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Il coraggio di raccontare

Per trasmettere la fede non si deve temere il potere delle immagini, né la loro... immaginazione.

Dove sta scritto che San Paolo è caduto da cavallo? Chi ha detto che Gesù risorto è apparso alla madre? O che Maria era presente all'ultima cena? Chi s'è sognato che i Magi erano tre, che erano re, che avevano età diverse, che uno di loro era scuro di pelle? E la Vergine, quando le apparve l'angelo Gabriele, che cosa stava facendo? Leggeva, tesseva o attingeva acqua? Sono domande lecite dopo aver visto opere d'arte non fedeli al contenuto delle Scritture.

Più che di falsi, si può parlare di raffigurazioni con un qualcosa di inventato: ma si tratta di un "di più" verosimile, possibile, in certi casi anche probabile. Prendiamo l'episodio della conversione di Paolo sulla via di Damasco: pur narrata per tre volte dagli Atti degli Apostoli (ai capitoli 9, 22 e 26), in nessuna di esse si fa cenno all'animale. Se i pittori l'hanno "sentita" così, è perché la caduta da cavallo di un personaggio autorevole fa più male di una caduta nel cammino: vi si perde la faccia, l'orgoglio, il potere. È evidente come, dopo Paolo, anche gli artisti siano stati illuminati da quella luce «più splendente del sole».

Nel caso dei Magi, la colpa delle rappresentazioni troppo ricche è di Matteo: unico degli evangelisti a nominarli, dice talmente poco che l'immaginazione - per riempire i buchi di un racconto scarno - interviene a rinforzare. Certo, in taluni casi si eccede e si sfiora il ridicolo, com'è successo a Autun, in Borgogna. Nel bassorilievo che rappresenta il sogno dei Magi (avvertiti dall'angelo di non tornare da Erode), i tre vengono messi a dormire sotto la stessa coperta e con la corona in testa: un'evidente assurdità. Di cui non si cura lo scultore romanico Gislebertus, che lavora nella cattedrale di Saint-Lazare dal 1125 al 1135. Perché la sintesi e la riconoscibilità dei personaggi vengono prima di tutto, in un capitello di poche decine di centimetri. L'artista, uno dei primi a firmare le proprie opere, non ha paura di operare scelte illogiche, pur di raccontare le storie di Gesù. Più dell'esattezza, ciò che vale è il piacere di narrare qualcosa di bello, di importante, di significativo per l'esistenza. Sperando di contagiare chi ascolta o chi guarda.

Pochi giorni fa, ai catechisti e agli operatori pastorali della diocesi di Roma, Benedetto XVI ha confidato le parole che gli aveva scritto «in una piccola lettera» il celebre teologo svizzero Hans Urs von Balthasar: «La fede non deve essere presupposta ma proposta». Ad esse il Papa ha aggiunto: «È proprio così. La fede non si conserva di per se stessa nel mondo, non si trasmette automaticamente nel cuore dell'uomo, ma deve essere sempre annunciata». Se, di fronte a noi, non abbiamo bambini che ci stimolano, chiedendoci di ripetere le storie di Gesù, non si deve smarrire il gusto di ricominciare a narrarle. Senza dire: «Non sono pronto». Senza pensare: «Tocca ad altri». Senza rimandare. Senza stufarsi. Senza timore di chi possa controbattere: «La so già». Senza paura che le proprie immagini dicano troppo. Senza la preoccupazione che, per la tendenza a dare più credito all'immagine rispetto alla parola scritta, verrà il giorno in cui si dubiterà di quest'ultima.

Talvolta le immagini possono dire la verità. Anche a Gesù stesso, che le usava nel suo parlare e un giorno s'imbatté in una donna che gli allargò l'inquadratura. Lui lasciò fare. Sì, consentì una correzione ottica, si lasciò... modificare. Ce la riraccontiamo? Si era nella zona di Tiro e di Sidone, terra pagana, e a una cananea, che gli aveva chiesto aiuto per la figlia indemoniata, il Signore voleva comunicare di dover aver cura della propria gente, non degli stranieri. Per cui le disse: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». La donna gli replicò che «anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli» (Mt 15,21-28; Mc 7,24-30). Il Signore fu così grato alla donna che ne guarì la figlia. Sarebbe bello che un artista ci restituisse il volto di Gesù, quando la cananea osò tanto: per ora possiamo solo intuirne gli occhi e la bocca, sorridenti per l'illuminazione ricevuta.

Gian Carlo Olcuire

© www.vinonuovo.it, 1 luglio 2011

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