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Inferno o Misericordia di Dio? Il posto di quell'anima oscurata e senza speranza

Riina va all'inferno o in paradiso? Il problema è serio per il cristiano. Se da un lato deve sperare per tutti, dall'altro non può ribellarsi all'idea che il carnefice stia accanto alla vittima

Il malfattore imperdonabile è morto. E ora cosa gli accade? Che gli succede in quell’esperienza nella quale l’Eterno incrocia l’istante? Bando alle chiacchiere: va all’inferno o in paradiso? Il problema è serio. Nasce dal silenzio che solo la morte può generare. Perciò chiede una parola non evasiva, non illusionisticamente consolante, possibilmente vera. Riguarda però solo quelli che credono esista un Al di là, un 'cielo dei cieli' dove le anime (cioè le persone) giungono dopo la morte per essere giudicate nella misericordia di Dio, meglio dal Dio 'misericordioso e giusto'. Gli altri, quelli che non credono, non si pongono il problema. Essi sanno che la morte è la fine e tutto decrepita e si trasforma in nuova energia cosmica. Se non c’è un Oltre, non c’è alcun giudizio e l’unica immortalità è quella della 'memoria storica': chi ha lasciato tracce positive 'vive' in esse, per sempre, in tutti gli esseri umani che non sarebbero senza quelle tracce. Non saranno una moltitudine, tuttavia ci sono.

Per gli altri? L’assoluto oblio. Dunque, anche per chi non crede nell’Oltre, si dà però un giudizio. Sempre al di qua, come permanenza nell’umanità che avanza. Per i cristiani c’è l’insegnamento di Gesù sull’Eschaton: il Padre suo – secondo Lui – vuole che tutti gli uomini si salvino, cioè vadano con Lui in paradiso. Tutti lo possono fare, se spendono la loro libertà nelle opere del bene, dell’amore, della fraternità, della comunione, della solidarietà e sono perciò operatori di pace e di giustizia nel mondo: chi dona da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, chi veste il nudo e chi va a trovare il disperato, chi diventa insomma samaritano nella vita di qualcuno. E il malfattore imperdonabile? No. Gli operatori d’iniquità, i malvagi, quelli che hanno fatto soffrire gli altri senza chiedere perdono e senza darne, in tante occasioni: tutti all’inferno, «dove sarà pianto e stridore di denti», in quelle «fiamme eterne» che bisognerà in qualche modo distinguere da quell’altro fuoco (a quanto pare non eternamente definitivo) che è il «fuoco del purgatorio».

Quanto sarebbe bello che i cattolici cristiani leggessero Spe Salvi di Benedetto XVI per capire come questo sia possibile, pur avendo davanti a sé – sempre secondo Gesù – un Dio tutto misericordia. Per alcuni cattolici, infatti, le cose non andrebbero com’è scritto nel Vangelo di Gesù. O meglio, il Vangelo di Gesù andrebbe interpretato in modo tale che si possa intendere quello che loro hanno stabilito e di cui si sono convinti: se Dio è Dio sarà solo misericordia, anche la sua giustizia è solo misericordia e dunque l’inferno non esiste e se esiste sarebbe vuoto. Così, il malfattore imperdonabile – abbia il volto di Hitler o di Eichmann, di tutti i mistificatori dell’umano – verrebbe comunque perdonato da Dio, perché Dio non sa fare altro: così la vittima e il carnefice potrebbero abitare insieme in un angolo di paradiso, come di fatto è sicuramente accaduto tra Alessandro Serenelli e Maria Goretti, perché l’uccisore – in questo caso – è stato convertito proprio dal perdono della vittima. Eppure in quella teoria dell’apocatastasi, recentemente diffusa dal teologo pelagiano Vito Mancuso ('pelagiano' è solo l’indicazione di quello che io credo essere il suo orientamento teologico), Totò Riina potrebbe andarsene in giro su qualche via del Paradiso a raccontare a Falcone e Borsellino quello che ha taciuto fino alla morte, che ha portato con sé nella tomba e che ora però può rivelare, quasi scusandosi del 'tempo delle stragi' dove morirono loro e tanti giovani, martiri della giustizia. Falcone e Borsellino, in quella condizione paradisiaca come non potrebbero comprenderlo: avrebbe potuto, pentendosi, mettere a repentaglio la vita dei suoi cari, della sua famiglia, oltre che perdere la montagna di soldi accumulati in tanti anni di malaffare e di carcere duro, da dove sembra continuasse a comandare? Chi legge il Vangelo di Gesù non può non ribellarsi a questa eventualità: alla fine il carnefice non starà accanto alla vittima, specie se con le sue malvagità ha oscurato totalmente e radicalmente la 'luce' che pur aveva in quanto 'animale divino', cioè uomo creato nell’immagine e nella somiglianza di Dio.

Si presenterà così 'oscurato' nella sua estrema solitudine (questo è l’inferno) che nessuna parola di speranza potrà raggiungerlo, neanche quella del Cristo che con la sua morte in croce ha «espiato anche per lui». E non perché 'il malfattore sia imperdonabile', ma solo perché, così definitivamente oscurato, rifiuta anche il perdono che il Padre della misericordia offre a tutti, nella sua abissale giustizia. Questo sanno i cristiani sull’Eschaton del Dio misericordioso e capiscono anche che Dio è speranza per tutti e loro – se vogliono restare cristiani – non possono giudicare al posto di Dio e da cristiani devono sperare anche per Salvatore Riina, detto Totò. Non potranno mai dire che «l’inferno è vuoto», ma – con Hans Urs Von Balthasar – potranno «sperare che lo sia».

Antonio Staglianò, Vescovo di Noto

© Avvenire, martedì 21 novembre 2017

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