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Il clown che non sapeva far ridere

I racconti del buonumore 19

Il Clown mi dà del-lei appena mi vede, anche se, subito dopo il finto ossequio, esordisce con una domanda che non si farebbe neanche quando ci si dà del-tu. Una domanda che imbarazzerebbe anche dandosi dell’io, a dire il vero, cioè pronunciandola a se stessi. Ma, essendo il Clown sprovvisto di un se stesso con cui potersi consultare, dice sempre quello che gli viene in bocca, neanche in mente. Il suo se stesso è stato nascosto da quel “bambino impertinente” che ne ha così schiacciato il progresso, da sottometterne persino il corpo: non rimpiccolito, poiché mai ingrandito. Ma piccolo, sempre stato piccolo. Senza neanche quelle deformazioni del crescere, tenute a freno dalla vanità, che gli ha permesso di conservare per tutti questi anni la stessa taglia di pantaloni. (Sono importanti traguardi per chi ama specchiarsi). Tuttavia la sua voce esce potente, spinta fuori da un alito fetido, che però dal televisore non viene trasmesso. Altrimenti nessuno riderebbe delle sue battute. Se si potesse sentire l’alito di ogni persona che parla, se ne relativizzerebbero i discorsi. Ecco forse perché la sua domanda imbarazzante non mi imbarazza, né mi fa ridere. Ma mi disgusta. E il disgusto precede sempre il giudizio. Aver voglia di vomitare ci rende meno giudicanti, non ci fa pensare se siamo d’accordo o no. La sua voce dunque squilla, manifestando quella “grandezza” mai entrata nelle sue ossa, nella sua carne, nei suoi muscoli. La sua voce squilla con la forza di un pugno e tutti ne rimangono colpiti, alcuni feriti. In qualche modo è diventato grande parlando, ecco perché parla continuamente. Così tiene viva la sua grandezza. Io rispondo a tutte quelle domande che puzzano, senza esitare. Così lui ne fa altre, dimostrandoci quanto può esagerare. La gente attorno a lui lo amplifica. Lo fanno per lavoro. Quando il Clown ha fatto la sua “domanda impertinente” infatti, c’è chi ride, c’è chi sorride e c’è chi ne ricalca una parola, per paura forse che qualche fonema si sia potuto sbriciolare nell’aria prima di aver raggiunto le mie, e tutte le orecchie. Ma i fonemi mi hanno raggiunta. E alla fine dell’esame di imbarazzo, dato che non mi sono imbarazzata, sono stata assunta. Vado “subito” dalla Segretaria Capo, che ha le unghie allungate, grosse e dure come delle monete. Lei pensa che io pensi che le sue unghie siano vere, e questo la fa sentire superiore. Le piace ticchettarle sul tavolo, mentre mi chiede il mio codice fiscale e altri dati che serviranno a pagarmi. Mi pagheranno per farmi prendere in giro dal Clown. Tutti qui siamo pagati per essere presi in giro da lui. La Segretaria è molto sicura di sé. Sa di essere il Capo delle Segretarie, perché è da lei che mi mandano “subito”. Il Clown le ha anche dato una pacca sul sedere, rendendola ancora più “superiore”, e lei ha riso di finta felicità (che però crede sia vera, un po’ come per le unghie). Domani devo venire qui alle undici di mattina, perché mi devono truccare, pettinare e vestire. Poi c’è un’autrice che deve aiutarmi a pensare ad una frase, e poi (forse) dovrò dire quella frase. Ah, sarà anche possibile che, dopo averla detta, verrà “tagliata” in fase di montaggio. Io dico a tutto di sì e torno domani.

Parto dalla Provincia verso le dieci di mattina. Devo fare l’autostrada, poi la tangenziale, e poi dovrò cercare parcheggio. Gli studi sembrano una cosa grande, ma sono grandi solo per chi può entrare con la macchina. Per quelli che stanno fuori, è tutto piccolo. È un luogo grande circondato da un senso di piccolo. Un po’ come il castello raggiungibile dal ponte levatoio. I coccodrilli all’ingresso mi chiedono un documento, e in cambio mi danno un pass per pass-are alla parte grande. Insieme a me, vedo che passano altre persone che si possono prendere in giro per qualcosa: un uomo vestito da donna, un ragazzo grasso, una donna senza molti vestiti. E quando entro ne vedo altri, da poter deridere. Io sarò presa in giro perché sono intelligente. Infatti il Clown si è raccomandato che mi mettessi gli occhiali da vista, anche se ci vedo. Appena arrivo, mi accoglie la stagista numero uno, che mi dice che devo andare in sala trucco. Mi indica la scala, dove c’è la stagista numero due che mi ripete che devo andare in sala trucco. E quando arrivo alla fine della scala c’è la stagista numero tre che mi rinnova il mio dover andare in sala trucco. Mi rendo conto che ogni cosa che farò, da quel momento in poi, mi verrà detta almeno tre volte nell’arco di pochi minuti, assumendo gli effetti ipnotici del canto delle sirene. E trasformando singole frasi in cori, che mi si insedieranno nelle orecchie anche dopo averli uditi. Alla fine del “trucco”, del “parrucco” e del “costume”, entro nel camerino da sola. Che sembrerebbe essere un luogo silenzioso, se l’eco di tutte quelle frasi udite almeno tre volte, non mi perseguitasse impedendomi di pensare. Ecco perché poi serve una ragazza che ti aiuta a pensare.

Arriva. Mi bussa alla porta. Ha un sorriso bellissimo. Vedo finalmente una persona che mi ricorda quello che ero prima che entrassi. Forse non è un caso che si chiami come me. Mi fa nascere molti pensieri, e li facciamo diventare tre frasi, lui vuole così. Entriamo in studio, ci mettono il microfono. Il Clown arriva in silenzio e con la sua voce ci colpisce tutti con delle istruzioni. A me fa solo un sorriso, ma il mio sguardo che lo guarda lo fa sentire un po’ a disagio. Dopo due ore di attesa sotto le luci scioglienti, quando nella mia testa è ormai sfumato ogni pensiero, il Clown mi fa La Domanda, ma io, invece di rispondere con una delle mie tre frasi, ne improvviso una quarta, inaspettata, non approvata. Tutti ridono di gusto. Il Clown si indispettisce per l’improvvisazione e con una battuta tenta di rendermi ridicola. Ma nessuno ride del suo tentativo di ridicolizzazione, e così poi vengo “tagliata”. Dopo qualche puntata, anche licenziata. La Segretaria Capo non mi sorride quando sto per andare via per l’ultima volta. Qui ti sorridono solo se dovrai tornare.


Chiara Zocchi
 
© Avvenire, 23 agosto 2012
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