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I Vescovi invitano “a osare il coraggio della speranza”

Il Vangelo ci è donato come un granello di senape, come un frammento di lievito, come un chicco di frumento che marcisce per poi germogliare: cioè come appello esigente all’umile ma coraggioso dono di sé, come impegno sociale che non può essere separato dalla fede cristiana. Il messaggio sociale del Vangelo non può essere considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento ed una motivazione all’azione.

 

E’ l’appello lanciato dai Vescovi italiani anche alle popolazioni del Mezzogiorno: “Nessuno, proprio nessuno, nel Sud deve vivere senza speranza ”.

Fa eco alle parole di Giovanni Paolo II che riaffermava che spetta “alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, anche se questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione”.

Il nuovo documento, pubblicato il 21 febbraio 2010, è il frutto di un cammino di riflessione e di condivisione anche di studiosi laici, promosso dai Vescovi delle diocesi meridionali e condiviso da tutto l’episcopato italiano, confluito nel Convegno “Chiese nel Sud, Chiese del Sud” svoltosi a Napoli nel febbraio 2009. Esso è la coraggiosa denuncia del sussistere e dell’aggravarsi di una “questione meridionale”, che sembrava da tempo cancellata dall’ordine del giorno della opinione pubblica e dei politici, in parte sostituita dall’imporsi della “questione settentrionale”. Si articola in 20 punti, tratta di “vecchie e nuove emergenze”, di “speranza” da coltivare, di “risorse della reciprocità” e della “cura dell’educazione”; e si conclude con l’invito al coraggio e alla speranza “contro ogni tentazione di torpore e di inerzia, annunciando che i cambiamenti sono possibili”.

Affido alla lettura personale la conoscenza dei contenuti presenti nel documento.

Mi limito a sottolineare “le sfide culturali” e l’indebolimento del senso della socialità e del senso della legalità che esige il rilancio di “un serio e vigoroso processo educativo”. Di questa difficile problematica dirò solo dell’apporto che il Vangelo e la esperienza cristiana possono dare ai problemi di crescita del Mezzogiorno mediante il “ruolo attivo” dei credenti che miri a “cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile”.

Alcuni esempi a riguardo sono i seguenti: il cristiano diventa in tal modo soggetto dello sviluppo personale e comunitario. Come si può notare, si tratta di risorse spirituali, morali e culturali presenti nel territorio che attestano un forte radicamento popolare del senso religioso, ma non vissute con autenticità dai tanti che le utilizzano: una maggiore coerenza è necessaria.

Il Vangelo ci è donato come un granello di senape, come un frammento di lievito, come un chicco di frumento che marcisce per poi germogliare: cioè come appello esigente all’umile ma coraggioso dono di sé, come impegno sociale che non può essere separato dalla fede cristiana. Il messaggio sociale del Vangelo non può essere considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento ed una motivazione all’azione.

Allo stesso modo la catechesi non può limitarsi ad essere scuola di dottrina e trasmissione della fede: va rinnovata e ripensata perché diventi “occasione di incontro con la persona di Cristo e laboratorio in cui si fa esperienza del mistero ecclesiale, dove Dio trasforma le nostre relazioni e ci forma alla testimonianza evangelica di fronte e in mezzo al mondo”.

Anche le diverse Chiese presenti sul territorio possono diventare più capaci di incidere sulla vita sociale, anche nelle sue dimensioni economiche e politiche, grazie ad una reciproca interazione. Ogni Chiesa custodisce ricchezze spirituali che, se condivise e scambiate, possono diventare fermento di una società rinnovata nella qualità delle persone e nella gestione della vita comunitaria.

Le feste patronali testimoniano una speranza che, guardando con fiducia al futuro, promuova forme di condivisione e di scambio che “accrescano il senso della comunione ecclesiale e fermentino la coscienza e la responsabilità in tutti gli aspetti della vita sociale e civile?”.

Non sempre è così: a volte si perseguono altri scopi “diversi dalla solidarietà, dalla capacità di resistenza al male, dalla speranza oltre ogni ostacolo e difficoltà”.

E da ultimo, non certamente per importanza, il sacramento dell’Eucaristia, abbondantemente celebrato nelle nostra Chiese: è origine e compimento dell’umanesimo integrale? E’ condivisione, assunzione di responsabilità per gli altri?

Donare senza trattenere per sé è “lo specifico servizio dei discepoli di Gesù verso il mondo”. “Fondati nell’Eucaristia – suggeriscono i Vescovi – e nella sua esemplarità di condivisione, vogliamo rispondere all’appello del Signore”.

Promuoviamo il nostro ruolo attivo di credenti, vivendo con autenticità realtà già presenti: così il Mezzogiorno non sarà più “questione”, ma laboratorio in cui noi meridionali cristiani viviamo un modo di pensare diverso rispetto ai modelli che la modernizzazione a volte propone.

 
 
 

sac. Giacinto Ardito

Direttore Ufficio Chiesa e Mondo della Cultura

 

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