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La blogger che non c’è ma «deve» esser vera

Il potere e i pericoli della Rete. Dunque Amina Abdallah Araf, la blogger siriana salita nei giorni scorsi a rango di icona dell’opposizione al presidente siriano Assad, non esiste.

O meglio, esiste ma non è lei, è lui: Tom MacMaster, un americano quarantenne che vive a Edimburgo e che per alcuni giorni si è divertito a menare per il naso non solo il popolo delle reti sociali e dei blog, ma anche giornalisti, uomini politici e cittadini di tutto il mondo. Tutto ciò si presta a diverse considerazioni.

In primo luogo dimostra quanto sia facile, per chi ne abbia i mezzi e la volontà, creare un fantasma, un avatar, una fata morgana dotata di tutte le caratteristiche di un essere umano tranne un particolare che nel mondo mediatico appare sempre più marginale: l’esistenza. L’esistenza in senso tradizionale può essere oggi sostituita dall’esistenza virtuale, i cui effetti sull’immaginario collettivo, sulla politica e sull’opinione pubblica non sono meno profondi. Basta leggere i blog che, prima della scoperta dell’imbroglio, inneggiavano a questa donna che aveva tutte le qualità per essere un’icona del "politicamente corretto": bella, lesbica, paladina dei diritti umani, indomita avversaria del tiranno siriano. Basta leggere le dichiarazioni rilasciate da alcuni parlamentari del Pd che invitavano il governo a un’azione diplomatica per chiarire quale fosse la sorte della donna e garantirne l’incolumità e il ritorno alla libertà. Col senno di poi l’istanza suona grottesca.

In secondo luogo, poiché gli internauti manifestano un’attentissima intelligenza collettiva, li si può ingannare per un po’, ma non per sempre: anche i mistificatori più abili, come MacMaster, che aveva costruito su Amina una serie di vicende molto realistiche (rapimento e scomparsa), prima o poi vengono smascherati. La sua confessione ha preceduto di poco la denuncia dei sagaci blogghisti che gli stavano ormai alle calcagna.

In terzo luogo, Internet ha accentuato fino al parossismo un fenomeno antico, la confusione tra reale e virtuale, tra concreto e immaginato, e ha facilitato la costruzione di identità false, per cui un novantenne decrepito può farsi passare per un’avvenente e disinibita diciottenne (di qui i pericoli di una frequentazione incauta di Internet).

E non si può dire che caschino nella... rete solo gli sprovveduti: ci sono cascati tutti e, vista la velocità epidemica con cui si propagano le notizie tramite le reti sociali, tutti hanno abbracciato la commovente versione offerta da Tom MacMaster, capace di mobilitare e "indignare" gli attivisti dei cosiddetti diritti civili e degli omosessuali. Sono venute insomma a mancare per alcuni giorni la verifica delle notizie e la mediazione critica offerta dai giornalisti: troppo rapida è la diffusione in rete delle notizie perché le si possa vagliare e soppesare come fa (o faceva) la stampa tradizionale. La delega che i giornali hanno fatto via via alle agenzie di stampa ha ragioni pratiche molto precise e cogenti, che si possono ricondurre alla globalizzazione dell’informazione e alla velocità della tecnologia digitale: le notizie corrono molto più veloci degli aerei che dovrebbero portare gli inviati sui lontani teatri delle vicende, quindi ci si deve fidare.

Con la rete il fenomeno si è accentuato, perché ogni privato cittadino può trasformarsi in una minuscola agenzia, in un centro di creazione e diffusione di notizie. La facilitazione comunicativa offerta da Internet, il suo costo nullo e la sua pervasività fanno sì che le informazioni giungano senza nessuna mediazione e verifica all’immensa platea di coloro che ogni giorno vanno in rete per abbeverarsi a fonti spesso inquinate.

Giuseppe O. Longo
© Avvenire, 14 giugno 2011
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