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La luce sul vuoto

Non prendiamocela con le lucine. Nella mia città un artista-studente ha realizzato, per una scultura di post-modernità osservante allocata presso una stazione ferroviaria in zona centro, una elegantissima velatura di lucine, con calde sfumature di colore.

Ne sortiva un effetto d’anima, una circolazione di presenza incandescente e di intimità discreta, che solcava l’intero enorme piazzale, greve di penombre lattiginose (insomma, il demoralizzante effetto-città dell’illuminazione pubblica).

L’installazione trasformava la scultura originale in un vero punto-presepe. Un nodo caldo di luce e penombra: intenso e vivo, non chiassoso né invadente. Infine – proprio come il presepe delle nostre case e delle nostre chiese – un morbido cordone ombelicale, in cui batte il respiro di un appena-nato: che riscalda il sangue nelle vene di tutti.

Lo sguardo stesso se ne appropriava, portandolo con sé, trasferendo quei piccoli palpiti di luce vivente nei punti più lontani del grande perimetro. Le ombre morte se ne riscaldavano, gli ottusi cementi se ne addolcivano, la sgangherata colonna sonora del traffico andava miracolosamente in sordina. Per un momento, fermava il tempo e il respiro. Estirpato. In pochissimi giorni, la lesa maestà d’Autore ha rivendicato il suo legittimo diritto. E noi abbiamo perso un battito del cuore.

Non ho potuto fare a meno di pensare a questo, leggendo le parole pronunciate ieri dal Papa sull’effetto-Epifania per l’intero mistero natalizio. Benedetto XVI si è sottratto allo stereotipo delle critiche di maniera, ormai adottate anche dagli osservatori ai quali del Natale cristiano non importa nulla. «La festa di Natale affascina oggi, come una volta, più di altre grandi feste della Chiesa; affascina perché tutti in qualche modo intuiscono che la nascita di Gesù ha a che fare con le aspirazioni e le speranze più profonde dell’uomo».

Non sono le luci della festa, e il calore intimo che vi si avvolge, la pietra dello scandalo. È il vuoto di realtà che vi si installa, il nostro problema. Natale è un punto di tangenza con il mistero della nostra origine e della nostra destinazione. Dio non è mai stato così vicino agli esseri umani, come in quel giorno. Quando non vediamo più, quando non siamo più toccati – e persino feriti – dai segni di quella presenza, possiamo allungare le prediche e accendere i fari quanto vogliamo. L’occasione è persa. Il consueto traffico riprende.

Se invece batte il cuore, per la nostalgia della Presenza bambina di Dio, allora tutto può di nuovo accadere. «Il consumismo può distogliere da questa interiore nostalgia – prosegue il Papa – ma se nel cuore c’è il desiderio di accogliere quel Bambino che porta la novità di Dio», allora anche «le luci degli addobbi natalizi possono diventare piuttosto un riflesso della Luce che si è accesa con l’incarnazione di Dio».

Trafitto mille volte, questo Natale. Dagli aguzzi profili delle nostre insensibili città di pietra, dove si tollerano luci solo per gli ultimi nati di Mammona. Dalle terribili ombre di un risentimento disperato e distruttivo, che viene da oscuri fraintendimenti del Sacro. Eppure, mai così vicino al nostro impotente senso di struggimento per il vuoto che lascerebbe, se fosse spento. Guardate i vostri figli. Cercate il respiro della carne del Figlio. E non avvilite piccoli poeti e piccoli santi, che – giovani e ostinati – accendono lucine per tutti noi.

Pierangelo Sequeri
© Avvenire, 6 gennaio 2011
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