birra e fin qui niente di grave, ma non sono più sufficienti.

Gli addii al nubilato/celibato avvengono durante una intensa e spesso segreta campagna acquisti che comporta la perlustrazione di tutti i centri della moda. Cercare un vestito griffato eccentrico e unico, un abito sartoriale con relative parure e scarpe e stole non è cosa semplice. Perché bisogna evitare abiti poco costosi per non incappare nell’imbarazzante e malaugurato caso di capitare nella stessa festa con una invitata che sfoggia una identica mise. Il rischio gemelle-Kessler è in agguato. Un abito di media fattura va dai cinquecento euro in su e se si tratta di abiti da testimone o da genitori e genitrici i prezzi salgono vertiginosamente. Ovviamente un abito usato in un matrimonio dev’essere dismesso immediatamente, oppure usato solo nel caso di partecipazione ad altra festa matrimoniale lontana geograficamente da quelle a cui abbiamo già partecipato, “perché me lo hanno già visto”.

La festa è pur sempre un set. Un set che ha nelle acconciatrici e negli acconciatori e nei gabinetti di estetica e nei centri di cosmesi i suoi piccoli sancta sanctorum. Dove bisognerà lasciare ovviamente tanti oboli che, lapperlà, non costituiscono peso ma che nell’insieme qualcosa importano sull’erario familiare. Un parrucchiere che prende cinquanta o cento euro a taglio, in caso di matrimonio triplica il conto.
Poi arriva il punto dolente. Il regalo. Qui scatta un meccanismo di equiparazione degli esborsi al costo dei pranzi. Si sono costituite società di venditori di feste, in resort, masserie, spa, grandi alberghi che offrono pacchetti a prezzi che oscillano tra i centocinquanta e i trecento euro a cranio. Se il costo del coperto è di questa entità, il regalo potrà mai essere di valore inferiore? Ergo salirà a minimo duecento, duecentocinquanta euro a persona. Il management matrimoniale ha inventato a questo proposito sbugiardevoli liste-nozze che più frequentemente sono fatte presso agenti di viaggio. Liste che sono andate a toccare in questi anni anche i battesimi, i compleanni, le cresime. C’è una lista per tutto e un binario donativo obbligato. Rapine su rapine.

Finalmente il rito. In una chiesa affollatissima dove si crepa di sudore per la canicola e dove ci si arriva tappati di cravatta e stole e abiti da pregamorti e cappelli, c’è sempre un sacerdote che deve ripetere con assoluta originalità il significato delle Nozze di Cana e l’obbligo degli sposi a domineddio, ai genitori, al rispetto del partner. Un’ora di monologo che nessuno ascolta, mentre cola il sudore, gli amici stanno preparando le tonnellate di palloncini e i sacchi di riso e di petali di fiori e gli scherzi da prete sul sagrato. Col fotografo ufficiale che porta avanti la sua battaglia serrata degli scatti più comici di questo mondo. Una operazione che ha avuto inizio già da giorni e che ha ripreso gli sposi seduti in terrazza o nell’atto di mangiare il polpo crudo sul porto o raccogliere i fioroni nella vigna.
Seguono due ore di attesa nella sala delle feste di due sposi perduti tra le foto di rito, con la musica che già spara da casse acustiche in assetto di guerra. C’è da far esplodere le sale, spaccare i muri e i timpani, mentre file di forsennati in tight scaricano antipasti, primi, secondi, dolciarie, frutta per eserciti di affamati e signore sopraffini e gentiluomini ingessati che fanno a pugni intorno al buffet. Come fossero arrivate in un porto del Biafra duemila navi di aiuti umanitari.

Intanto la musica va. A seconda della follia del dj o del gusto degli sposi. In una festa ti trastulleranno con musiche latino-americane dal principio alla fine, con mandrie di donne, sono solo loro perché i maschi sono timidi, che si muovono a comandi a destra o a sinistra in esercitazioni da “sabato fascista”. Oppure ti spareranno musica tecno e hip hop nelle orecchie per otto ore producendoti attacchi di acufeni da cui non riuscirai più a venirne fuori. Altrove troverai la passione del rock e un intramontabile concerto che lascerà le piste da ballo,dopo i primi saggi, totalmente vuote. Il dj si affannerà a chiamare gli sposi per il ballo di apertura o per il ballo con i testimoni o con i genitori di lei e poi con quelli di lui e poi con tutti e quattro o con facenti funzioni in caso di divorzi pregressi.
Con i palloncini finali che vengono incendiati e liberati sui campi secchi e in attesa di prendere fuoco e fuochi d’artificio che fanno tanto cinema ma che portano un senso di liberazione conclusiva. Un preludio a due giorni di ferie o di riposo per malattia, utili a riprendersi da queste goduriose, infinite, fantasiose feste del ventre, del portafogli e dei timpani rotti.

Raffaele Nigro
 
© Avvenire, 22 agosto 2012

 

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