Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

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Il Candelabro monumentale per il Cero Pasquale nella Cattedrale di Bari

L’icona del Candelabro si inserisce tra le altre icone pasquali della nostra chiesa madre: l’ambone, il battistero, l’altare.

Lumen Christi

“Esulti ormai la turba degli angeli celesti!

 

Esultino i divini misteri

e per la vittoria di tanto re risuoni la tromba di salvezza.
Gioisca la terra irradiata da sì grandi fulgori e,
illuminata dallo splendore del re eterno,
si senta dell’universale caligine liberata.
Si allieti anche la madre Chiesa, di tanta luce adornata di fulgori.
E di grandi voci di popoli questa aula rimbombi.
 
... Per Cristo nostro Signore.
Lui che a questa notte, non di tenebre,
ma di luce madre, si è degnato condurre, nella quale è sorta dagli inferi
nel giorno eterno della risurrezione dei morti.
Sciolti così i legami, e schiacciato il pungiglione della morte,
è risorto dai morti lui che era stato tra i morti libero.
Per cui anche la notte stessa, per l’ornato stellare delle chiese,
dallo splendore dei ceri come giorno illuminata riluce,
perché nel suo mattino, risorgendo il Cristo,
la morte è morta dei redenti e la vita è risorta dei credenti.
Davvero tu sei il prezioso artefice, il creatore sei di tutto,
tu a cui la qualità non fu nell’opera dell’azione ma nell’imperio della parola.
Tu che l’ornamento e l’abito del mondo,
non per essere più grande quasi fossi povero di potenza,
né per esser più ricco quasi fossi bisognoso di gloria, creasti.
 
... la grazia di questo cero loderemo.
Il suo odore è soave, la fiamma ilare,
non con tetro odore da decomposizione trasuda,
ma con piacevolissima soavità; non è contaminato da pigmenti esotici,
ma riceve luce dallo Spirito Santo.
Esso, come acceso dà in pasto le compagini del proprio corpo,
così coagulate lacrime riversa in rivoli di gocce.
Esso le sue membra semibruciate
in ambroseo sangue per bionda vena distilla,
il fuoco vive dell’umore ricevuto.
Nel corpo di luce di questo cero, Onnipotente, ti chiediamo,
di concederci il dono della benedizione dall’alto.
E chi lo prenderà contro le raffiche dei venti,
contro il soffiare delle tempeste,
sia per lui, Signore, un singolare rifugio,
sia per i fedeli un muro contro il nemico.
Salva il tuo popolo, Signore,
e benedici la tua eredità,
perché nel ricorrere della festività della Pasqua,
attraverso questi riti anelando alle tue realtà visibili e invisibili,
mentre usano dei beni presenti,
il desiderio dei beni futuri in essi si accenda”.
 
(dall’Exultet I di Bari, X-XI sec.)

 

Sono note a tutti l’importanza e la bellezza della celebrazione della Veglia pasquale, “madre di tutte le sante veglie”. Con i suoi segni, le parole e i gesti, che attraverso i secoli sono giunti fino a noi, quella celebrazione ci ripresenta alla Risurrezione del Signore che, insieme alla sua morte, è fondamento della nostra fede e rivela la nostra dignità. Per questo nell’Anno della fede, che celebriamo nel cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, ho indicato la Veglia pasquale come paradigma del cammino di fede e impegno alla testimonianza.

Tra i riti che caratterizzano la celebrazione della Veglia, brilla all’inizio la preparazione del Cero. Il celebrante traccia su di esso, acceso dal fuoco nuovo benedetto, il segno della croce e la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, Alfa e Omega. Poi il cero, portato in processione ricorda la colonna di fuoco con la quale Dio mostrava la via al suo popolo liberato dalla terra di schiavitù e di tenebra e condotto alla terra di libertà e di luce. Quella luce è Cristo che conduce i credenti alla vera Pasqua. Dopo che il Cero è stato posto sul candelabro e la luce si è diffusa tra tutti, rischiarando non solo il tempio ma tutto il mondo, la gioia dei redenti non può contenersi ed esplode nell’antico inno dell’Exultet che intesse le lodi di quella notte e canta il trionfo di Cristo sulla morte. Non c’è annuncio più solenne di questo in tutto l’anno liturgico e in tutta la vita della Chiesa. Il Cero, “frutto del lavoro delle api”, è anche la Chiesa che “risplende della gloria del suo Signore”.

