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La fede: un percorso generativo ed educativo

Relazione di P. Luigi Gaetani, ocd, superiore provinciale dei Carmelitani scalzi, per gli Incontri di formazione per Catechisti e Operatori Pastorali della Diocesi di Bari-Bitonto. Bari, Aula Sinodale "M. Magrassi", 3-6 ottobre 2012

Introduzione

Benedetto XVI, nel convegno della Diocesi di Roma del 2007, ha sottolineato che “L’esperienza quotidiana ci dice che educare alla fede proprio oggi non è un’impresa facile. Oggi, in realtà, ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria. Si parla di una grande «emergenza educativa», della crescente difficoltà che s’incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori base dell’esistenza e di un retto comportamento, difficoltà che coinvolge sia la scuola sia la famiglia e si può dire ogni altro organismo che si prefigga scopi educativi[1].

L’educazione non possiamo pensarla solo come un’emergenza a cui bisogna trovare un tampone, ma è soprattutto una scelta che caratterizza la vita dei credenti, un impegno di umanesimo cristiano dove la comunità cristiana è chiamata ad esercitare una nuova diakonia nella storia.

Questo mio intervento mette a fuoco, a partire dall’esperienza della fede, tre aspetti: dimorare nella propria anima, trasmettere o generare la fede, destrutturare per far vedere il cuore della fede.

Il primo. Non si può vivere galleggiando, senza trovare il punto di forza della propria esistenza nell’anima. E’ da questo spazio consistente della persona umana che si possono affrontare le sfide del mondo contemporaneo e valutare la stessa crisi di fede che sta attraversando tanta parte dell’umanità, che oramai crede di non credere, sebbene viva sul bordo del proprio pozzo, assetata, ma senza il coraggio di bere al proprio pozzo. I mistici ci accompagneranno, come maestri di vita, in questo cammino verso la verità, perché solo loro hanno osato l’oltre per essere se stessi e per offrirsi come paradigma nei confronti di una umanità che brancola nella “notte” del nulla con il desiderio di incontrare la luce.

Il secondo. Dalla frontiera sulla quale costringe la mistica è legittimo chiedersi se la crisi della fede che viviamo non sia legata ad una povertà mistica della stessa esperienza cristiana, ad una preponderanza della trasmissione dei contenuti della fede rispetto ad una emergenza generativa ed educativa della fede che non vuole essere privata del Vangelo e, di conseguenza, della maternità/paternità di una comunità credente.

Il terzo. La consapevolezza che non basta in se l’atto generativo ed educativo alla fede se questo non è accompagnato da un reale processo di destrutturazione di alcuni aspetti della cultura cristiana consolidata nella quale il cuore della fede è fortemente intessuto, ma è anche in stato di sofferenza. Occorre coraggio ed occorre morire a se stessi per poter veramente generare ed educare. La Chiesa, come la famiglia, è chiamata continuamente ad attualizzare la sua maternità/paternità per non rischiare di restare senza figli.

 

1.      Dimorare nel più profondo centro dell’anima

Per coloro che sono stati educati alla teologia sistematica, dove la fede scorreva limpida e chiara nelle tesi che dicevano il mistero di Dio, non è stato facile passare alla vita delle persone e alle domande concrete di chi cerca una ragione nel rapporto fede-mondo. Certo, sapevano come rispondere. Era tutto chiaro, perché la verità rivelata era spiegata e chiarita dal magistero della Chiesa, dal depositum fidei, dal dogma.

1.1.            Le sfide del mondo moderno e contemporaneo

Oggi quel modello teologico non regge più. La nuova sensibilità lancia nuove sfide anche specificatamente alla fede cristiana e, in particolare, al suo modo di pensare Dio e di formulare l’identità e l’annuncio. Sfide che interessano particolarmente i giovani, anche quelli a noi vicini, e che si caratterizzano per alcuni tratti o peculiarità.

Un primo tratto è quello di una reazione radicale contro la pretese della ragione umana. Contro tale esaltazione, la conseguenza è stata la concezione di una ragione consapevole della fragilità delle costruzioni elaborate dalla modernità illuministica e fortemente scettica davanti alla pretesa della stessa, fino a sostenere il pensiero debole, il pensiero che non pretende, il relativismo.

Un secondo tratto è stato quello del passaggio dal super io, che riconosce l’assolutizzazione dell’io-soggetto, al riconoscimento, da parte del movimento esistenzialista, del soggetto consapevole della propria finitudine o, come sottolinea il marxismo, del soggetto consapevole delle proprie alienazioni. Il pensiero attuale, parla della frammentazione radicale del soggetto, dove, in un certo senso, il soggetto è morto o è “liquido”.

Un terzo tratto del pensiero post-moderno è la convinzione che si è arrivati alla fine della storia intesa come processo senza termine, attraverso il quale l’umanità progettava se stessa in una continua novità, e si è approdati alla post-storia, in quella condizione che registra l’incapacità di sentire la novità degli avvenimenti e di percepirne il nesso, livellando tutto sul piano della contemporaneità e della simultaneità. Dove non è più il futuro, tanto meno il passato, ad occupare un posto, ma piuttosto il presente in cui tutto accade e nel quale si svolge effettivamente la vita. Si vive così schiacciati sul presente, nell’oblio del senso storico.

