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I veri deboli da difendere

Anche i rappresentanti istituzionali appoggiano «Uno di noi»

C'eravamo anche noi, quelli della petizione europea "Uno di noi", in piazza San Pietro domenica scorsa. Come cittadine e cittadini d’Europa , continuiamo a chiedere che questi vertici politici e istituzionali si impegnino a sospendere nei Paesi Ue la sperimentazione e la commercializzazione degli esseri umani, anche se si trovano ancora allo stadio di embrioni: perché, appunto, ognuno di essi è già "Uno di noi", come ha chiaramente riconosciuto anche la sentenza emessa il 18 ottobre 2011 a Lussemburgo, dalla Ceg, la Corte Europea di Giustizia, esprimendosi a favore della posizione assunta dalla sezione tedesca dell’associazione ambientalista "Green Peace".

Una sentenza, dunque, che appare in linea con certe linee di principio di quella "ecologia umana" di cui si incomincia a trovare traccia in vari, laicissimi, Paesi europei a cominciare dalla Francia. Laicamente, civilmente, questa sentenza ha chiarito una volta per tutte che la vita umana comincia dal concepimento: da quel momento, un uomo o una donna  sono esseri umani viventi, titolari di diritti come gli altri. Fin dall’inizio, dunque, non ci sono "zone grigie", non esistono "pre-embrioni" o altre stravaganti ipotetiche "possibilità" immaginate a carico della peraltro innocente verità biologica, ora riconosciuta anche sul piano giuridico. Ma era questa la fantasiosa linea che pretendeva di affermare, fino a pochissimi anni fa, una certa pubblicistica bioetica molto "ascoltata".

Oggi la sentenza della Ceg fa piazza pulita di tante e tali stranezze. Eppure i contenuti di essa restano ancora largamente ignorati: càpita ancora, ogni giorno, che questo o quello "scienziato/a", si dichiarino caldamente favorevoli alla sperimentazione sugli embrioni umani in quanto «così si eviterebbe la sperimentazione sugli animali». Come se gli embrioni umani fossero meno degni di rispetto e protezione. Tanta e tale resta, sul tema, la confusione sotto il cielo: non solo del nostro continente. E, dunque, se una grande quantità di associazioni europee, non solo cattoliche, non solo legate a una fede religiosa, stanno raccogliendo adesioni per la petizione "Uno di Noi" a favore del riconoscimento dei diritti umani del più debole, una laica ragione c’è, e di gran peso. Per questo motivo , sarebbe bello trovare al nostro fianco in questa battaglia per i "più deboli", anche molti pubblici personaggi che lo fanno per altri scopi, per esempio i diritti delle persone omosessuali e transessuali, secondo loro non ancora abbastanza riconosciuti dalla legge.

Parliamo, ad esempio, del ministro Josefa Idem, della presidente della Camera, Laura Boldrini, del neosindaco di Roma, Ignazio Marino; ma anche di deputati e senatori appartenenti ad altri schieramenti politici quali Giancarlo Galan, Sandro Bondi, Irene Tinagli, etc. Tutti vogliono che nel nostro Paese siano laicamente riconosciuti diritti che definsicono «dei più deboli». Anche noi lo facciamo. L’unica differenza sta nel fatto che i diritti umani ancora negati di cui ci occupiamo noi, non rendono alcun vantaggio sul piano del consenso elettorale, in quanto gli embrioni umani sono talmente più deboli di chiunque altro, da non poter neppure votare. Per il resto, non si vede per quale motivo costoro, assieme a tutte le persone sensibili all’affermazione dell’uguaglianza fra gli esseri umani, senza distinzione alcuna, non possano sottoscrivere anche la Petizione Europea "Uno di Noi".

Sarebbe ragionevole che lo facessero: tanto più che, per gli alti incarichi che ricoprono per mandato popolare, avrebbero anche il compito di rappresentare pure noi che, sui banchetti, nelle famiglie, nelle associazioni, nelle pubbliche piazze di tanti Paesi europei, lo stiamo già facendo. Con più di qualche gradevole sorpresa, come quella fornitaci dall’Olanda, dove il numero minimo di adesioni legalmente richiesto è già stato superato, ma la raccolta di firme continua. Coraggio, signore e signori, se battersi per i "diritti dei più deboli" è davvero la vostra battaglia, fate anche questa. Facciamola insieme.

Gabriella Sartori

© Avvenire, 19 giugno 2013