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Germania: prima la fede, poi le strutture

Verso l'anno della Fede. Dossier La sfida di credere 4.

L'Anno della fede visto e vissuto dalla Chiesa tedesca sarà un anno speciale. Non solo è tedesco il Papa che l’ha indetto, e tedesco il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, caso unico nella storia. Ma è la Germania stessa, con tutto il suo peso, a essere un caso esemplare della secolarizzazione che ha investito brutalmente l’Europa, del nord e non solo. Durante questo pontificato non sono mancati i sommovimenti, avvertiti fino a Roma. Come il memorandum firmato da un gruppo di 143 esponenti di diverse facoltà di teologia, che partendo dallo scandalo degli abusi sessuali commessi in alcune strutture ecclesiali hanno proposto un nuovo inizio per la Chiesa tedesca all’insegna di una rottura: tra le altre cose, con il magistero nel campo dell’etica sessuale, con la struttura gerarchica della Chiesa stessa, con il celibato sacerdotale. Ma anche nella lettera sulla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani – quella in cui Benedetto XVI ha ricordato che «in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento» – qualcuno ha scorto un riferimento ad ambienti e personalità del cattolicesimo tedesco in queste parole drammatiche: «Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco». Proprio in Germania, infatti, nonostante la presenza della Fraternità sacerdotale di San Pio X sia assai minore che in Francia, e più accomodante, il tentativo di superare lo scisma operato da Lefebvre ha scatenato reazioni polemiche.

A una comunità ecclesiale gloriosa e complessa, attraversata ancora da istanze di rinnovamento traumatico e da tensioni risalenti agli anni ’60 e ’70, ma che contemporaneamente ha dato alla Chiesa universale un pontefice e uno dei maggiori teologi contemporanei, a una Chiesa che ha visto un’erosione costante delle vocazioni e dello stesso numero dei fedeli (150 i nuovi seminaristi registrati nel 2011, 100mila i cattolici in meno ogni anno a partire dal 2000) ma che continua ad avere un grande slancio caritativo (450 i milioni di euro donati per progetti di carità e missionari nei cinque continenti), Benedetto XVI ha indicato di persona le direttive per vivere l’Anno della fede. L’ha fatto nel suo viaggio apostolico in Germania nel settembre dell’anno scorso e nei discorsi che ha pronunciato. In uno in particolare, quello al consiglio del Comitato centrale dei cattolici, ha voluto toccare un punto dolente. La Chiesa tedesca è «organizzata in modo ottimo, ma – ha chiesto Ratzinger – dietro le strutture vi si trova anche la relativa forza spirituale, la forza della fede nel Dio vivente? Sinceramente dobbiamo dire che c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito».

Il senso teutonico per l’ordine e l’organizzazione ha fatto delle 27 diocesi, delle curie e del loro "indotto" macchine efficientissime e imponenti. Con 1,2 milioni di addetti, la Chiesa cattolica e quella evangelica sono insieme il secondo datore di lavoro in Germania dopo l’amministrazione pubblica. La Chiesa cattolica dà lavoro in particolare a circa 650mila persone di cui 500mila impegnate nella Caritas. Per questa sproporzione tra apparato e fede autenticamente vissuta – che riguarda anche il mondo della teologia, di cui la Germania continua a essere una riserva di prima grandezza per autori, pubblicazioni e facoltà –, così come per il rischio di prestare eccessiva attenzione a questioni in fondo secondarie, è venuto il monito del Papa: «La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo a un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace».

E C'È CHI CERCA LA STRADA PER TORNARE A ROMA
Nel Paese culla del protestantesimo, già teatro delle guerre di religione e dove accanto a 24,6 milioni di cattolici vivono 23,9 milioni di evangelici, il dialogo ecumenico è diventato un impegno primario della Chiesa tedesca dopo il Concilio. E le iniziative interconfessionali non si contano. Tra cattolici ed evangelici l’intesa che si è creata ricorda quella tra cattolici e anglicani in Gran Bretagna. E, proprio come in terra inglese, la maggiore conoscenza reciproca ha avuto in diversi casi, come effetto collaterale, il passaggio al cattolicesimo di gente comune come di pastori.

È il caso per esempio di Hans Janssen, 55 anni, già alla guida della comunità di Detern, nella Bassa Sassonia, padre di quattro figli, portato sulla via di Roma nel 2008 dall’approfondimento del significato dei sacramenti, e in particolare della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Dopo una dispensa papale, è stato accolto per tre anni nel seminario di Francoforte e lo scorso maggio è stato ordinato sacerdote ad Amburgo, nella cui diocesi oggi presta servizio. Del luglio dello scorso anno è il caso di Jochen Schubert, pastore a Seelingstädt, in Sassonia, un Land della Germania dove è preponderante la presenza evangelica. Le sue liturgie si erano fatte nel tempo sempre più vicine allo "stile" cattolico, a partire dalla talare bianca che Schubert indossava al posto di quella tradizionale nera. 48 anni, sposato e con una figlia, anche lui ha avuto il permesso per completare la formazione in vista dell’ordinazione e dell’incardinamento nella diocesi di Dresda.

«È stato un lungo processo, non una cosa capitata all’improvviso» ha detto invece della propria vicenda Jens Bulisch, 39 anni, studi di teologia a Lipsia, pastore di una cittadina sempre della Sassonia, Schmölln, il cui passaggio al cattolicesimo è diventato pubblico la scorsa estate. Nel suo «lungo processo» ha avuto un ruolo significativo la frequentazione e la collaborazione diretta con numerosi cattolici.