Questi motivi di profonda esultanza mi hanno portato a desiderare che anche la Cattedrale di Bari fosse impreziosita da un candelabro che non solo reggesse il Cero pasquale ma, con la sua bellezza artistica, narrasse il mistero infinito della creazione e ancor più della redenzione. Ed ecco nascere dalla maestria dell’artista veronese Albano Poli un vero monumentum resurrectionis, una colonna marmorea per custodire il simbolo pasquale del Cristo Signore, il Cero pasquale, e raccontare, attraverso le immagini scolpite nella pietra, la storia della salvezza dell’umanità.

L’icona del Candelabro si inserisce tra le altre icone pasquali della nostra chiesa madre: l’ambone, il battistero, l’altare. Collocato presso l’ambone, icona spaziale della tomba vuota da dove si annuncia la risurrezione di Cristo, il candelabro inviterà tutti coloro che sono stati iniziati alla fede mediante i sacramenti pasquali, a non perdere mai di vista il cammino della storia di salvezza che li ha illuminati, ma nello stesso tempo continuerà a raccontare quella storia a quanti vorranno accostarsi ad essa, affascinati dalla testimonianza della Chiesa.

Insieme alla tradizione dei nostri preziosi rotoli liturgici dell’Exultet e del Benedizionale, memoria e profezia per l’intera Chiesa barese, il segno del candelabro pasquale ci addita ancor più la Veglia pasquale, paradigma di fede, perché il canto nuovo dei redenti non si affievolisca all’interno della Chiesa ma si manifesti nella bellezza artistica dei monumenti e risuoni soprattutto nella bontà dei suoi figli.

 

 
 
Francesco Cacucci
Arcivescovo di Bari-Bitonto

 

Realizzare il candelabro monumentale per la Cattedrale di Bari è stato un grande onore e un’occasione speciale per creare qualcosa di unico, nuovo e al tempo stesso in comunione con le opere già presenti in questa bellissima chiesa.

Il risultato è il frutto di un percorso di ricerca e di dialogo con l’Arcivescovo di Bari S.E. Mons. Francesco Cacucci e con don Gaetano Coviello, direttore presso l’Ufficio Amministrativo Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Bari, un aperto confronto che ha portato alla realizzazione del bozzetto in scala e del modello in plastilina a grandezza naturale dopo diverse ipotesi e modifiche. L’ispirazione è venuta quasi spontaneamente dall’Exultet I di Bari, importante documento che riporta il Canto recitato durante la Veglia Pasquale e che esprime con forza la vittoria della luce sulle tenebre: grazie ad una lettura guidata dalla vastissima cultura di Mons. Cacucci si è sviluppata l’idea di rappresentare con quest’opera la storia della salvezza dell’uomo che culmina con la Resurrezione di Cristo. I vari episodi che vengono descritti sono tutti legati dal tema dell’acqua: l’acqua primordiale della creazione, l’acqua protettrice della fuga d’Egitto, l’acqua purificatrice del Battesimo, l’acqua che si trasforma in vino grazie alla fede di Maria, l’acqua che nella Gerusalemme Celeste sgorga dal trono dell’Agnello. La realizzazione di questo candelabro è stato un lavoro emozionante: lo studio e la realizzazione della plastilina, vedere le scene emergere dalla pietra pregne del loro simbolismo e comunicanti le une con le altre, la grande soddisfazione una volta completata; la pietra di Trani, la pietra della cattedrale di Bari, è allegoria dell’Uomo modellato dalla Fede e in cammino con la Comunità, la stessa che si riunisce attorno a questo simbolo di Salvezza nei momenti più importanti della Liturgia e dei Sacramenti.

Spero vivamente che quest’opera sia un messaggio di Fede e di Speranza, che riesca ad emozionare e sorprendere chiunque visiti la maestosa Cattedrale di Bari: un’opera di valorizzazione del cero Pasquale e del suo significato, visione e percezione, seppur limitata, dell’amore di Dio per l’Uomo.

