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Ira: il volto ambivalente della collera

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Collera? Ira? In realtà ci sono collere, ire al plurale, che non solo si manifestano in modi molto diversi tra loro, ma nascono da motivazioni molto diverse. Le accomuna il loro essere frutti di una passione che ci assale come un vento impetuoso, che emerge come un bollore improvviso dal nostro intimo e divampa come un fuoco divorante, avendo come bersaglio l’altro, gli altri. Si tratta del vizio visibile per eccellenza, capace di sfigurare chi ne è preda, producendo anche effetti psicosomatici: fa perdere il fiato, genera una sensazione di soffocamento, e non è dunque casuale che la Bibbia per indicarla si serva dell’espressione «brevità di respiro» (Pr 14,17).

Ciò che è comune alle collere – insisto sul plurale – è dunque la focosità, la dinamica dell’impeto che porta chi vive questa passione «fuori di sé», l’epifania, la manifestazione che si impone alla vista degli altri, perché si mostra fisiologicamente nel volto e nei gesti di tutto il corpo: il viso diviene rosso, gli occhi si accendono e paiono fulminanti, i muscoli facciali diventano tirati, la bocca si apre facendo apparire i denti serrati e compressi gli uni sugli altri, il parlare è concitato, urlato, non originato dal respiro ma da una forza selvaggia e animalesca, le braccia si muovono con gesti minacciosi. Insomma, tutto il corpo sembra teso verso un’esplosione da cui occorre stare il più lontano possibile. Ecco perché si parla di «scoppi d’ira», di «sfoghi di collera», di «impeti», di «incendio divorante»... Il fatto che la collera sia palese fa sì che chi soffre di questa patologia, se proprio non è cieco, di essa si vergogni, perché gli altri conoscono e misurano questa sua deformazione. Forse è questo il motivo per cui l’ira è un vizio da cui ci si può correggere più facilmente: la sua evidenza «pubblica» induce a disciplinarsi, a correggersi, a pentirsi di essere stati trasportati da essa a compiere gesti inconsulti.

Ma va messo in evidenza anche un altro dato: al di là della dinamica che unisce tra loro le diverse forme di collera e ira, tra queste forme vi sono differenze tali che si può anche parlare di «santa» collera, di giusta collera e, al contrario, di ira funesta; di «collera di Dio» e, al contrario, di collera omicida degli uomini. Oggi restiamo perplessi o addirittura scandalizzati di fronte alle numerose affermazioni bibliche che ci parlano di un Dio in collera, ma dobbiamo cercare di comprendere il linguaggio di tre millenni fa: un linguaggio in cui, attraverso il ricorso alla collera di Dio, si cerca di dire che Dio ha un pathos, una passione, che non è insensibile, apatico, lontano dagli uomini e dalle loro sofferenze. Il grande male è l’indifferenza, e Dio non la conosce. La sua collera ci dice, in forma paradossale, che Dio è vicino all’uomo; egli non solo vede e conosce la sua sofferenza (cf. Es 2,25), ma con-patisce, con-soffre con l’uomo attraverso la passione dell’amore.

Soffermiamo però a trattare dell’ira come vizio, di cui Paolo scrive: «Andate in collera, ma non peccate; il sole non tramonti sulla vostra ira» (Ef 4,26; cf. Sal 4,5). L’ira è un vizio quando diviene una presenza costante nei nostri rapporti con gli altri; quando è il segno del disprezzo e dell’odio nutriti verso l’altro in quanto tale; quando contiene l’intenzione dell’annientamento e della distruzione dell’altro. La collera è in tal caso la negazione della relazione e della responsabilità; è la contraddizione per eccellenza alla comunicazione, al dialogo, all’incontro, all’alleanza; è il terreno su cui germina l’aggressività e si sviluppa la violenza verso l’altro. Essa corrisponde allora all’atteggiamento giudicato da Gesù alla stregua di un omicidio (cf. Mt 5,21-22). Del resto, non è un caso che il primo peccato fraterno testimoniato dalla Bibbia sia l’ira di Caino – «Caino andò molto in collera (lett.: “s’infiammò, bruciò”) e il suo volto cadde a terra» (Gen 4,5) –, che ebbe come esito l’omicidio di Abele suo fratello (cf. Gen 4,3-8).

Per questo Giacomo dichiara che «la collera dell’uomo non realizza la giustizia di Dio» (Gc 1,20), con parole che costituiscono un chiaro monito: chi nella collera offende il fratello, non pensi di sostituirsi in tal modo a Dio nel giudizio o nella riparazione della colpa, vera o presunta tale. La collera infatti può accendersi contro gli altri quando essi, soprattutto coloro che amiamo, deludono le nostre aspettative, non ci assecondano nell’immagine che abbiamo di loro o non ci considerano come noi vorremmo; oppure, più sottilmente, quando scopriamo in loro dei difetti che non sopportiamo in noi stessi. Quando si è preda di questi sentimenti, si reagisce fuggendo gli altri, e chiudendosi in sé, sdegnati con il mondo intero… In breve: se la collera diviene un habitus, essa genera il pensiero che «gli altri sono l’inferno» (Jean-Paul Sartre), e finisce per minare l’accoglienza dell’altro nella sua diversità e nella sua verità, fino a recidere ogni possibilità di comunione. Ed è in questo senso che l’ira talora è indirizzata anche all’Altro per eccellenza, Dio, fino alla bestemmia e al sacrilegio, quando egli pare resistere ai nostri desideri e alle immagini che nutriamo di lui.

Un vizio senza rimedio, allora? No di certo, anche se il cammino per sconfiggere la collera è lungo e impegnativo in quanto richiede la capacità di porsi una domanda radicale: chi è l’altro per me? È una persona con cui entrare in relazione, di cui essere custode (cf. Gen 4,9), oppure è qualcuno da dominare a mio piacimento, fino a negare la sua stessa esistenza (cf. Gen 4,8)? E i cristiani dovrebbero ricordare la risposta che viene dalla fede: l’altro è «un fratello per cui Cristo è morto» (1Cor 8,11), e pertanto occorre porre il rapporto con lui davanti al Signore.

È proprio qui che si situa l’atteggiamento definito dal Nuovo Testamento col termine makrothymía, quella capacità di pazienza, di sentire in grande, che è un attributo di Dio e, per l’uomo, è l’arte di convivere con l’imperfezione e l’inadeguatezza presenti in lui, negli altri e nella realtà; pazienza che significa anche sopportare, cioè sup-portare e sostenere gli altri nelle loro debolezze, che prima o poi sono anche le nostre. Ciò può condurre fino alla sottomissione reciproca, nella fede che gli altri, nella loro diversità e alterità, sono per noi il grande dono del Signore.

 

Enzo Bianchi

© Avvenire, 7 luglio 2012

 

 

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