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I messaggi di Natale delle Chiese di Gerusalemme e di Pizzaballa

La nascita di Gesù trasforma ogni male in pienezza di vita. E’ il cuore dei messaggi, in occasione del Natale, dei patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme. Essere cristiani significa donare la vita: è quanto evidenzia monsignor Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme

Di fronte alle molteplici forme di peccato “che rendono schiava la nostra umanità” - tra queste la guerra e l’ingiustizia, l’allontanamento e l’oppressione, la distruzione e il consumo eccessivo -, i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme, nel loro messaggio di Natale ricordano che “la celebrazione della nascita di Cristo è un costante richiamo alla redenzione che Dio ci ha concesso trasformando ogni forma di male e di peccato in pienezza e interezza di vita”.

La nascita di Gesù, speranza e vita

“Gesù Cristo ha preso la forma umana per portare la salvezza e la redenzione al mondo intero – si legge nel testo –. L’opera salvifica di Gesù è stata quella di trasformare il mondo intero nella verità della sua salvezza”. I patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme sottolineano poi che “come persona umana, Gesù ha sperimentato la nostra umanità in modo che potessimo essere trasformati a sua immagine e somiglianza” aggiungendo che “Gesù stesso ha sperimentato la mancanza di una casa, essendo un rifugiato. Ha anche affrontato minacce e, in ultima istanza, la morte”. Ma la sua nascita ha portato speranza e vita.

Preghiera di giustizia

La preghiera espressa nel messaggio è che il “Santo periodo del Natale porti giustizia a tutti gli uomini”. Nell’offrire inoltre il loro sostegno e le loro preghiere “per la presenza cristiana in Medio Oriente”, i tredici patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme firmatari del messaggio auspicano infine che questo Natale porti a tutte le nazioni notizie gioiose di pace, giustizia e riconciliazione” e che il Principe della Pace possa “trasformare il male e il peccato nel nostro mondo in luce e in pienezza di vita”.

Fare i conti con la fragilità

Al Patriarcato latino di Gerusalemme ha rivolto il suo messaggio anche l’amministratore apostolico, monsignor Pierbattista Pizzaballa, che considerando la realtà contemporanea osserva che “i tempi di Gesù non erano migliori dei nostri. C’era l’occupazione romana, c’era Erode, c’erano i vari centri di potere… in fondo l’uomo non sembra cambiato molto da allora”. Oggi, considera monsignor Pizzaballa, “dobbiamo fare i conti con la fragilità della vita politica, percepita sempre più lontana dalla vita reale della popolazione e apparentemente non in grado di affrontare in maniera sistematica gli enormi problemi sociali ed economici della nostra regione”; è “difficile, in questo contesto, vedere come sia possibile dare anche minime prospettive di respiro alla questione israelo-palestinese, che appesantisce la vita di gran parte della nostra comunità”.

Cambiare il cuore dell’uomo

L’amministratore apostolico del Patriarcato latino osserva che tante sono le proposte di soluzione, ma mai realizzate. E seppure il numero sempre più crescente dei pellegrini in Terra Santa alimenti l’economia, in gran parte del territorio della diocesi il lavoro resta il problema principale. “Assistiamo, inoltre, all’inasprirsi delle condizioni di vita di tanti lavoratori stranieri e immigrati – evidenzia monsignor Pizzaballa –. L’idea di emigrare diventa una tentazione, un pensiero persistente in tanti di noi (…) Tutto, insomma, sembra dirci che parlare di speranza sia semplice retorica, un estraniarsi dalla realtà vera della nostra terra”. Di fronte a tutto ciò “guai a rassegnarsi!”, afferma monsignor Pizzaballa. “La nascita di Gesù non ha cancellato nessuno dei drammi politici, sociali ed economici del suo tempo. Gesù non è venuto a rivoluzionare le strutture sociali del suo tempo, non ha voluto conquistare il potere, ma il cuore dell’uomo – precisa –. È così che ha cambiato il mondo”.

Donare la vita

Monsignor Pizzaballa conclude il suo messaggio rivolgendosi a quanti “con amore, nel silenzio e senza clamore, ancora oggi donano la loro vita e il loro cuore gratuitamente”: ai genitori che, nonostante le tante difficoltà, hanno avuto il coraggio di guardare al futuro e dare una speranza ai loro figli; a coloro che si spendono negli ospedali, nelle case per anziani, nelle case di accoglienza dei disabili; ai giovani che non rinunciano a sognare un futuro migliore; a quanti lavorano per la giustizia e la dignità di tutti; ai sacerdoti, religiosi e religiose. “A quanti, insomma, hanno capito che essere cristiani significa donare la vita, amare gratuitamente, senza attendere nulla per sé, perché hanno già tutto” rimarca l’amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme. “Sono loro la speranza della nostra Chiesa. In loro, qui, si celebra ancora il Natale vero”. 

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

© www.vaticannews.va, lunedì 23 dicembre 2019

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