 

Albano Poli

 

Prefazione

 

Il candelabro monumentale per il Cero pasquale realizzato per la Cattedrale di Bari, ispirandosi alla tradizione, si sviluppa in un registro che scorre avvolgendo la colonna marmorea e rievocando l’Exultet di Bari (X-XI sec.), storico documento miniato riportante il testo liturgico, che invita i fedeli ad esultare per il compimento del mistero pasquale. Le immagini vogliono però, in questo caso, ripercorrere la storia della salvezza dell’uomo, dall’antico al nuovo testamento, da Adamo alla Resurrezione di Cristo. Alla base, quasi a sorreggere questo racconto per immagini, le figure dei Profeti e dei Santi Vescovi Nicola e Sabino, intervallati dai simboli degli evangelisti.

Elemento importante è l’acqua che con la sua simbologia collega tra loro gli episodi della Bibbia.

 

 

I profeti

Isaia ed Ezechiele sono tra i più importanti profeti dell’antico testamento, coloro che parlano con Dio e trasmettono la Sua Parola.

Isaia

Isaia, purificato dal Signore, è il profeta che più di tutti ha predetto con chiarezza la venuta del Salvatore: “Ecco, la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio: e il Suo Nome sarà Emanuele [Dio con noi]” (Is 7,14).

“Iddio Onnipotente, il Padre del secolo venturo, il Principe della Pace” (Is 9,6). “si apriranno gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi si schiuderanno... lo zoppo salterà come il cervo, e la lingua del muto si scioglierà” (Is 35,5-6).

“Sorgi, splendi, o Gerusalemme: perché è giunta la tua luce, e la gloria del Signore è sorta su di te... E le genti cammineranno alla tua luce, e i re allo splendore che sorgerà da te.... Una moltitudine di cammelli ti coprirà, i dromedari di Madian ed Efa. Tutti quelli di Saba verranno, portando oro e incenso e dando lode al Signore” (Is 60,1-6).

Sempre Isaia ci dice che Il Salvatore sarebbe stato paziente come un agnello nelle Sue sofferenze (Is 53,7), che avrebbe pregato per i suoi nemici (Is 53,12). Sarebbe morto volontariamente e per i nostri peccati (Is 53,4-7), e un ricco avrebbe provveduto alla sua sepoltura (Is 53,9), e che il suo Sepolcro sarebbe stato glorioso (Is 11,10).

 

 

Ezechiele

Ezechiele è il profeta dello Spirito, le cui profezie furono articolate, simboliche e dettagliate. E’ il profeta di un popolo dilaniato, diviso in due tra Babilonia e Giudea, un popolo bisognoso di nuova speranza, di un innovamento attraverso Dio.

Ezechiele riprende ciò che dissero prima di lui Isaia e Geremia ma attraverso il suo simbolismo riusciamo a percepire l’amore di Dio verso i suoi figli, l’immensa potenza di Dio attraverso la quale Egli compirà la sua misericordia.

“Così dice Dio, il Signore: Ma io prenderò l’alta vetta del cedro e la porrò in terra; dai più alti dei suoi giovani rami strapperò un tenero ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, elevato. Lo pianterò sull’alto monte d’Israele; esso metterà rami, porterà frutto, e diventerà un cedro magnifico. Gli uccelli di ogni specie si rifugeranno sotto di lui; troveranno rifugio all’ombra dei suoi rami. Tutti gli alberi della campagna sapranno che io, il Signore, ho abbassato l’albero che era su in alto, ho innalzato l’albero che era giù in basso, ho fatto seccare l’albero verde, e ho fatto germogliare l’albero secco. Io, il Signore, l’ho detto e lo farò”. (Ez 17, 22-24)

“Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni. Abiterete nel paese che io diedi ai vostri padri, sarete il mio popolo, e io sarò il vostro Dio. Io vi libererò da tutte le vostre impurità”. (Ez 36, 24-29).

