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La «fede nonostante» del cardinale

Piuttosto che usare anche la sua morte come pretesto per battaglie ideologiche sarebbe meglio meditare sulle parole dell'ultima intervista di Martini

Non credo sia eccessivo se continuiamo a parlare di Carlo Maria Martini, anche se le parole spese un po' dappertutto sono state tantissime e pure se non poche di esse sono state usate per strattonare il cardinale per la tonaca un po' di qua e parecchio di là.

Mi pare ad esempio che il dibattito sviluppatosi sulla questione del suo «rifiuto dell'accanimento terapeutico» sia l'ennesimo tentativo ­- subìto innumerevoli altre volte dall'arcivescovo durante il suo magistero ­- di usarlo come pretesto per una battaglia ideologica, di ridurre le sue parole a uno schema; e proprio nel momento in cui anche lui dovrebbe invece apparire più umano e più fragile. Il cardinale ha voluto soltanto morire come uno qualunque, come vorrebbe chiunque di noi per se stesso e per i propri cari: «lasciato andare» quando appare tempo, senza spinte né trattenute. Punto.

Che la sua scelta finale sia interpretata pro eutanasia (ovvero che dall'opposto fronte si perda tempo a «dimostrare» la coerenza della sua fine coi «principi irrinunciabili») mi pare un insulto; anche perché rischia di trasformare in contrapposizione strumentale l'insegnamento e la figura di un uomo che indubbiamente ha dimostrato di voler ascoltare più le persone che le teorie; quelle cattoliche comprese.

«Né il clero né il diritto ecclesiale possono sostituirsi all'interiorità dell'uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi (i dogmi! ndr) ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti». Questo dichiarava il cardinal Martini nell'ultima intervista, secondo me bellissima, rilasciata l'8 agosto e pubblicata ieri sul Corriere. Intervista nella quale ­- lui cardinale - non esitava a porsi le domande che sono le stesse mie, oggi: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?... La Chiesa è stanca, nell'Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre chiese sono grandi e l'apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci?».

Domande che sembravano senza risposta anche a lui, proprio come avviene per me. E pur tuttavia ­nel vecchio cardinale restava contro ogni evidenza la fiducia: «La fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. L'amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l'amore vince la stanchezza». Ecco qual era l'estremo magistero di Carlo Maria Martini, dai suoi più rarefatti ma sempre seguitissimi pulpiti: «fides contra spem», la fede in Dio e nella Chiesa nonostante quel che si vede (e si vive). Forse, fosse rimasto ancora un po' tra noi, l'arcivescovo avrebbe inventato un'altra utilissima Cattedra; quella dei «credenti nonostante».

Roberto Beretta

© www.vinonuovo.it, 3 settembre 2012

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