Le conseguenze di questo clima culturale sono radicali, forse come non mai nella storia del cristianesimo:

a)      il pensiero debole si trova a disagio dinanzi alle affermazioni dogmatiche e preferisce sfumare i contorni del divino e procedere per via di interpretazioni che hanno più del soggettivo che dell’oggettivo (relativismo);

b)      la post-modernità, con la sua visione frantumata del soggetto, pensa che non abbia senso andare alla ricerca di una unità profonda della persona umana, vanificando così lo sforzo di una teologia, di una catechesi, di una predicazione esistenziale-personalistica;

c)       il pensiero post-moderno, fortemente marcato da un «presentismo esasperato», difficilmente riesce a pensare un Dio che si è rivelato in una storia di salvezza.

 

1.2.            La fede esige la consistenza della persona umana

Davanti a queste sfide ci si può chiudere a riccio, continuando a ripetere «ciò che si è sempre detto», o ci si può arrendere lasciandosi assorbire da esse. La proposta è quella di un dialogo critico con il tempo attuale, andando alla ricerca di un fondamento stabile. Dialogo, quindi apertura serena e fiduciosa, ma anche capacità critica per andare contro corrente, sapendo testimoniare una fede in grado di proporsi e di rivelarsi fondata, consistente: “radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (Col. 2,7).

Alla base di questa opzione c’è il modo di intendere la fede. Infatti, se credere significa solo aderire intellettualmente ad una “verità eterna”, se siamo salvati perché “sappiamo” ed affermiamo come accolta in noi la verità rivelata(“fides quae” = la fede come contenuti), allora certo la nostra vita secondo lo spirito consiste nel gustare e contemplare quella verità. Ma se credere significa aderire ad una Persona, allora le cose sono diverse e la chiarezza della teologia sistematica non basta più, occorre andare oltre, occorre andare dentro e da questa profondità, da questa relazione vitale osare l’atto di fede (“fides qua” = la fede come atto).

In quest’orizzonte parlare di fede non significa dimostrare, ma testimoniare, vivere, raccontare come Dio impatta la nostra vita, significa ritessere il rapporto Dio-mondo a partire dall’uomo, fondandosi non su una realtà esteriore, ma interiore al mondo, nell’anima, intendendo per anima non una sostanza separata, ma il principio della vita, sia di quella organica come di quella spirituale. Osando porre, quale fondamento del credere in Dio, non qualcosa di esteriore, ma piuttosto qualcosa di interiore, anzi la cosa più interiore che esiste dentro di noi e che ci fa essere, cioè l’anima. Ognuno cerca la roccia su cui costruire la casa, l’anima è tale punto fermo; quello spazio “più intimo a noi di noi stessi” (S. Agostino), il “mas profundo centro” dell’uomo (S. Giovanni della Croce). E’ da qui che dobbiamo ripartire per costruire la casa della fede, del rapporto Dio-mondo.

Il vero problema è sempre interiore: «A che serve all'uomo conquistare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Marco 8,36). L'uomo forte è colui che conquista la propria anima. Infatti, «che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?» (Marco 8,37). La conquista della propria anima non si può comprare, non si può chiedere che altri ci diano “olio” per alimentare la vita, si può ottenere solo a prezzo di un duro lavoro, vivendo.

1.3.            La crisi della fede tra atto e contenuti

Il mondo contemporaneo ci consegna scenari di fede contrassegnati da crisi. Lo stesso Pontefice ha ribadito, in più circostanze, che “Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede. Se ad essa non troviamo una risposta, se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci[2]. Il senso dell’Anno della fede si chiarifica proprio in questa linea: “capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato[3].

L'analisi dei motivi che stanno alla base di questa tensione richiederebbe una relazione a sé. Qui mi limito a elencarne i principali, dividendoli tra motivi di crisi della fides qua creditur (cioè l’atto di credere alle cose di fede, l'atto compiuto dal soggetto che crede, il credere in qualcuno), espressamente sottesi dal Pontefice quando dice che si continua a pensare “alla fede come un presupposto ovvio” mentre in realtà non è più tale, e i motivi di crisi della fides quae creditur (cioè la fede come contenuto, l'insieme di eventi e di dottrine che si accettano per vere, le cose credute, l’assenso alle verità rivelate).

Per quanto riguarda la fides qua creditur, cioè l’atto di fede, la teologia ha individuato tre livelli: preambula fidei, motivum fidei e motivum credibilitatis.

I preambula fidei (presupposti della fede), sono quegli argomenti razionali previ all’atto di fede che sono: l’esistenza di Dio, la rivelazione storica, l’esistenza storica di Gesù, i suoi miracoli, la sua risurrezione, la libertà dell’uomo, la immortalità dell’anima.

