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Il vero realismo

XXV Congresso Eucaristico Nazionale. Il mondo sembra implodere, ingoiato nel grande gorgo creato dalle sue stesse contraddizioni, e la Chiesa parla di Eucaristia

2929945.jpgNelle cancellerie, ma anche in tutte le famiglie, si fanno e si rifanno conti che non tornano mai, guardando preoccupati, talora disperati, a un domani prossimo di frigoriferi mezzi vuoti e di bollette difficili e persino impossibili da pagare, e ad Ancona ci viene ricordato di un pane e di un vino che ogni giorno si fanno carne e sangue di un uomo, il Figlio di Dio, e che ci sazieranno per sempre. Agli occhi di chi non crede, e anche di chi magari crede ma se n’è dimenticato, non potrebbe esserci una distanza maggiore tra "realtà" e "fede". Tra quelli che, nel pensiero corrente, sono i "problemi concreti", contrapposti alle "cose di chiesa". Un abisso paradossale. Perfino surreale, per qualcuno.

Surreale? Possibile, se quell’abisso lo si misura sulla frenesia di una vita che ci travolge rubandoci il tempo, fino all’ultimo secondo. Negando ogni spazio al dono del Figlio fatto uomo, relegandolo agli spiccioli residui di un’esistenza vuota di spirito ma piena di tutto, anche nelle agende dei nostri figli di cui, più che genitori, finiamo spesso per essere solo accompagnatori di qua e di là. Vita, insistiamo a chiamarla. Ma la sera, prima di crollare perché anche le ore di sonno si sono ridotte a troppo poche, chi non è assalito dal dubbio?

Ancona, con forza, oggi ci ripete che l’Eucaristia è vita. Vera vita. E ci racconta come essa si declini quotidianamente nei giorni dell’uomo, nel suo agire, nel suo divenire, nel lavoro e nello studio, nel tempo libero, nel gioire e nel soffrire. Non "altro" da noi, ma tutt’uno con nostro destino di figli di Dio. Un messaggio che, per i credenti, è il centro, il tutto a cui tendere, aspirare, la chiave che trasforma l’esistere in vivere. Ma un messaggio che, forse, anche chi si sente lontano dovrebbe provare ad ascoltare. Messaggio che ci parla della "lentezza" di Dio, della sua pazienza infinita per questi suoi figli perennemente irrequieti, del suo rispetto per loro. Ci attende, da sempre, e per sempre è pronto ad aspettarci. Perché Dio non ha fretta, non ci incalza, non offende la nostra libertà. Ci ama, e basta.
Questo ci dice l’Eucaristia, presenza concreta di questo amore infinito. E allora varebbe davvero la pena, per tutti, di fare un po’ di silenzio per provare a riempirlo dell’amore di Dio. Lasciare, per una volta, fuori dalla porta il frastuono e le affannate rincorse, e fare nostra la sua lentezza, la sua pazienza. Fermarsi. Tornare a pensare. Capiremmo, allora, che quella «nostalgia di Dio» che, come ha detto Papa Ratzinger, attraversa il mondo contemporaneo, è nostalgia vera di cose concrete, di un lavoro fatto per l’uomo e non viceversa, di cene in famiglia a parlare delle nostre, piccole cose, di un gesto d’affetto per quegli amici che non riusciamo più neppure a incontrare, di una carezza ai nostri genitori ormai anziani, di stupori semplici e gioie piccole, di dolori condivisi, di momenti in cui non ci si senta più soli.

Perché questo, alla fine, è il senso dell’Eucaristia, capace di attraversare e riempire le nostre vita, spogliandole di tutto ciò che non serve. Nostalgia di Dio è nostalgia della vita vera, perché l’Eucaristia è vita vera. È i nostri giorni, le nostre ore, il nostro tempo restituito al Signore del tempo, che ogni giorno torna a riempircelo perché noi se ne faccia buon uso. Un invito a guardare in alto per non perdere il contatto col mondo e per trovare e ritrovare la forza e i valori, come ci ha di nuovo invitato a fare mercoledì scorso ad Ancona il segretario generale della Cei, monsignor Crociata, «alle minacce all’umano che lampeggiano sinistre nel nostro tempo». Il Regno di Dio siamo chiamati a costruirlo quaggiù. Surreale? Il contrario, piuttosto.

Salvatore Mazza
© Avvenire, 9 settembre 2011
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