Ad Ezechiele inoltre apparve «una grande nube, tutta circondata da bagliori» (Ez 1, 4); nel mezzo della nube quattro esseri viventi dotati di quattro ali e quattro facce con il volto di uomo, leone, bue e aquila, identificati successivamente con cherubini (Ez 10, 14). Gli esseri tetramorfi sono posti alla base di una volta su cui poggiava il Trono di Dio (del cui movimento sembrano occuparsi). Secondo San Gerolamo il tetramorfo, che troviamo anche nell’Exultet di Bari, sintetizza la totalità del mistero cristiano: Incarnazione (l’uomo), Passione (il bue), Resurrezione (il leone), Ascensione (l’aquila).

 

Gli Evangelisti

Le fonti più antiche che fanno riferimento agli evangelisti risalgono a Sant’Ireneo di Lione che nel suo Adversus Haereses, scritto nel II secolo, molto succintamente, così informava su questi:

« Cosi Matteo scrisse nella lingua degli Ebrei il primo vangelo, al tempo in cui Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondarono la Chiesa. Dopo la partenza di questi ultimi, Marco, discepolo e interprete di Pietro, mise per scritto quello che Pietro predicava. Dal canto suo Luca, il compagno di Paolo, consegnava in un libro il vangelo che il suo maestro predicava.

 

Poi Giovanni, il discepolo del Signore, quello che si era addormentato sul suo petto, pubblicò anche lui un vangelo quando si trovava a Efeso in Asia » (Adv. Hae. III Preliminare)

Ispirati da Dio gli Evangelisti sono i nuovi portavoce della parola di Dio, attraverso la descrizione della Vita del Salvatore.

 

Matteo è raffigurato come uomo (o angelo: tutte le figure sono infatti alate). Il vangelo di Matteo è quello che mette più in risalto l’umanità del Cristo (il Figlio dell’Uomo, come viene spesso indicato). Il testo esordisce con la discendenza di Gesù e, in seguito, narra la sua infanzia, sottolineandone quindi il suo lato umano.

 

Marco è raffigurato come leone. Nel Vangelo di Marco viene maggiormente indicata la regalità, la forza, la maestà del Cristo: in particolare i numerosi miracoli accentuano l’aspetto secondo cui Cristo vince il male. Inoltre è proprio questo Vangelo che narra della voce di San Giovanni Battista che, nel deserto, si eleva simile a un ruggito (di un leone, appunto), preannunciando agli uomini la venuta del Cristo.

 

Luca è raffigurato come bue ovvero come un vitello, simbolo di tenerezza, dolcezza e mansuetudine, caratteri distintivi di questo Vangelo per descrizione e teologia.

 

Giovanni è raffigurato come un’aquila. Il suo Vangelo infatti ha una visione maggiormente teologica, e quindi è quello che ha la vista più acuta. L’aquila è quello che vola più in alto di tutti gli esseri e che, unico fra tutti, può vedere il sole con gli occhi senza accecarsi, ossia vedere verso i cieli e verso l’Assoluto, verso Dio. Il Vangelo di Giovanni infatti si apre con parole di forte carica trascendente: « In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. » (Gv 1, 1)

 

I Patroni di Bari

 

San Nicola di Bari naque tra il 261 e il 280. Crebbe in un ambiente di fede cristiana e alla morte prematura dei suoi lasciò la sua città natale trasferendosi a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo.

Imprigionato ed esiliato nel 305 durante le persecuzioni emanate da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l’attività apostolica.

Secondo la tradizione durante il Concilio di Nicea del 325 avrebbe condannato duramente l’eresia dell’arianesimo, difendendo la fede cattolica, e in un momento d’impeto avrebbe preso a schiaffi Ario.

Gli scritti di sant’Andrea di Creta e di san Giovanni Damasceno confermerebbero la sua fede radicata nei principi dell’ortodossia cattolica.

Morì a Myra il 6 dicembre, presumibilmente dell’anno 343, forse nel monastero di Sion.

Il culto si diffuse dapprima in Asia Minore, con pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Myra. Numerosi scritti ne fecero progressivamente diffondere la venerazione verso il mondo bizantino-slavo e in Occidente, a partire da Roma e dal Meridione d’Italia, allora soggetto a Bisanzio. San Nicola è così diventato già nel Medioevo uno dei santi più popolari del Cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati.

Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva farle maritare decorosamente, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo in tre notti consecutive, in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio. Anche per questo episodio, è venerato come protettore dei bambini e dei fanciulli.

Le sue spoglie furono conservate nella cattedrale di Myra fino al 1087.

Quando Myra cadde in mano musulmana, una spedizione barese di 62 marinai, tra i quali i sacerdoti Lupo e Grimoldo, raggiunse Myra e si impadronì delle spoglie di Nicola che giunsero a Bari l’8 maggio 1087.

Le reliquie furono depositate nella chiesa dei benedettini (oggi chiesa di San Michele Arcangelo) L’abate Elia, futuro vescovo, promosse tuttavia l’edificazione di una nuova chiesa dedicata al santo, che fu consacrata due anni dopo da Papa Urbano II in occasione della definitiva collocazione delle reliquie sotto l’altare della cripta. Da allora san Nicola divenne copatrono di Bari [assieme a San Sabino] e le date del 6 dicembre (giorno della morte del santo) e 9 maggio (giorno dell’arrivo delle reliquie) furono dichiarate festive per la città.

Il suo emblema è il bastone pastorale, assieme alla mitra, e tre sacchetti di monete, queste in relazione alla leggenda della dote concessa alle tre fanciulle.

 

San Sabino: (461 – 9 febbraio 566) fu vescovo di Canosa dal 514. Immediatamente dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente fu inviato come legato Pontificio a Costantinopoli per due volte, nel 525 e nel 536. Nel 531 (sotto il papato di Bonifacio II) partecipò al Sinodo romano. Costruttore di chiese ed edifici, seguendo la disciplina benedettina dell’ Ora et labora, dopo circa 52 anni di episcopato, Sabino morì il 9 febbraio del 566.

Amico di Benedetto da Norcia, secondo la leggenda agiografica riuscì a salvare Canosa di Puglia dalla minaccia del re Ostrogoto Totila. Si narra infatti che Totila volle testare le doti profetiche del Vescovo (548), ormai vecchio e cieco. L’invasore, spacciandosi per servitore, gli offrì un calice di vino, ma Sabino non si fece trarre in inganno, impressionando Totila che rinunciò al saccheggio.

Non fu l’unico miracolo del vescovo Sabino: un’altra leggenda narra che un geloso arcidiacono tentò di avvelenarlo: egli bevve l’intruglio, ma non morì; a perire fu infatti il prelato che aveva attentato alla vita del santo. Perciò la liturgia lo raffigura come protettore dai veleni.

La salma fu traslata nell’attuale Cattedrale di Canosa il 1º agosto di un anno imprecisato del VIII secolo dal vescovo Pietro.

 

LA STORIA DELLA SALVEZZA

La Gerusalemme Celeste

 

Il registro inizia con una visione della Gerusalemme Celeste.

E’ la visione di Giovanni Evangelista su ciò che sarà, il Regno Celeste dove Dio vivrà con gli uomini alla fine dei tempi. Si è voluto rievocare quest’immagine all’inizio del ciclo per meglio comprendere il tema trattato, quasi una premessa attraverso una visione del regno di Dio, quel luogo dove tutto ha avuto inizio e tutto avrà fine. Nell’Exultet è il luogo dell’esultanza delle schiere angeliche che con un chiaro riferimento al Giubileo suonano la Tromba della Salvezza; è Israele, la terra promessa, la Figlia di Sion che grida di Gioia e sulla quale brilla la gloria del Signore. Così anche la storia della salvezza raffigurata in questo candelabro inizia con la visione della città eterna, ad indicare che fin dal principio è nella mente di Dio la salvezza dell’umanità dal peccato originale e dalla morte, idea rafforzata simbolicamente da una stella cometa.

 

Il Paradiso Terrestre e il Peccato Originale

 

La seconda immagine quindi, tratta dalla Genesi, raffigura il giardino dell’Eden, il luogo che Dio ha creato per l’uomo e la donna. Nel giardino Adamo ed Eva hanno mangiato il Frutto dell’Albero della Conoscenza ingannati dal serpente e vengono per questo cacciati dall’angelo con la spada fiammeggiante, non prima di una profezia di Salvezza che vedrà il suo compimento in Maria.