Ognuno può constatare facilmente come questi argomenti, che secondo la teologia hanno la funzione di far uscire l'atto di fede dall' arbitrarietà per la loro intrinseca evidenza razionale, oggi non svolgono più tale funzione. Oggi sono, nel migliore dei casi, oggetto essi stessi dell'atto di fede. Ovvero, prima essi reggevano l'atto di fede di fronte agli assalti del dubbio; oggi devono essere retti essi stessi dall'atto di fede. La conseguenza è che dall'arbitrarietà che circonda l'atto di fede non si esce: «Tu ci credi, io non ci credo, nessuno sa chi ha ragione, l'importante è rispettarci l'un l'altro». Il Papa ha ragione a deplorare l'imperversare del relativismo, le cui cause consistono in una debolezza sempre più evidente della ragionevolezza della fede, ovvero del legame tra fede e ragione.

Il motivum fidei (il motivo per cui si crede), cioè l’autorità di Dio, perché Dio si è rivelato e a Lui va prestata obbedienza, l’ossequio dell’intelligenza e della volontà (Vat. I, nella Dei Filius).

Il motivum credibilitatis (i motivi di credibilità), quegli argomenti cioè che, una volta che si è aderito alla fede, dimostrano alla ragione che l’adesione è ragionevole. La tradizione teologica elenca quattro principali motivi di credibilità: le profezie dell’A.T. adempiute in Gesù, i miracoli di Gesù, la diffusione del cristianesimo, la Chiesa.

Per quanto, invece, concerne la fides quae creditur, cioè i contenuti della fede, mi limito a dire che la il cristianesimo ha sempre sostenuto che questi non sono contrari alla ragione ma che semmai la completano: “Gratia non destruit naturam, sed perficit” (S. Tommaso d’Aquino); lo stesso Benedetto XVI ha ribadito a Regensburg che “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio[4]. Ciò nonostante la fede cristiana resta consapevole che gli stessi dogmi necessitano di quell’incessante lavoro della ragione e che permane un “infinito da conoscere” (S. Giovanni della Croce).

1.4.            La fede, un incontro sul bordo del pozzo

Le considerazioni finora fatte, potrebbe portarci a valutazioni negative, ma ancora una volta Benedetto XVI ci ricorda che “Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (Mt 5,13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (Gv 4,14)[5].

L’incontro tra Gesù e la donna è come una linea di frontiera tra il restare con un “cuore di pietra” oppure accogliere un “cuore nuovo”, tra l’essere nella opacità della vita oppure essere aspersi con l’acqua pura che purifica da tutte le sozzure e gli idoli (Ez. 36, 25-27), tra l’accontentarsi del battesimo in acqua di Giovanni o accedere a quello in Spirito di Gesù, tra l’essere alla festa di nozze ma con le brocche del vino vuote o accettare che Gesù intervenga mutando l’acqua in vino, il vuoto in pienezza, la tristezza in gioia (Gv. 2, 1-11).

Occorre vincere la paura che dipinge gli scenari della fede con tinte fosche, occorre scegliere e, come Gesù, intraprendere cammini non ancora battuti; tali sono il passaggio attraverso la Samaria, il restare solo al pozzo in un territorio difficile, l’opzione di parlare con una donna samaritana e trattarla in una maniera diversa.

 

In questa narrazione tutto è contro corrente, perché la vita di fede danza sul bordo del pozzo dell’esistenza e del mistero, perché la vita è il nucleo più intimo dell’esistenza, dove si è se stessi e dove si apprende la relazione, la compagnia, l’amore, la nuzialità. Il “pozzo” è come la stanza dell’anima, un luogo intimo dove l’anima incanta lo Spirito e dove lo Spirito slarga l’anima, consentendo alla sponsalità di farsi maternità.

 

 

1.5.            La fede nella prospettiva mistica: un cammino verso la verità

 

L’analisi fatta, allora, non conduce al nulla ma apre alla prospettiva dell’interiorità, della vita mistica, conduce alla via della verità. Essa infatti può rappresentare la “notte oscura”, la “nube della non conoscenza”, il “nada” di cui parlano i mistici che traduce un cammino altro, divenendo come un paradigma della ricerca che genera la fede, che comprende fino in fondo chi crede di non poter credere, chi continua a cercarlo come se non lo avesse ancora trovato (S. Agostino).

 

I mistici sono maestri della vita, cercano la verità e la gioia, esplorano gli spazi più reconditi dell’anima, osano abitare sulla frontiera, continuamente proiettati verso un oltre non ancora veduto, ma solo desiderato: “rompi la tela a questo dolce incontro” (S. Giovanni della Croce). Per questa ragione la teologia sistematica non è mai bastata ai mistici ed hanno prediletto un’altra teologia, quella apofatica; hanno utilizzato altri linguaggi rispetto a quelli della dogmatica: quelli della simbolica e della poesia, dove i simboli utilizzati (notte, inverno, vuoto, aridità…) non sono mai stati un’astrazione intellettuale, ma traccia della condizione concreta della ricerca, il segno del passaggio dell’Altro, di quella trasgressione osata per eccesso e necessità di amore, per quell’inappagabile prezzo da pagare al desiderio dell’anima,  fino al punto da ritrovarsi senza alcuna sicurezza, nella “notte” appunto.