Si tratta di vicende personali accolte con rispetto dalle comunità protestanti, ma non sempre. Ralf Krause, per 16 anni pastore in varie cittadine della Vestfalia occidentale e dallo scorso ottobre in servizio presso la parrocchia cattolica di Hagen, nella Foresta di Teutoburgo, è stato trattenuto dal timore della reazione del proprio mondo. L’adesione al cattolicesimo, come ha confessato a una rivista evangelica, gli è costata non poche amicizie e qualche battuta sferzante. Riguardo ai motivi della sua scelta, Krause ne ha citati due: l’unità e unicità della Chiesa fondata dagli apostoli e l’incontro con la liturgia cattolica, in particolare durante una festa del Corpus Domini nel 1994, che lasciò dentro di lui un seme cresciuto nel tempo.

Coinvolte in questo fenomeno sono anche figure in vista. È il caso dei coniugi Klueting. Harm, classe 1949, pastore evangelico, una carriera accademica come docente di storia contemporanea e storia della teologia tra varie università di Germania e Svizzera, nel 2004 è diventato cattolico e lo scorso anno è stato ordinato a Colonia dal cardinale Meisner, in una cerimonia nel seminario diocesano. La moglie Edeltraud, affermata medievista, è diventata terziaria carmelitana. Per entrambi è stato un passaggio ideale da Dietrich Bonhoeffer a santa Edith Stein, due figure cui Harm ha dedicato uno splendido saggio, che porta come sottotitolo Due vie nella sequela di Cristo.

LO STORICO DELLA CHIESA IMKAMP: RIPARTIRE DAL CATECHISMO
Per i suoi sessant’anni, a monsignor Wilhelm Imkamp è stato appena dedicato un volume che raccoglie i contributi di personalità come monsignor Georg Gaenswein, Martin Mosebach, il cardinale Walter Brandmüller, l’arcivescovo Luis Ladaria e il principe Albert von Thurn und Taxis. Storico della Chiesa, consultore della Congregazione per le cause dei santi e di quella per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, rettore del santuario bavarese di Maria Vesperbild, Imkamp è un osservatore autorevole e schietto del cattolicesimo tedesco.
Di quale tra i possibili frutti dell’imminente Anno della fede la Chiesa tedesca ha più bisogno?
È necessaria una vera recezione del Catechismo della Chiesa cattolica, che deve diventare un fondamento vincolante per la trasmissione dei contenuti della fede. Questo vale per la preparazione ai sacramenti, per il piano di formazione e per i programmi didattici degli insegnanti di religione, ovviamente fino alla preparazione dei sacerdoti.
Lei è il rettore di un santuario molto famoso, segno di un amore secolare del cattolicesimo tedesco per la Madonna. Questo amore c’è ancora o l’importanza di Maria deve essere riscoperta?
Anche solo il titolo di «Mater Ecclesiae» mostra l’importanza che la Vergine Maria ha per questo Anno della fede. Lei è la «Porta della fede» e perciò anche «Porta del Cielo». Nel santuario di Maria Vesperbild fiorisce e arde l’amore per la Madre di Dio. E la pietà popolare avrà un significato speciale nell’Anno della fede.
Un atteggiamento di contestazione del magistero e un certo spirito anti-romano sopravvivono nelle Chiese di lingua tedesca, nonostante si siano rivelati sterili e, nel post-Concilio, abbiano desertificato tante comunità cristiane. Perché resistono ancora?
Riguardo al sentimento anti-romano Hans Urs von Balthasar ha già detto tutto ciò che c’era da dire. Purtroppo questo è un continuum nella storia della Chiesa tedesca. Per dirla in modo un po’ forte, Febronio (1701-1790 - canonista tedesco che negava al Papa il diritto di pronunciarsi sulla condotta delle Chiese nazionali, ndr) vive ancora, e molti teologi tedeschi non sono mai andati oltre il Concilio di Pistoia (1786  - condannato da Papa Pio VI: vi fu proposta una riforma della Chiesa in senso giansenista, ndr). Il sentimento anti-romano è in fondo un relitto del Settecento.
Perché la Chiesa e la stessa fede a molti giovani risultano così poco convincenti?
L’apparato ecclesiale, con il suo complicato sistema di commissioni e di consigli, non viene percepito nella sua grandezza spirituale ma come un semplice ente di diritto pubblico che si sforza in tutti i modi di avere rilevanza sociale. Ma gli effetti sul lungo termine, per esempio delle Giornate mondiali della gioventù o dei nuovi movimenti ecclesiali, potrebbero cambiare le cose.
È tipico oggi che a sacerdoti e personalità della Chiesa venga chiesto di pronunciarsi su qualsiasi tema che tocca la vita sociale: ecologia, lavoro, diritti umani... C’è chi sostiene che sarebbe meglio concentrarsi sui contenuti della fede lasciando perdere il resto. Lei cosa ne pensa?
Sono pienamente d’accordo. Senza l’assimilazione del Catechismo, di cui dicevo prima, la fede evapora, svanisce. Anche qui c’è tuttavia la speranza di una correzione, per esempio con progetti come YouCat (il Catechismo dei giovani diffuso alla Gmg di Madrid, ndr).
La fede si esprime anche attraverso segni: quali andrebbero riscoperti?
È necessaria una speciale introduzione ai sacramentali. La pietà popolare ne conosce bene il profondo significato, sono un tesoro da riscoprire e da offrire nuovamente. Una pastorale che pensi a come riuscirci mi pare urgente.


Andrea Galli
 
© Avvenire, 12 agosto 2012
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