“E io porro inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei; esso ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno” (Gen 3,15).

 

Il Diluvio Universale e il Patto rinnovato

 

Continuando nel registro troviamo l’episodio biblico del Diluvio Universale: Noè, unico degno di esser salvato assieme alla sua famiglia, crea un’Arca con la quale sopravvive al castigo Divino e con lui ogni specie animale. Come nell’Exultet la terra viene liberata dalla Universale caligine attraverso la Resurrezione di Cristo, così l’Universale Diluvio purificò e liberò il mondo. La Città Celeste attraverso le parole dell’Apocalisse di Giovanni ci guida in questa similitudine:

Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. (Ap 21,27)

La colomba che porta il ramo d’ulivo è il segno che le acque si sono ritirate, che è possibile ricominciare, mentre l’arcobaleno è il simbolo del rinnovato Patto tra Dio e L’uomo. In questa e nella scena successiva viene posto l’accento sull’importanza della famiglia e dello stare uniti durante questo cammino.

 

La fuga dall’Egitto

 

Il quarto episodio è Tratto dal Libro dell’Esodo e raffigura la fuga dall’Egitto del Popolo di Dio, grazie ai miracoli compiuti da Mosè, e l’arca dell’alleanza contenente le tavole della legge ricevute sul Sinai. È l’episodio più importante dell’antico testamento, ricordato nella festa della Pasqua ebraica prima dell’istituzione dell’Eucarestia e anche questo è la manifestazione dell’amore di Dio attraverso la salvezza e la promessa di una nuova terra dove vivere nel rispetto della legge di Dio. Dio stesso è presente in questo loro cammino, non solo nell’arca dell’alleanza, ma anche come colonna di fuoco guida che indica loro la giusta direzione, un simbolo molto importante che possiamo così comprendere:

Israele nel deserto fu guidato di notte da una colonna di fuoco, durante il giorno da una nuvola. La nostra colonna di fuoco, la nostra sacra nuvola è il Cristo risorto, simboleggiato dal cero pasquale acceso. Cristo è la luce; Cristo è via, verità e vita; seguendo Cristo, tenendo fisso lo sguardo del nostro cuore verso Cristo, troviamo la strada giusta.

(Omelia del Card. Joseph Ratzinger a nome del Santo Padre Giovanni Paolo II. Basilica Vaticana, Sabato Santo, 26 marzo 2005)

 

L’Annunciazione

Dalla Salvezza del Popolo di Israele dell’Antico Testamento passiamo al Nuovo Testamento dove il disegno di salvezza inizia con l’annuncio dell’Angelo Gabriele a Maria che sarà la Madre del Salvatore.

Nata senza peccato originale Maria è la donna il cui calcagno schiaccia la testa del serpente, è la Vergine dalla quale nasce il Verbo Incarnato, che ha permesso a Dio di togliere i peccati dal mondo, grazie al cui sacrificio riacquistiamo quell’incorruzione che avevamo prima del peccato originale.

Come nell’Exultet I di Bari attraverso la bellissima digressione sulla naturale verginità delle api si rende lode a Maria e al mistero dell’immacolata concezione, così l’annunciazione è l’episodio che richiama ed esalta questo mistero. Per rimarcare questo parallelismo e il legame con l’Exultet, su consiglio di Giuseppe Micunco (autore del libro “Exultet I di Bari. Parole e immagini alle origini della letteratura di Puglia”), sono le api stesse ad adornare ed impreziosire l’episodio, portando un secondo, non meno importante, messaggio:

Queste api, mosse e dirette dall’istinto, vestigio e testimonianza visibile della sapienza invisibile del Creatore, quali lezioni danno agli uomini, che sono - o dovrebbero essere – guidati dalla ragione, vivo riflesso dell’intelletto divino! Esempio di vita e di attività sociale, in cui ciascuna categoria ha il suo ufficio da adempiere, e lo adempie esattamente - si sarebbe quasi tentati di dire: coscientemente -, senza invidia, senza rivalità, nell’ordine, nel posto ad ognuna assegnato, con cura ed amore. Anche l’osservatore più inesperto in materia di apicultura ammira la delicatezza e la perfezione di quel lavoro. […] Ah ! se gli uomini sapessero e volessero ascoltare la lezione delle api; se ciascuno sapesse compiere, nell’ordine e nell’amore, al posto fissato dalla Provvidenza, il suo dovere quotidiano; […] Lavorando, come le api, nell’ordine e nella pace, gli uomini apprenderebbero a gustare e a far gustare agli altri il frutto delle loro fatiche, il miele e la cera, la dolcezza e la luce nella vita di quaggiù.