 

Vivere il “quaerere Deum” significa essere condotti fino al cospetto dell’abisso del nulla (S. Gregorio Nisseno), obbliga ad entrare nello spazio della non conoscenza, perché è proprio il riconoscimento di questa inconoscibilità la via alla vera conoscenza (theognosia) di Dio (S. Gregorio Nisseno); genera, per analogia, quella medesima condizione spirituale di molti contemporanei che “si definiscono per ciò che inquieta e non per ciò che li rassicura” (E. Wiesel), imparando a vivere in empatia con lo spirito del mondo, fino a sedere alla stessa mensa dei peccatori (S. Teresa di G.B.).

 

Quando ci si espone alla verità, senza timore di perdere pezzi, senza voler preservare nulla, senza barare, cercando solo la verità, si entra nella notte oscura della fede. Ma questa esposizione alla verità, lungi dall'essere una tentazione o un atto di superbia intellettuale, ottiene in chi la compie quella purificazione della mente. Infatti, si entra nella notte oscura della fede ragionando[6] ed amando, mentre l’anima è tutta desta in questa esperienza drammatica e fascinosa: “l’anima che ha camminato per queste vie verso le cose celesti, avendo lasciato le cose terrestri per quanto è possibile alla natura umana, penetra nel santuario della conoscenza divina circondata da ogni parte dalla tenebra divina[7].

Le costruzioni dogmatiche della teologia, a questo livello della esperienza spirituale, appaiono come deboli segnali, per quanto veridici. Essi non sono la realtà, sebbene la significhino, ma sono segnali che la indicano, e l'anima intuisce che occorre ritenerli ed oltrepassarli, andando al di là, nel cuore stesso del mistero, oltre la “porta”: la vera conoscenza e la visione di Dio consistono “nel vedere che Egli è invisibile, perché Colui che l’anima cerca trascende ogni conoscenza, separato da ogni parte dalla sua incomprensibilità come da una tenebra[8]. In questo stadio finale della conoscenza, di Dio non si ha un concetto, ma quello che il Nisseno definisce “un certo sentimento di presenza” (aisthesin tina tes parusia)[9]  Questo significa che questa tipologia di notte non è un passo indietro, ma un evidente passo in avanti, verso il progresso spirituale, verso lo svelamento dell’uomo a se stesso e la comunione con Cristo (GS 22). I mistici, veri maestri della fede, hanno compiuto questo passo in avanti esponendosi alla luce della verità divina, volendo solo tale verità: nessun gioco di potere, nessuna strumentalizzazione della fede a interessi mondani, nessun compromesso.

I mistici hanno riconosciuto che la fede per crescere deve entrare nell'oscurità, in quanto la più alta conoscenza del divino è segnata dall’asimmetria, dalla distanza, è come un lampo nella notte, buia, come un entrare nella nube della non conoscenza, nel vuoto, nell’aridità, nell’inverno dell’abbandono (Taulero), perché “per giungere a dove non sai devi passare per dove non sai[10].

Questo cammino, delineato dai mistici con categorie diverse ma convergenti quanto alla struttura fondamentale, credo che contenga il paradigma del cammino che la fede nel suo insieme è chiamata a fare. L'anima di un vero uomo spirituale contiene, cioè, il percorso che la Chiesa tutta è chiamata a compiere, tutto il percorso che un uomo è chiamato a percorrere per essere veramente se stesso. Questo processo, allora, è qualcosa di positivo: la notte oscura inizia ad operare a livello della coscienza ecclesiale, è opportunità di purificazione e di cammino nuovo, di cammini che convergono e si orientano verso un ulteriore da raggiungere. Penso che ogni cristiano è chiamato a interiorizzare questo processo di negazione della coscienza contemporanea, a farla propria. Ognuno deve assumere il dramma del nichilismo come qualcosa che lo riguarda. Non certo per essere nichilista, ma per vivere ecclesialmente, come popolo in cammino, il senso della “notte” di cui parlano i mistici, in totale comunione col mondo, in un reale processo di purificazione e di solidarietà.

Il cammino dei mistici, però, non si ferma nella notte oscura, la meta è data dalla luce e dall’incontro con l’Amato, perché “se la persona cerca Dio, molto di più il suo Amato cerca lei[11]; dal calore della “fiamma d'amor viva”, non dal freddo del nulla; dal matrimonio spirituale dell'anima che si unisce a Dio, non dalla solitudine assoluta della dissoluzione. Al fondo di ogni percorso mistico cristiano non ci sono le tenebre, c'è la luce della vita, del Risorto; c’è la partecipazione alla vita trinitaria, c’è la deificazione, l’unione trasformante tra l’Amato e l’amata, tra l’uomo e Dio, in quella forma di ricapitolazione di tutto in Cristo, nella cristificazione dell’universo.

