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Liberiamo la domenica, aderisci

La campagna della Confesercenti e della Cei. La raccolta di firme fuori dalle chiese domenica 25 novembre. Cresce l'ostilità alle aperture indiscriminate degli esercizi commerciali.

1. Ma chi l'ha detto che è un affare?

 

Era già successo nel 1994: Chiesa cattolica e Confesercenti uniti contro la liberalizzazione selvaggia delle aperture dei negozi. «L’esito referendario era però stato poi vanificato dalle successive normative», spiega Marco Venturi, presidente di Confesercenti. «In quell’occasione i cittadini capirono qual era il senso della nostra opposizione: la difesa di valori e qualità della vita, la regolamentazione di orari e lavoro perché al centro fosse messa sempre la persona e la sua famiglia e non solo il guadagno».

A quasi vent’anni di distanza ci si prova di nuovo. «Sperando che stavolta la nostra voce venga finalmente ascoltata». Le firme per la richiesta di un referendum abrogativo di parte della legislazione sulle liberalizzazioni sono state depositate in Cassazione il 13 novembre. E dalla settimana prima era partita la raccolta per una legge di iniziativa popolare sul tema delle aperture. Un tema che ha destato subito interesse e che ha uno dei suoi momenti forti domenica 25 novembre quando, sui sagrati delle chiese, ci saranno i banchetti per la raccolta delle adesioni. «Il sagrato è il luogo giusto perché», spiega monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, «tradizionalmente è sempre stato il luogo dove la Chiesa e il mondo si incontrano».

La Cei si è apertamente schierata in difesa della domenica e delle festività. «Abbiamo avuto l’appoggio del cardinale Agostino Vallini», aggiunge Mina Giannandrea, presidente di Federstrade, «e un grande ringraziamento lo dobbiamo sia a monsignor Bregantini che a monsignor Mariano Crociata che, con la sua sensibilità, ha subito capito la nostra proposta e allertato le diocesi».<EM>La Chiesa è da sempre attenta al rispetto della domenica. «Non si tratta di una battaglia clericale», sottolinea monsignor Bregantini, «ma di una battaglia antropologica, cioè che coinvolge l’essere stesso delle persone. È in gioco il futuro delle nostre città e del nostro vivere civile».

Con lo slogan “Libera la domenica” (il sito Internet è www.liberaladomenica.it), è dunque partita una iniziativa che vuole fare da “rete” delle varie proteste e agitazioni che in questi mesi si sono succedute lungo lo Stivale. E che continua a ricevere adesioni sia dal mondo cattolico, tra gli altri anche dalla Comunità di Sant’Egidio e dal ministro Andrea Riccardi, sia dalle altre confessioni religiose, prima fra tutte la comunità ebraica.

«Si è dimostrato», aggiunge Mauro Bussoni, vicedirettore generale di Confesercenti, «che da quando è stato approvato il decreto Salva Italia che ha liberalizzato gli orari dei negozi non c’è stato alcun incentivo al consumo, anzi. Le piccole e medie imprese, al contrario, stanno soffrendo ancora di più e molte hanno chiuso o rischiano la chiusura». Secondo i dati di Confesercenti, negli ultimi anni hanno chiuso 100 mila imprese e altre 81 mila potrebbero aggiungersi nei prossimi cinque anni. «Rischiamo la desertificazione dei nostri quartieri con l’aumento dell’insicurezza e con lo sgretolamento del tessuto sociale», aggiunge Bussoni. «Sine dominico non possumus», ricordava Benedetto XVI già al convegno ecclesiale di Verona del 2005. Che significa, conclude monsignor Bregantini, che «senza la domenica ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere».

Annachiara Valle

 

2. Tiziana, la commessa che ha detto basta

 

 

In negozio tutte le sante domeniche dell’anno? Dopo che, per tutta la settimana, una è uscita di casa alle otto del mattino per rientrarvi alle otto di sera? No, grazie: è troppo. E a luglio ha smesso di lavorare. Per riprendere a vivere. Metà dei suoi 42 anni, Tiziana D’Andrea, trevigiana, figlia di commercianti, li ha trascorsi dietro un bancone o una cassa, da commessa. Nel settore, non s’è fatta mancare nulla, lavorando sia in un grande centro commerciale che in un call center. Ultimamente era assunta in una boutique del centro, a Treviso.