(Discorso di Sua Santità Pio XII ai partecipanti al Congresso Nazionale Italiano di Apicultura. Giovedì, 27 novembre 1947).

 

Il Battesimo di Gesù

Strettamente collegato e conseguente, troviamo il Battesimo di Gesù per mano di Giovanni Battista, momento in cui iniziano i tre anni di predicazione. E’ il momento in cui Dio rivela che quello è il Suo figlio prediletto attraverso il quale si compirà la salvezza. Nel battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, l’« immersione » nell’acqua è simbolo del seppellimento del catecumeno nella morte di Cristo, dalla quale risorge con lui, quale « nuova creatura » (2 Cor 5,17; Gal 6,15). L’acqua è simbolo della comunione alla morte di Cristo e l’albero della Vita, quindi, spesso intrinsecamente unito alla figura della croce, rimarca e rinforza questo significato: lo Spirito Santo ci purifica e ci dona una nuova vita grazie al Sacrificio del Salvatore.

 

Le Nozze di Cana

Nelle nozze di Cana Gesù si rivela attraverso il miracolo dell’acqua trasformata in vino, salvando quel momento di gioia e di festa. E’ il primo miracolo, voluto da Maria quando per Gesù non era ancora “giunta la Sua ora”: è un’anticipazione del significato dell’Ora Suprema di Gesù , i cui frutti messianici della redenzione e dello Spirito sono efficacemente raffigurati dal vino come simbolo di prosperità e di gioia. A questo ostacolo si è contrapposta l’immensa e perseverante fede di Maria che impegna i servi nel compimento del miracolo con le parole “Qualunque cosa vi dica, fatelo” (Gv 2,5), consentendo il compimento del primo dei segni attraverso i quali Gesù si è rivelato come il Salvatore, il Messia.

 

L’ultima Cena

A questo inizio, momento di gioia viene richiamato e si contrappone l’episodio successivo, l’ultima cena, fulcro del credo cristiano, momento in cui viene istituita l’eucarestia, il ricordo della salvezza di Dio attraverso il sacrificio del suo Figlio prediletto. Mediante la celebrazione eucaristica, ci uniamo già alla liturgia del cielo e anticipiamo la vita eterna, quando Dio sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28). E’ il rendimento di grazie a Dio per le sue opere, è anticipazione della cena delle nozze dell’Agnello nella Gerusalemme Celeste, è il compimento e il superamento di tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza.

 

L’Agnello: passione e crocifissione

L’Agnello è quindi il simbolo del Sacrificio, dell’ora suprema, che non si è voluto rappresentare attraverso la classica crocifissione, raffigurazione di un singolo istante, ma attraverso un simbolo che racchiude con pienezza ogni istante della passione. E’ un agnello trafitto e sanguinante nel luogo che può ricordare il golgota ma al tempo stesso fiero e consapevole, la lancia che lo trafigge è la bandiera della resurrezione.

Assieme all’Agnello sacrificale ritorna il simbolo dell’albero della Vita legato anch’esso alla simbologia della Croce: nella sua costante fioritura l’albero della Croce porta sempre rinnovati frutti di salvezza. L’albero della Croce diventa albero della vita perché attraverso la Croce siamo salvi, cioè partecipi della vita di Dio.

 

Il Cristo Risorto

Il registro si conclude con una visione di Cristo Risorto tra i suoi apostoli, tra i quali ovviamente manca Giuda. E’ uno degli incontri successivi alla Resurrezione e antecedente la Pentecoste è un messaggio forte: Gesù è in mezzo a loro, con loro per infondergli coraggio, preannunciando la venuta dello Spirito Santo e dei suoi Doni. L’immagine, la disposizione degli apostoli e di Gesù ci ricorda la visione del Figlio d’Uomo nell’Apocalisse di Giovanni che cammina tra i sette candelabri raffiguranti le sette chiese: il Risorto è con noi, con la comunità, con la Sua Chiesa. Con questa similitudine e attraverso la prima frase del’Exultet I di Bari “Exultet iam angelica turba caelorum!”