Ora la questione è la seguente: è possibile anche per noi giungere alla luce? Si tratta di una possibilità per ogni uomo, oppure è un'elezione per pochi privilegiati? Io penso che, così come la notte oscura riguarda chiunque si metta seriamente a pensare l’oltre, allo stesso modo l'approdo alla luce sia destinato a tutti, a tutti quelli che desiderano e cercano la verità, a coloro che già hanno sperimentato l’efficacia della grazia dell’iniziazione cristiana e che la vita ha immerso di fatto nel mistero pasquale, “dei quali solo Tu hai conosciuto la fede”.

Per i mistici cristiani Dio è un Dio in continuo avvicinamento, pertanto lo sforzo principale non deve essere quello di costruire, ma di riceverlo; la parola chiave non è risultato, obiettivo, quanto “spazio”. Occorre “fare spazio a Dio per riceverlo[12], perché Dio possa planare, invadere, perché Lui è un Dio generoso nel comunicare se stesso, “ovunque trovi spazio[13]. I mistici intendono aprire una strada verso la gioia, per questo la priorità non è l’autorealizzazione, ma la relazione e il “nulla” non è il  niente, ma la creazione di uno spazio libero, una zona di atterraggio. Fare spazio significa avere spazio a disposizione.

 

 

2.      Trasmettere o generare la fede?

A questo punto della nostra riflessione sembra quasi inutile constatare che è assolutamente insufficiente vivere l’educazione alla fede come un processo di trasmissione, ma che urge una generazione alla fede, un’esperienza che immerga l’uomo contemporaneo nel suo “sottosuolo” e nell’interiorità del mistero pasquale di Cristo.

2.1.            Fino a qualche anno fa.

La fede, fino a non molto tempo fa, veniva trasmessa in famiglia, non teoricamente, ma dentro la vita quotidiana; si trasmetteva narrando e vivendo direttamente gli avvenimenti quotidiani, i ragazzi erano direttamente a contatto con le cose tristi e belle della propria famiglia, erano introdotti alla vita attraverso il modo con cui si pensava e si parlava, nel modo con cui si pregava insieme.

La scuola elementare, era la continuazione di questa educazione religiosa alla vita e si dava senza generare fratture rispetto a quanto trasmesso dalla famiglia.

Poi c’era il paese, che costituiva come una specie di grembo collettivo, dove ognuno era conosciuto, protetto, tutelato. Il paese era come una famiglia allargata, un terzo luogo educativo.

Questo sistema sociale costituiva il tessuto generativo per l’educazione umana, civica e religiosa dei ragazzi. Si imparava in questi contesti a vivere, a comportarsi bene, a credere in Dio. Queste tre forme di educazione (umana, morale e religiosa) coincidevano in un sistema sociale in cui il cittadino e il cristiano erano la stessa cosa.

E la parrocchia? La parrocchia era il luogo della cura della fede; non aveva il compito di generare alla fede, ma di nutrirla, curarla, renderla coerente attraverso la vita sacramentale e l’esperienza dell’appartenenza.

2.2.            La situazione attuale

E’ sotto i nostri occhi un cambiamento radicale e repentino. Dei tre grembi educativi –famiglia, scuola, paese- non riusciamo più a capire quale sia in grado di dare la vita, di essere in grado di incidere ed avere rilevanza rispetto al ruolo educativo.

Se guardiamo la famiglia, i genitori sono disorientati; non hanno più un modello educativo sicuro da proporre, quello che hanno ricevuto non è un modello da trasmettere, non funziona. In questa situazione critica ognuno è sollecitato ad imboccare strade che non conosce, ad affrontare una sfida difficile, come quella educativa, senza avere gli strumenti necessari. Quanto poi alla trasmissione della fede in famiglia, anche i genitori credenti hanno perso la capacità di dire la fede, di comunicarla. Non hanno parole perché anche in loro la fede è in stato di dubbio o di abitudine, di contenuti che non hanno mai coinvolto la vita.

La scuola è in situazione di affanno educativo e non è più un ambiente vitale dove si coltivano valori cristiani. Resta l’ora di religione, ma dentro un contesto laico e senza orientamenti certi.

Il paese non c’è più. Tutto è virtuale, è villaggio globale. I nostri ragazzi sono proiettati sul mondo, dentro una cultura globale, da supermarket, dove incontrano tutto e tutti, tutte le opinioni e i costumi, i valori più opposti e le contraddizioni più grandi. Il paese non educa più e i nostri ragazzi scorazzano tra le bancarelle del mercato globale e incontrollato, prendendo quello che vogliono.

Questo mutamento non è una catastrofe, ma va letto come un cambiamento in atto che mette in crisi una certo modo di stare al mondo, di essere famiglia, di fare gli educatori e di vivere la fede. Non è la fine del mondo, ma la fine di un certo mondo, è “notte”, ma possiamo già vedere i germi del ricominciamento, che sono segnali di destrutturazione e di ristrutturazione.

Questa visione delle cose è fondata sulla speranza cristiana, è una lettura pasquale, la quale ritiene che lo Spirito del Risorto non si è fatto scippare la storia dalle mani e che questa va verso il suo compimento e non verso il nulla. Tale lettura porta ad assumere un atteggiamento dialogico e non aggressivo rispetto ai cambiamenti in atto, porta a sentirsi compagni di viaggio, a saper riconoscere i germi di bene seminati dal Verbo nella storia e quindi a collaborare con tutti per la costruzione di un mondo più fraterno e solidale. 

