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Il mondo ha sete

Facile come bere un bicchier d’acqua. Per metà della popolazione mondiale, questa espressione non ha alcun senso. Le statistiche dell’Onu – stimate per difetto – parlano di almeno 884 milioni di uomini, donne e bambini che ancora non hanno accesso all’acqua potabile, e di altri tre miliardi circa che non dispongono di un rubinetto in casa, né nei pressi della loro abitazione. E non basta. Anche una toilette può essere un bene di lusso, se più di due miliardi e mezzo di esseri umani, a livello globale, non hanno possibilità di utilizzare servizi igienico-sanitari di base.

Carenze che sono all’origine di gravi malattie e di decessi (quasi un milione e mezzo di bambini sotto i cinque anni muore ogni anno perché non può bere acqua pulita o usare un bagno adeguato a casa o a scuola, calcola sempre l’Onu). Senza contare gli effetti sulla formazione e la vita futura di quei bimbi che hanno la fortuna di sopravvivere: le stime suggeriscono una somma di ben 443 milioni di giorni di lezione persi dai ragazzi che vivono in regioni svantaggiate. Numeri spaventosi, che aiutano a capire perché in molti abbiano definito «storica» la risoluzione adottata lo scorso luglio dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha riconosciuto come «diritto umano fondamentale» l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base.

La dichiarazione è stata seguita poche settimane fa – era il 1° ottobre – dal rapporto del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, che ha incluso l’acqua e i servizi igienici nel «diritto a uno standard di vita degno e adeguato». Il documento invita gli Stati a vigilare sulla «realizzazione effettiva di questo diritto, e ciò indipendentemente dallo statuto degli operatori (pubblici, privati, associativi) incaricati della fornitura». Anche quest’ultima risoluzione – criticata peraltro da alcuni gruppi di attivisti perché contempla la possibilità che la gestione dell’approvvigionamento idrico sia affidata a privati – resta comunque una dichiarazione d’intenti che non avvicina automaticamente il raggiungimento degli obiettivi del millennio per lo sviluppo, su cui l’Onu ha fatto il punto a New York proprio un mese fa. Quasi sicuramente, al contrario, il dimezzamento al 2015 delle persone che nel 2000 non avevano accesso ai servizi igienici non sarà perseguita (visto che oggi esse rappresentano la metà della popolazione delle regioni in via di sviluppo).

Ma anche la riduzione a metà del numero degli assetati, che sembrerebbe ormai a portata di mano, non può certo fare cantare vittoria. Prima di tutto perché le statistiche nascondono molte zone d’ombra: «Accesso a risorse idriche depurate significa semplicemente disponibilità di un’acqua protetta da contaminazioni animali», spiega Gérard Payen, presidente di AquaFed, la federazione internazionale delle imprese del settore. «Il numero di persone che non hanno a disposizione in modo permanente acqua sana, a un costo abbordabile e in prossimità delle loro case è molto più alto, probabilmente intorno a quattro miliardi», sostiene Payen. E c’è un’emergenza che oggi tocca soprattutto le zone urbane.

Secondo i dati di AquaFed, la fornitura di servizi igienici nelle città, in questi anni, non è cresciuta proporzionalmente all’aumento della popolazione urbana, tanto che il numero di chi non ha a disposizione una toilette sarebbe aumentato del 20% in otto anni. Ma quali sono le cause di questa carenza drammatica? Il problema non è la quantità d’acqua disponibile sul pianeta: secondo l’Onu, anche se il consumo è in costante aumento, le risorse idriche sono sufficienti perché ciascun abitante della Terra abbia a disposizione da cinquanta a cento litri al giorno. Ma l’Africa – solo per fare un esempio – riesce a utilizzare appena il 4% del suo oro blu. Per Catarina de Albuquerque, l’esperta indipendente del Consiglio dei diritti umani Onu incaricata per l’acqua e i servizi igienici, autrice del rapporto appena approvato, il punto è che «spesso manca la volontà politica di investire in questo settore: quando invece essa è presente ai vertici dei Paesi, allora gli obiettivi possono essere raggiunti».

Tra gli esempi citati da Albuquerque c’è quello del Bangladesh, dove sono stati registrati progressi notevoli a livello di servizi igienici di base grazie all’applicazione di tecnologie sviluppate in loco, economiche quanto efficaci. I numeri dimostrano infatti che investire in questo settore conviene: i costi stimati del deficit idrico e igienico-sanitario nei Paesi in via di sviluppo ammontano a 170 miliardi di dollari l’anno, mentre la spesa per raggiungere l’accesso universale all’acqua si aggirerebbe sui 20-30 miliardi di dollari. Per ogni dollaro investito nel settore – ha calcolato uno studio dell’Organizzazione mondiale della salute – il ritorno economico è pari a sette dollari: benefici a catena si osservano infatti nel perseguimento di altri obiettivi del millennio, come salute materno-infantile, istruzione e riduzione della povertà. Tra i Paesi che hanno imparato la lezione ci sono Egitto, Sudafrica, Kirghizistan e il Brasile del celebre programma «un milione di cisterne rurali», pensato per rifornire di acqua pulita 36 milioni di abitanti del Nord-est secco. Ma anche il piccolo – e semiarido – Burkina Faso: grazie a importanti riforme nelle infrastrutture per l’approvvigionamento, l’approvazione di un piano per la gestione integrata delle risorse idriche e l’adozione di una legge ad hoc, lo Stato ha portato il tasso di accesso all’acqua dal 18% del 1993 al 66% del 2007. La battaglia contro la sete, dunque, può essere vinta. A patto, però, che tutti si sentano chiamati in causa. Perché non sembri più normale che, mentre metà del pianeta fatica a dissetarsi, ognuno di noi continui a consumare per lo scarico del water 60 litri di acqua potabile al giorno…

Chiara Zappa
© Avvenire, 31 ottobre 2010
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