La scena si ricollega alla prima del ciclo dove gli angeli suonano le trombe nella Città Celeste: si è compiuto il disegno di Salvezza.

 

Bibliografia

- Micunco Giuseppe, Exultet I di Bari. Parole e immagini alle origini della letteratura di Puglia, Stilo Editrice, Bari, 2011.

 

Il marmo per raccontare la storia della Salvezza

Vedere un’idea prendere forma, dal disegno su carta alla plastilina, modellata aggiungendo e plasmando, e reinterpretando l’opera in marmo, sottraendo e facendo emergere queste scene, prima nascoste, in attesa, e ora vive; tutto questo è un’emozione difficile da descrivere ma che vogliamo trasmettere attraverso le foto e le parole: sotto la supervisione e la guida del Maestro Albano Poli e grazie alla sua esperienza, aiutato dalla manualità di artisti-artigiani del suo atelier, quest’opera è nata, giorno dopo giorno scolpita, non semplicemente da martello e scalpello ma dalla storia e dalla liturgia, da significati e simboli.

Assieme ad Albano Poli hanno scolpito quest’opera la passione e la fede che il maestro ha percepito durante le sue visite alla Cattedrale e alla città di Bari; ogni giorno quest’opera è scolpita dagli occhi dei fedeli e della comunità per diventare qualcosa di unico per ognuno; un’opera scolpita nel cuore di chi l’ha pensata, di chi l’ha realizzata e di chi riceve da essa il messaggio di Salvezza.

 

Albano Poli

Albano Poli nasce a Verona il 2 agosto 1935. Dopo aver frequentato l’accademia d’arte fonda il suo atelier riprendendo lo spirito della bottega rinascimentale in cui il maestro, in collaborazione con le sue maestranze, crea e produce molteplici forme d’arte, quali vetrate, mosaici, opere in bronzo ed arredi.

Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi incarichi e riconoscimenti: nel 2009 ha ricevuto la nomina a Cavaliere nell’Ordine Equestre Pontificio di San Gregorio Magno da parte del Card. Bertone consegnatagli dal Card. Andrea di Montezemolo in seguito alla realizzazione delle opere presso la Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura a Roma; nel 2011 ha ricevuto ben due premi Faith&Form Awards, un premio nella categoria “Arte Liturgica” per le vetrate realizzate sempre nella Basilica papale di San Paolo fuori le Mura e un premio nella categoria “Design per la Liturgia” per le opere realizzate nella Chiesa Gesù Divino Maestro a Roma. (Faith&Form Awards è un premio internazionale per il design arte e architettura con cadenza annuale e co-organizzato dal quadrimestrale “Faith&Form” e dal dipartimento adeguamento e edilizia di culto dell’AIA - American Institure of Architects - e dall’IFRAA - Interfaith Forum on Religio, Art and Architecture).

Le opere di Albano Poli sono presenti in numerosi edifici di importanza storico-artistica come la Basilica di S. Croce di Firenze, la Basilica di S. Chiara di Napoli, la Basilica di S. Antonio a Padova.

 

Ringraziamenti

A Sua Eccellenza Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, la Chiesa locale esprime la sua gratitudine perché con il dono prezioso del Candelabro per il Cero pasquale, nel XXV anniversario dell’Ordinazione episcopale, egli non solo ha accresciuto la bellezza della chiesa Cattedrale di Bari, ma come Padre e Pastore premuroso ha continuato a custodire e a trasmettere ai figli la bellezza della Fede nel Cristo Signore e Redentore.

Al Maestro Albano Poli la riconoscenza e la gratitudine di tutti per la realizzazione di un’opera preziosa e singolare, pregevole per l’arte, significativa per la celebrazione dei divini Misteri, efficace per l’annuncio della storia della Salvezza operata da Dio.

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