2.3.            L’impegno della comunità cristiana.

In questa situazione culturale di travaglio “La «porta della fede» che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita[14].

Certo, il percorso verso la fede è difficile perché manca l’educazione, cioè quel cammino fatto di relazioni, di volti rivolti, di intrecciarsi di storie narrate, tutti itinerari attraverso i quali un giovane impara a prendere in mano la propria vita e decida non solo che cosa vuole farne ma, soprattutto, chi vuole essere e chi vuol diventare.

La comunità cristiana che cosa deve fare?

a)      Non può credere che l’ora di catechismo (non in se stessa, ma come è stata finora condotta) possa sostenere una situazione di questo tipo, che sia cioè possibile iniziare alla fede in un’ora settimanale;

b)      non può ignorare che siano venuti meno i tre grembi generatori della vita e della fede, e pertanto non può continuare a caricare sull’ora di catechismo un compito che non è più di spiegazione della fede, ma di iniziazione, cioè di generazione della fede. Chiediamoci: come è possibile iniziare alla fede mediante una lezione?

c)      non può ignorare che i ragazzi di oggi sono figli di una generazione adulta senza fede;

d)     non può sorvolare sul fatto che c’è uno svuotamento del senso dell’interiorità;

e)      non può dimenticare che fondamento della fede è e resta la persona di Gesù Cristo, incontrato e accolto come fatto irrinunciabile della vita personale;

f)       non può sottovalutare che la fede è camminare in Cristo, cioè una esperienza in movimento, che deve portare il credente ad essere “radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede” (Col 2,7), per non divenire “preda” di filosofie e mode (Col 2,8);

g)      non deve dimenticare che la fede cristiana non è la fede dei no sconsiderati, ma dei si responsabili (Col. 3, 5-15), perché l’intento è quello di generare un umanesimo cristiano fatto di bellezza, di bontà, di un’armonia sinfonica (Col 3,16-17).

Da questa situazione, la comunità cristiana deve riprendere in mano il compito che più le sta a cuore e la definisce nella sua missione, quello di non lasciare prive le nuove generazioni del dono del Vangelo[15], e di farlo insieme a coloro che hanno a cuore questa stessa cosa, a quei genitori che sono convinti che la fede non è un accessorio, ma è dono che aiuta a diventare umani e a stare nel mondo con speranza e responsabilità.

Questa opzione mette insieme, in forma interattiva, i tre protagonisti: i genitori, i ragazzi, la comunità cristiana. L’attenzione passa dai ragazzi agli adulti, in particolare alla famiglia; il soggetto catechistico non è più il solo catechista, ma la comunità; l’itinerario ai sacramenti dell’IC assume una configurazione a dimensione catecumenale.

La comunità deve prendere atto che questo è il tempo in cui la fede si trasmette non consegnandola come un patrimonio consolidato, ma generandola nel cuore delle persone, perché esse la custodiscano, la curino, la facciano crescere (Gal 4,19; 1Cor 4,15; Col 2,7).

2.4.            Si genera imparando la maternità/paternità e le loro attitudini

In quanto atto, la fede appartiene all’esistenza dell’essere-nel-mondo, ma in quanto atto-di-fede, essa trascende questa esistenza assumendola dall’interno di un’altra interpretazione della realtà: il mondo di Dio. La conoscenza di fede è quindi la conoscenza del mondo dell’uomo come mondo di Dio. Una Chiesa che genera alla fede impara dall’esperienza della maternità/paternità gli atteggiamenti fondamentali perché ciò avvenga:

a)      Una vita si genera attraverso la vita. Una Chiesa che genera alla fede deve passare dalla condizione della sponsalità a quella della maternità/paternità responsabile; senza questa maturazione non c’è Chiesa, non c’è iniziazione alla fede. La Chiesa è mia Madre, mi ha generato e continua a custodirmi estendendo la sua funzione materna/paterna a tutta la vita. Padri e madri, infatti, lo si è perché si fa crescere un figlio, accompagnandolo, in tanti modi diversi lungo il corso della sua vita, senza trattenerlo troppo, senza comprimerlo, lasciandolo vivere nella sua alterità.

b)      Richiede la disponibilità del dono di sé. La maternità/paternità è dare la vita perché l’altro ne divenga responsabile. Generare è dare e darsi, senza nulla trattenere, senza nulla recriminare.

c)      Generare è prendersi cura. E’ l’attitudine feriale del generare, quando si diventa capaci di attenzione, di vicinanza, di intuire il bisogno dell’altro, di amare senza vedere, intuendo i bisogni dell’altro.

 

3.      Destrutturare per far intravedere il cuore della fede

Non è sufficiente l’atto generativo ed educativo alla fede se non è accompagnato da un reale processo di destrutturazione di alcuni aspetti della cultura cristiana consolidata nella quale il cuore della fede è intessuto ma è anche in sofferenza.

