Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

La singolar tenzone sulla liturgia

Trovo particolarmente stupida la contrapposizione tra il vecchio e il nuovo. Perché solo in questo campo parlare più lingue non dovrebbe essere un valore?

Nei commenti dei lettori che trovo su questo come su altri blog cattolici leggo sempre con una certa dose di perplessità le singolar tenzoni intorno al Concilio. Match dialettici che - stringi stringi - finiscono sempre a colpi di «schitarrate», con il contorno di un livore decisamente sopra le righe. Oserei dire che in alcuni ambienti cattolici oggi la liturgia sta diventando un terreno di scontro caldo almeno quanto la politica.

Ora: che la liturgia sia il cuore della vita cristiana lo diciamo tutti. Ma mi chiedo se non sarebbe ora di cominciare anche a domandarsi che cosa questa frase significhi davvero. Perché ho come l'impressione che qualcuno - quando la pronuncia - più che a un organo che fa arrivare il sangue e la vita a tutte le altre membra, pensi a qualche gingillo d'oro incastonato nel petto di un improbabile totem.

Personalmente credo di avere avuto una fortuna particolare: ho incontrato parecchie persone che mi hanno fatto capire quanto sia bello celebrare il mistero sia attingendo al patrimonio ricchissimo della tradizione liturgica, sia accettando la sfida di far incontrare il rito immutabile dello spezzare del Pane con qualche elemento che dialoghi con i linguaggi dell'uomo del nostro tempo. Diciamo che mi sento a casa sia col gregoriano che tra le schitarrate, quando mi ritrovo in una comunità che comunque vive con cura la sua liturgia. Per questo trovo particolarmente stupida la contrapposizione manichea tra il vecchio e il nuovo. Come se davvero la tradizione fosse quell'età dell'oro in cui tutti vivevano in pienezza la liturgia (non c'erano mica solo i monasteri...). Come se davvero la musica liturgica degli ultimi cinquant'anni fosse solo banalità (mi domando se chi lo dice abbia mai letto sul serio il testo del Symbolum di Sequeri, tanto per citare uno dei canti che ricorrono più spesso in una normale parrocchia italiana). E come se davvero qualche gruppo di fedeli che in una diocesi celebra con il rito di Pio V fosse un pericolo per l'unità della Chiesa.

Una cosa in particolare, da giornalista, mi dà fastidio: gli articoli sull'ultimo abuso liturgico scoperto nella tal chiesa, denunciato al grido di "o tempora o mores". Beh, io ogni tanto mi chiedo dove vada a Messa questa gente, perché la normalità delle parrocchie che frequento (e non sono poi così poche) è decisamente un'altra rispetto a quanto questi articoli raccontano. Con tanti limiti, certo, riti, parole e gesti che si potrebbero vivere meglio; ma la sciatteria che stando a quanto si legge in giro sembrerebbe così diffusa, io proprio non la vedo. Tra l'altro: il fatto che esistano abusi liturgici è davvero questa gran notizia? Intanto sfatiamo il mito che siano nati con il post Concilio: perché si citano sempre le Messe beat e mai l'uso di entrare a «prendere Messa» solo dopo l'offertorio? Quello non era un abuso (anche lì col parroco consenziente)? Basterebbe poi leggere san Paolo per rendersi conto che l'abuso nella liturgia è una tentazione presente da sempre nella Chiesa: persino quando riunirsi per lo spezzare del Pane era ancora memoria recente del gesto compiuto dal Maestro, c'era chi si ubriacava. Figuriamoci dopo...

Ma il punto è che la caccia all'abuso oggi serve principalmente a demonizzare l'altro. A far passare l'idea che «solo come celebriamo noi si vive il mistero». E proprio questo è ciò che non riesco a capire: in qualsiasi contesto saper parlare più di una lingua è considerato un valore; perché mai non dovrebbe valere anche per la liturgia?

Io un sospetto ce l'ho e torno al Concilio da cui sono partito. Delle quattro grandi costituzioni io ne sento citare sempre e solo tre: una volta si parlava sempre della Gaudium et Spes, quella sulla Chiesa e il mondo contemporaneo. Poi c'è stata la stagione della Dei Verbum, con la riscoperta della Parola di Dio nella vita della Chiesa. Adesso va molto la Sacrosanctum Concilium, il testo appunto sulla liturgia. Ma la Lumen Gentium, la costituzione dogmatica in cui il Concilio spiega che cos'è la Chiesa, qualcuno la rileggerà prima o poi? Sì, perché non è possibile parlare di liturgia senza partire dalla definizione di chi siamo. A meno che non si voglia fare solo dell'estetica da bar (come quella di chi va in giro a recensire le Messe come se fossero i ristoranti della Guida Michelin...). A celebrare è la Chiesa, cioè «un sacramento, che è segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium, 1). Anche nel rito non c'è solo l'unione con Dio e non c'è solo l'unità di tutto il genere umano: ci possono essere solo entrambe le dimensioni insieme; altrimenti si tratta o di un rito magico o di un'allegra brigata che si ritrova per un motvio qualsiasi.

Se le cose stanno così è davvero così folle - allora - pensare che non esista un registro solo per tenere insieme questi due elementi? E che forse, anche nella liturgia, ciascuno di noi prima di criticare dovrebbe pensare se non ci sia qualcosa che ha da imparare dalla Messa dell'altro?

Giorgio Bernardelli

© www.vinonuovo.it, 9 dicembre 2011

Prossimi eventi