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I nostri figli nel tritacarne dei media

La comunicazione indifferente alle età (e differenze) di chi la consuma

Viviamo in un’epoca davvero strana. Da un lato siamo continuamente richiamati al tema della differenza, presentata, non senza retorica, come un diritto da difendere in quanto tale. Dall’altro siamo sottoposti, di fatto, a un regime di indistinzione che rende tutte le differenze equivalenti, e quindi, paradossalmente cancellate, in un’assurda richiesta di "uguaglianza della differenza".

Questo "tritacarne culturale" si applica anche alle età della vita, in diversi modi. Intanto, ogni età ha i suoi diritti, ma il modello di riferimento è comunque la giovinezza, alla quale si socializzano precocemente i bambini e si ispirano con effetti ridicoli i tanti adulti-Peter Pan. Inoltre, pur essendo la nostra una età "puerocentrica", dove il bambino è al centro di una serie di attenzioni (molte delle quali del tutto superflue), nello stesso tempo si fatica a riconoscere la specificità, unicità, irreversibilità, crucialità di quel periodo di crescita straordinario che va dalla nascita al raggiungimento della maggiore età.

Lo smantellamento dei confini tra le fasce di età, e quindi dei limiti che ne conseguono, rientra in quel regime di normalizzazione culturale che ideologicamente viene presentato come libero e democratico: lasciare "libero" accesso ai minori rispetto a qualunque tipo di prodotto mediatico può venire presentato come un segno di evoluzione culturale, di antimoralismo, di fiducia nel senso di responsabilità di genitori ed educatori. Niente di più ideologico, e smentito dai fatti.

Basterebbe dedicare alle "diete mediali" dei minori la stessa cura che si dedica alla loro alimentazione: alle esagerate attenzioni da una parte (cibi biologici per infanti, menù scolastici dieteticamente ineccepibili che però i bambini non mangiano) non corrisponde altrettanta attenzione per quello che entra dai loro occhi e dalle loro orecchie: tanta tv spazzatura, tanti usi impropri, banali, stereotipati di parole che non sanno dialogare col silenzio, tanti corpi ridotti a pura esteriorità e modellati da sguardi oggettivanti. Eppure i sensi, che sono le nostre finestre sul mondo e l’interfaccia con gli altri, andrebbero tutti egualmente educati, coltivati a riconoscere le sfumature, e soprattutto le differenze, fin dall’età più tenera, quando la ricettività è straordinaria.

Democrazia non è "tutto uguale", né "accesso indifferenziato". Questa, al contrario, è una nuova forma di totalitarismo. Per scongiurare i totalitarismi – sosteneva Hannah Arendt – «bisogna fare delle differenze». E le età della vita sono differenti: lo scriveva Romano Guardini in un libro sempre attuale (Le età della vita, appunto) che tutti, o almeno tutti i genitori, dovrebbero leggere: per imparare che ogni età non è in-differente, ma profondamente diversa dalle altre; che ciascuna potrà essere vissuta in modo tanto più pieno, intenso e profondo quanto più rinuncerà a fare il verso alle altre, aggrappandosi a ciò che non può durare o anticipando ciò che può essere veramente assaporato solo quando è il momento. Questo significa spingere fino in fondo l’acceleratore di ciò che ogni fase ci chiede: per i ragazzi alimentare il desiderio, la curiosità, il senso di avventura, la scoperta, la tensione all’oltre; senza accontentarsi di imitare gli altri, o del "fast food culturale" così facilmente  accessibile, se non imposto. Ma significa anche saper rinunciare al "faccio quello che voglio", a una libertà priva di contenuti, quando gli anni passano ed essere veramente liberi comporta lo scegliere a cosa legarsi, che cosa far esistere e cosa far durare. Nel modo creativo e assolutamente singolare e unico di cui ciascuno è capace.

Purtroppo è il passaggio tra le età della vita a essere saltato. Anche a causa dell’individualismo, che ci priva di un punto di appoggio dato che gli altri, ci ricorda Ricoeur, sono i testimoni delle nostre promesse e quindi in qualche modo i custodi della nostra identità.

In un contesto in cui la differenza è resa equivalente e il limite rimosso, di chi è la responsabilità? Chi educa gli educatori? Perché educare è "condurre fuori": saremo liberi, ed educheremo i nostri figli alla libertà, se sapremo uscire dai luoghi comuni e vedere lo straordinario nell’ordinario, ciò che manca insieme a ciò che c’è, la realtà come simbolo e non come idolo. Facilitare l’accesso indifferenziato ai media è esattamente all’opposto: "condurre dentro".

Chiara Giaccardi
 
© Avvenire, 12 agosto 2012
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