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La Focsiv: «Un traguardo che sa di terra, fatica e sudore»

Sono passati oltre 45 anni da quando i volontari della Focsiv, la federazione degli organismi cristiani di cooperazione e volontariato, hanno iniziato a costruire nel mondo pace e giustizia. Ong piccole e grandi ispirate dal Vangelo tentano di tradurre il messaggio della Pacem in terris in gesti concreti e solidali tra le comunità che abitano il mondo.

«Nell’enciclica – spiega Gianfranco Cattai, presidente della Focsiv – si fa esplicito riferimento alla pace "nelle terre", quindi a un pianeta composto di persone, culture e popoli. Dunque, si potrebbe anche dire: "pace in terra e tra i popoli". Non si parla di pace solo come condizione spirituale, ma di una pace che sa di terra, fatica e sudore».

I volontari della Focsiv sono impegnati con quattro enti associati in Mali, terra una volta nota come oasi di democrazia in Africa occidentale, dove sono rimasti anche negli ultimi 12 mesi, nonostante il golpe, la guerra civile nel nord del Paese seguita dall’intervento delle truppe francesi e dove gli indipendentisti tuareg si sono alleati con le milizie di Al Qaeda rendendo pericolosa la permanenza. Rimanere in Mali, diventata simbolo dei conflitti – nuovo nome delle guerre di questo secolo – per far fronte ai bisogni della popolazione è stata una sfida vinta. Sono il Cisv, che ha continuato l’opera di rafforzamento degli allevatori e fa da mediatore nei conflitti tra agricoltori e allevatori legati alla penuria di terre e punti d’acqua. Poi l’Engim che ha avviato progetti di formazione, interventi sulla sicurezza alimentare e vuole contribuire al ritorno nei villaggi di origine delle famiglie sfollate delle tre regioni del nord. Ancora, l’Ipsia Trentino che tra il 2010 e il 2012 ha costruito una scuola a Yassing, dove hanno accolto gli sfollati e oggi distribuiscono cereali. E Lvia, impegnata sul fronte della sicurezza alimentare, nel settore idrico e in quello sanitario. Un anno fa, dopo la conquista delle città settentrionali da parte di Al Qaeda, il personale è stato evacuato in Burkina Faso, ma in questi giorni è tornato per avviare una campagna di riabilitazione dei pozzi.

«In Mali – conclude Cattai – come in Afghanistan, in Iraq o in Somalia non serviranno le armi per costruire la pace, ma il dialogo e il riconoscimento dell’altro. La pace va costruita nel tempo costruendo la giustizia, praticando il perdono». E come dice Papa Francesco – e come in fondo diceva la "Pacem in terris" – senza avere paura della tenerezza.

Paolo Lambruschi

©  Avvenire, 11 aprile 2013

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