«Poi è arrivato il decreto Salva Italia», spiega, «che in nome della liberalizzazione stabilisce l’apertura degli esercizi commerciali 24 ore su 24, sette giorni su sette, e ho detto basta: scelgo di stare con mio figlio, che oggi ha 14 anni, e con mio marito. Battendomi contro le domeniche lavorate, che distruggono la famiglia». Non le importa molto se con uno stipendio in meno in casa, s’è stretta la cinghia: «Abbiamo messo in pratica la cosiddetta decrescita felice: meno consumi, più relazioni. Al posto dell’ultimo modello di cellulare, mi prendo più tempo per stare assieme ai miei».

L’ex commessa in pochi mesi è diventata, senza volerlo, la leader veneta della protesta contro le domeniche lavorate. «Se, come capita a me, hai un marito anch’egli costretto a lavorare di domenica, non hai più vita familiare. E non basta certo il giorno di riposo compensativo, che spesso resta un diritto solo sulla carta, specie se si è dipendenti di piccole attività commerciali: che te ne fai, infatti, del lunedì mattina quando i tuoi figli sono a scuola e il marito in ufficio? La domenica è da sempre l’unico giorno in cui possiamo dedicarci ai nostri affetti e al riposo. Con la liberalizzazione che ne resta del valore civile della festa? Che importanza diamo al nostro essere genitori?».

Grazie a Internet, Tiziana ha scoperto che erano in molti a pensarla come lei. E non solo tra dipendenti e commesse, ma anche tra gli stessi titolari di negozi ed esercizi pubblici. È entrata nel gruppo Facebook Domenica NO grazie, fondato in Toscana, e ha aperto quello veneto, che oggi conta 550 aderenti. «Qualcuno, solo per essersi iscritto, rischia ritorsioni o addirittura il posto. Ed è costretto a mantenere l’anonimato». Tiziana tira dritto e mette davanti la sua di faccia, tanto adesso non ha padroni a cui rispondere ed è «mamma a tempo pieno», come indica nel suo profilo Facebook. «Questa battaglia, che vede per la prima volta protagoniste le commesse, categoria ritenuta da sempre poco incline a scendere in piazza, è completamente autogestita, nata fuori dalle sedi di partito o del sindacato che, peraltro, non scommetteva nulla su di noi». Solo la Chiesa appoggia le rivendicazioni dei movimenti spontanei sorti contro le liberalizzazioni selvagge, ma senza imporre etichette confessionali alle manifestazioni, come quella svoltasi il 7 ottobre scorso a Treviso.

Due sono le “bugie” su questo tema che disturbano Tiziana D’Andrea: l’affermazione che le domeniche aperte aiutino l’economia a risollevarsi, contribuendo a creare posti di lavoro, e che il non stop dei negozi sia una realtà ormai accettata e praticata in tutt’Europa. «Non lo dico io, ma i dati presentati da Confesercenti e Regione Veneto: le vendite della domenica non alzano i fatturati perché non si compera di più. La crisi ha decretato la fine dei cosiddetti acquisti emozionali: non ce li possiamo più permettere. Nuovi occupati? Pare proprio di no. Quello che aumenta è la precarizzazione del lavoro e il “nero”. Rispetto all’Europa, poi, sono molti i Paesi che rispettano la chiusura domenicale. Nella stessa Germania, ad esempio, le domeniche aperte sono solo una manciata, dieci, in tutto l’anno. E mentre sul tema c’è chi sta facendo marcia indietro, l’Italia si scopre liberalizzatrice a oltranza».

Da quando non lavora più, mamma Tiziana ha dovuto tagliare su ristoranti e abiti, ma ha ripreso a fare volontariato e riesce ad andare ai colloqui con gli insegnanti del figlio. Potrà perfino dedicarsi nuovamente a una sua vecchia, trascurata passione: la corsa. «Mi piace troppo la maratona», afferma sorridendo. E, come si sa, le maratone si disputano di domenica.

