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«Fermare il circolo vizioso fame-sprechi»

​Tagle porta le «buone pratiche Caritas» alla Fao. «Vanno aiutati i contadini del Sud del mondo»

«Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame». È partito da questa affermazione tutt’altro che “banale” e “semplicistica” dell’Evangelii gaudium di papa Francesco, l’intervento del cardinale Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis, all’apertura, ieri, della 154esima sessione del Consiglio della Fao.

Un evento organizzato insieme alla rappresentanza dell’Iran presso l’agenzia Onu. Da una parte, c’è lo scandalo delle 1,3 miliardi di tonnellate di cibo – un terzo della produzione alimentare mondiale – buttate via. Dall’altra, il dramma dei 795 milioni di affamati nel mondo. A collegare i due fenomeni, intuitivamente correlati – ha sottolineato l’arcivescovo di Manila – la constatazione che il «mercato da solo non basta». La riflessione non è nuova – è uno dei pilastri della Dottrina sociale della Chiesa –, tuttavia, il cardinal Tagle l’ha esplicitata alla luce della Caritas in veritate di Benedetto XVI e del magistero bergogliano. Con un obiettivo preciso: realizzare politiche urgenti per garantire il diritto umano fondamentale ad un’adeguata alimentazione per tutti. Perché «impedire che i frutti del lavoro umano non vadano perduti è una questione di giustizia », ha detto l’arcivescovo di Manila a RadioVaticana . Non è una sfida impossibile. È questione, ha ribadito il presidente di Caritas Internationalis, di cambiare paradigma, andando al nocciolo del problema: la lotta alla fame non è una questione tecnica, bensì «etica e antropologica». Dunque, riguarda tutti. Lo aveva detto il Papa, l’11 dicembre 2013 – come ricorda Il Sismografo – nel presentare la campagna mondiale di Caritas “Una sola famiglia umana, cibo per tutti”: «Lo scandalo per i milioni di persone che soffrono la fame non deve paralizzarci, ma spingerci ad agire».

Il cardinale Tagle ha illustrato alla Fao le azioni promosse dalla Caritas nell’ambito di tale iniziativa. Come l’esperimento in Malawi, dove le “perdite” dei raccolti si dovevano a problemi di stoccaggio, per migliorare le tecniche e le competenze degli agricoltori nella conservazione. O gli interventi in Maine, negli Stati Uniti, per rendere più fluida la distribuzione, attraverso una rete di cooperative femminili. Esempi di «buone pratiche» – ha concluso monsignor Fernando Chica Arellano, osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao – come il sostegno alla piccola produzione rurale sia la chiave di una politica efficace e non assistenziale contro fame e sprechi. Formazione, finanziamenti ad hoc, sostegno ai contadini, a differenza degli aiuti a pioggia, sono in grado di innescare, spesso con risorse modeste, circoli virtuosi. Una prospettiva condivisa dalle ricerche della Fao. Soprattutto nel Sud del mondo – si legge nell’ultimo rapporto sulla questione, del 2011 –, le perdite di alimenti avvengono, nel 40 per cento dei casi, nelle prime fasi della produzione. Per un costo – insostenibile per tali nazioni – di oltre 310 miliardi di dollari. In pratica è come se il raccolto di una superficie maggiore di quella cinese andasse perduto. Lo sperpero di cibo non è, però, solo un problema dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Nel Nord gli sprechi dilapidano una cifra maggiore – bensì proporzionale al reddito pro capite –: 680 miliardi. In questo caso, le perdite sono connesse a problemi di trasporto e stili sbagliati di consumo, da qui l’idea di ampliare le campagne di sensibilizzazione.

Lucia Capuzzi

© Avvenire, 31 maggio 2016

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