Certamente “Esiste un nesso stretto tra educare e generare: il lavoro educativo s’innesta nell’atto generativo e nell’esperienza di essere figli. L’uomo non si da la vita da solo, ma la riceve. Allo stesso modo, l’esperienza del vivere in tutte le sue dimensioni attende di essere attivata, generata da un’altra esperienza: il bambino impara a vivere guardando al genitore, alla persona più grande, all’amico[16].

Se anche per l’educazione alla fede valgono le caratteristiche che appartengono alla generazione, allora possiamo dire che può generare figli solo una comunità viva, che si sente gioiosamente sposa, discepola, uditrice della Parola, colma di stupore davanti alle opere di Dio e dedita alla missione.

La sua generosa attitudine generativa è l’unica forza che può accendere il dono della fede nelle nuove generazioni, perché l’esperienza dell’amore generativo cambia una persona, una comunità e diviene attitudine all’accoglienza, all’attenzione, alla relazione, alla solidarietà, alla condivisione, forme tutte di un amore caldo e non astrattamente distaccato, di un amore che è disponibile ad accompagnare l’uomo fino in fondo alla notte (Lc. 24 – Emmaus), non accontentandosi di trasmettere verità, ma dialogando, non restando indifferenti dinanzi alle vertiginose discese o alle rapide salite verso il senso o il non senso della vita.

Occorre coraggio per generare ed educare una vita, in quanto è sempre un po’ morire a se stessi. In questo caso è morire alle proprie certezze per mettersi alla ricerca della verità; è morire alle proprie sicurezze per aprirsi con i più giovani all’azione imprevedibile dello Spirito; è distaccarsi dalle forme culturali della propria fede per consentire che essa emerga in forme nuove ed inedite.

Comprendiamo allora che porre l’accento sull’aspetto generativo dell’educazione alla fede non è in alternativa a quello della trasmissione, però occorre far emergere che se continua a prevale il tradere rispetto all’educere il prezzo da pagare, anzi che già si sta pagando amaramente, è altissimo: quello dell’allontanamento di intere generazioni di giovani che non si sentono attratti dallo stile anonimo delle comunità cristiane, né si sentono a loro agio in forme di vita sognate e disegnate da altri, in momenti storici e culturali differenti, né si sentono compresi nelle loro legittime domande.

La comunità oggi offre una cultura cristiana consolidata, nella quale il cuore della fede è intessuto con gli elementi che nel tempo hanno interpretato, custodito ed espresso quel cuore. La pretesa di trasmettere alle nuove generazioni la cultura cristiana ed ecclesiale delle generazioni passate, rischia di diventare un corto circuito reale.

Occorre il coraggio di generare ed educare per rimettersi umilmente alla ricerca della verità. L’atto generativo, infatti, come quello educativo non privano una parte della comunità della propria paternità/maternità affermata, ma riconoscono il diritto ai figli di non restare bambinoni, sterili, servi obbedienti, condannati a non diventare mai padri, madri. Questo non significa rinunciare ad un ruolo, ma comporta esserlo nel modo più maturo e profondo, magari attraverso la testimonianza e la gioia, l’impegno a lottare contro le realizzazioni inautentiche dell’umanità e l’essere cittadini nel senso più pieno del significato, la testimonianza di una vita sapiente e l’avvertenza delle cose escatologiche.

Se la Chiesa è in crisi con i giovani, ciò è dovuto al fatto che qualcuno ha indebitamente occupato il loro posto con atteggiamenti di giovanilismo o con il semplice fatto che non ha saputo assumere, a tempo debito, il ruolo effettivo di “presbitero”, di anziano capace di guardare con contentezza i propri figli, pur nella consapevolezza che questi non avrebbero mai fatto le cose che ha fatto lui, ma che tuttavia avrebbero saputo ascoltarlo ed amarlo, mentre ricercavano il novum della fede, nella molteplicità dei dinamismi del credere[17].

Una Chiesa che si colloca nella prospettiva di generare alla fede, deve attualizzare la sua maternità/paternità, deve vestire i panni della dell’essere “grembo accogliente, comunità di credenti in cui si è generati come figli di Dio e si fa l’esperienza del suo amore[18]. Giovanni XXIII definì la Chiesa mater et magistra; prima mater che magistra, magistra perché mater. Il  Papa buono” aveva visto profeticamente, aveva compreso l’urgenza della prospettiva generativa delle comunità cristiane del suo tempo perché le nuove generazioni non restassero senza Dio, senza anima, senza vita, senza maternità e paternità spirituale, senza figli. Per le nostre comunità, questo è un invito pressante.

Infine, una Chiesa “mater et magistra”, ha il “compito di servire la ricerca della verità[19]. Ma per insegnare deve vestire il “grembiule” della “teologia che serve”, deve osare il nuovo, deve incoraggiare i suoi figli a non accontentarsi di quello che hanno già visto, ma orientarli verso l’oltre del Regno, ricordando loro, come tanti mistici e mistiche hanno testimoniato con una paternità e maternità coraggiose, che dopo aver varcato la “porta della fede” c’è ancora un infinito da conoscere (S. Giovanni della Croce), perché la “porta della fede” “introduce alla vita di comunione con Dio[20] e l’uomo non può vivere con meno dell’infinito. 