Alberto Laggia

 

3. Se festa e riposo sono parole diverse

 

Il giorno della festa è sacrosanto anche per gli economisti. Ce lo spiega Stefano Zamagni,  pioniere degli studi sul terzo Settore e massimo studioso in Italia di economia sociale. «Festa e riposo sono due parole diverse. Fino a trent’ anni fa coincidevano. La domenica in famiglia era fuori discussione anche per i datori di lavoro, non solo per motivi umanitari ma anche per motivi funzionali: l’operaio, per ripartire, aveva bisogno di una pausa per rinvigorirsi e coltivare i suoi affetti». Ma da trent’anni a questa parte, ovvero dall’inizio della globalizzazione, festa e riposo sono diventati due parole diverse. «Il riposo è generalmente accettato persino dalle multinazionali, sempre per gli stessi motivi funzionalistici: il commesso, l’impiegato, l’operaio devono riposarsi.

La festa, invece, per via delle grandi immigrazioni e del melting pot di etnie non sempre coincide: per il musulmano è il venerdì, per il cattolico è la domenica». Zamagni è convinto che i due concetti debbano ritornare a sovrapporsi: «La ragione è semplice: fermarsi tutti quanti insieme è garanzia di unità familiare, e quindi di felicità. Ma per essere uniti, si ha bisogno di tempo. Se un padre segue turni di riposo diversi dalla madre, i figli non vedranno mai contemporaneamente i genitori. La casa non è mai piena, è come un albergo, non sono possibili nemmeno le feste di compleanno. Quello della famiglia non è solo un sacrosanto diritto, ma anche un bene relazionale economicamente funzionale. La festa-riposo dunque è il mezzo con cui l’unità familiare viene esaltata, la grande opportunità per generare felicità. Per non parlare della dimensione spirituale della domenica. Abolire la festa è l’espressione di chi ha una visione puramente materialistica della vita e della società. E tra l’altro nessuno è mai riuscito a dimostrare che tenendo aperto la domenica aumentano i consumi e i fatturati».

Francesco Anfossi
 
 

4. «E nostra figlia cresce senza di noi»

 

«Se è vero che l’unico valore rimasto sia la famiglia, non vedo perché a noi venga imposto di lavorare la domenica. Quando allora potremmo goderci i nostri cari?». I proprietari della gioielleria Simmi, a Roma, sanno qual è il vero tesoro da curare. Lo scrivono, con parole semplici, nel librone che sta girando per le strade della capitale a raccogliere testimonianze e storie. Al primo volume se ne sono subito sommati un altro e, in questi giorni, un terzo, per un totale di oltre 750 commenti.

«Ogni giorno si aggiunge qualcuno che vuole raccontare la sua storia o anche solo mettere per iscritto un pensiero da condividere», dice Mina Giannandrea, presidente di Federstrade, che sta curando la raccolta. «L’idea mi è venuta confrontandomi con i nostri associati, con altri commercianti, con i dipendenti. Abbiamo pensato che fosse un modo per ricordare che, prima di tutto, siamo persone. Io sono moglie, madre, nonna. È anche per questo che la battaglia in difesa delle festività mi sta particolarmente a cuore».

Lo si sente anche dall’emozione che traspira in ogni parola. E, mentre cammina per il bel negozio di abbigliamento, continuano ad arrivare le telefonate di chi sa di avere in lei un punto di riferimento. «Basta sfogliare queste pagine», dice mostrando uno dei tre volumi, «per capire che è arrivato il momento di riprenderci i nostri tempi. I nostri esercizi commerciali non sono indeboliti solo dalla crisi economica, ma anche dai ritmi di lavoro imposti dalle liberalizzazioni». Lo sa bene un commerciante di via Frattina, nel centro di Roma, che ha dovuto chiudere il negozio “per inventario” pur di poter partecipare alla Prima Comunione della figlia. O la proprietaria di un negozio di abbigliamento che confida: «Ho due gemelli e ogni volta che devo lasciarli in giorno di festa mi prende il magone. Mi sto perdendo i loro anni migliori».