Conclusione

Si va facendo sempre più chiara la convinzione che noi abbiamo tante storie belle da raccontare a questo mondo a corto di anima e di bellezza. Raccontare la nostra fede come percorso generativo ed educativo è la sfida che abbiamo dinanzi.

Riusciremo a fare questo esodo: da una Bibbia-miniera di frasi utilizzabili per la dogmatica, ad una Bibbia-racconto di ciò che succede a Dio quando ha fede nell’uomo e all’uomo quando davvero si fida di Dio? Riusciremo a lasciare da parte i principi astratti per ascoltare nel silenzio il cuore di ogni uomo e rispondervi con la stessa tenerezza di Gesù? Riusciremo ad essere come Gesù che indicava la strada per rendere più umana questa nostra vita, ma non la imponeva, non la spiegava sino in fondo, certo che ogni uomo avrebbe cercato di ritrovare quella luce da cui era scaturito?

Lascio tre consegne mentre la Chiesa ci chiede di varcare oggi “la porta della fede”: educare allo sguardo, educare alla determinazione, educare al bene.

Non c’è nessun approdo a Dio senza educazione allo sguardo. Non lo sguardo che cattura o che terrorizza, non lo sguardo spento e desolato di tanti nostri ragazzi e giovani, ma quello che porta a guardare con stupore ed attitudine contemplativa noi stessi, gli altri, il mondo, il mistero di Dio. “La salvezza sta nello sguardo[21].

Non c’è approdo a Dio senza educazione alla determinazione. Dobbiamo deciderci, non si può vivere un’intera esistenza oscillando tra l’inconsistenza e l’essere, lacerati tra quello che vorremmo essere e quello che siamo, non decidendo mai da che parte andare. Gesù, ad un certo punto del suo cammino con i discepoli, pone una domanda secca: “chi sono io per te?” Per rispondere devo sapere chi sono io, cosa voglio dalla vita e da te che cammini con me, devo sapere quali sono le cose che contano, di chi mi fido, chi è il mio “dio/Dio”.

Non c’è approdo a Dio senza educazione alla grazia. La grazia è la bellezza, il buono. La grazia è il ricordo che conserviamo, nel più profondo centro dell’anima, di quella bellezza travolgente e affascinante che ci ha preso la vita e la lascia in una condizione di desiderio. La scegliamo la grazia perché è bellezza. La scegliamo liberamente la grazia perché è l’idea e la realizzazione stessa di bene. La grazia seduce l’intelligenza e il cuore mediante il fascino della bellezza perché è la stessa Bellezza, tutta la Bellezza, il Sommo Bene, la cosa più bella che ti possa accadere e che ti porta a dire, affermando la tua libertà, ho solo bisogno di Te. Non ho bisogno di qualcosa, e non perché sia cattiva, ma perché io ti voglio al centro: “Solo Dio per lei è tutto[22].

 

                                                                                              P. Luigi Gaetani, OCD

                                                                                             

 



[1] BENEDETTO XVI, Discorso al Convegno della Diocesi di Roma, 11 giugno 2007.

[2] BENEDETTO XVI, Discorso alla Curia romana, del 22 dicembre 2011.

[3] Ib., Porta fidei, Lettera Apostolica in forma di Motu proprio, n. 2.

[4] BENEDETTO XVI, Discorso all’Università di Regensburg, 12 settembre 2006.

[5] BENEDETTO XVI, Porta fidei, Lettera Apostolica in forma di Motu proprio, 2011, n. 3.

 

[6] S. Tommaso, “Si dice che al termine della nostra conoscenza, Dio è conosciuto come lo Sconosciuto perché il nostro spirito è pervenuto all’estremo della sua conoscenza di Dio quando alla fine si accorge che  la sua essenza è al di sopra di tutto ciò che può conoscere quaggiù”, In Boet. Trin. Proem. q.1,a.2, ad 1.

[7] GREGORIO NISSENO, Omelia XI sul Cantico (PG 44, 1000 C-D).

[8] Ib., Vita di Mosè, II,163 (SCH 1 bis, p. 210 s.).

[9] Ib., Omelia XI sul Cantico (PG 44, 1001B).

[10] S. Giovanni della Croce, 1 Salita 13,11.

[11] Ib., Fiamma B, 3,28.

[12] S. Giovanni della Croce, FB 2,27.

[13] Ib., FB 1,15.

[14] BENEDETTO XVI, Porta fidei, Lettera Apostolica in forma di Motu proprio, n. 1.

[15] MATTEO A., La prima generazione incredula, Rubettino, 2010.

[16] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 27.

[17] C.M. MARTINI, I dinamismi del credere, Cattedra dei non credenti, Milano 1992, pp. 13-31.

[18] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 21.

[19] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 22.

[20] BENEDETTO XVI, Porta fidei, Lettera Apostolica in forma di Motu proprio, 2011, n. 1.

 

[21] S. WEIL, Forme dell’amore implicito di Dio, in Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1972, p. 149.

[22] S. GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma B, 1,32.

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