«Anche noi abbiamo una famiglia e dei bambini», aggiunge un commerciante di via Grimaldi, mentre un’altra coppia si chiede come fare con la propria figlia di 12 anni. «Negli ultimi cinque anni», scrivono, «dovendo “seguire” gli orari delle aperture domenicali, ci è stato letteralmente impossibile seguire la nostra terza figlia. Sta crescendo senza di noi». E a quanti insistono per l’apertura domenicale rispondono: «Chi decide di lavorare la domenica è colui che di solito la domenica va a spasso con la propria famiglia mentre gli altri lavorano. Ma anche noi abbiamo diritto di avere un giorno di riposo, di goderci i nostri figli, di pensare ai nostri anziani».


Annachiara Valle
 
 

5. Tieni il tempo, riti e cerimonie nella storia, fino ad oggi

 

Un esempio? Prendiamo il 2012, ormai prossimo a finire. E partiamo dall'inizio. In Italia e in molti altri Paesi del pianeta, Capodanno è coinciso con il primo gennaio. Si dirà: perbacco, che notizia. Sorrisi. Spallucce. Che c’è di strano? Già. La prospettiva cambia e il sarcasmo sfuma se si pensa che lo stesso identico Capodanno una parte consistente del mondo lo ha celebrato giorni e giorni più in là.

In Cina, quasi un miliardo e mezzo di persone lo ha infatti festeggiato a partire dal 23 gennaio, data d’inizio dell’anno del Drago, simbolo del potere imperiale ed emblema di forza, ricchezza, prosperità. Stessa cosa in uno Stato confinante, il Vietnam, dove il Capodanno si chiama Tet. In Laos, e siamo sempre nella Penisola indocinese, il nuovo anno ha mosso i suoi primi passi soltanto fra il 13 e il 15 aprile. Insomma, si fa presto a dire “festa”. «Anche se con l’andar dei secoli le modalità cambiano e si differenziano, da sempre l’umanità tiene distinti il tempo del lavoro e quello del riposo», osserva la professoressa Laura Bonato, che insegna antropologia culturale all’Università di Torino. «Le prime scoperte l’uomo le fa su sé stesso e poi guardandosi intorno: il fuoco, il clan, il correre inseguendole prede durante le battute di caccia che diventa all’occorrenza danza di propiziazione o di ringraziamento. Via via vengono solennizzati sia i momenti di quiete settimanale che quelli di passaggio: il susseguirsi dellestagioni, la fine della mietitura, il termine della vendemmia, le nascite, le morti».

«In ogni civiltà, da quelle mesopotamiche a quella egizia giù giù fino a quella greca e aquella romana, molto, se non tutto, ruota attorno all’alternarsi tra luce e tenebra, un intreccio percepito spesso come “lotta”», prosegue la professoressa Laura Bonato. «Il 25 dicembre 274, a Roma, Aureliano consacra sulle pendici del Quirinale il tempio del Sol invictus, stabilendo una festa chiamata Dies natalis solis invicti, giorno della nascita del sole invitto, e facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero al punto da indossare, egli stesso, una corona a raggi. Il cristianesimo trasformerà questa celebrazione nel Natale del Signore. Non è tutto. Con un decreto del 7 marzo 321, l’imperatore Costantino stabilisce che il primo giorno della settimana (il giorno del sole, dies solis) dev’essere dedicato al riposo. Il 3 novembre 383, sotto l’imperatore Teodosio, il dies solis, chiamato anche dies dominicus, giorno del Signore, in accordo con l’uso cristiano attestato da quasitre secoli, viene dichiarato giorno di riposo obbligatorio in cui non si possono celebrare processi né trattare affari né riscuotere debiti. Interessante notare come venga messo nero su bianco che quanti non rispettano l’editto devono essere considerati sacrileghi».

L’eco di queste scelte è giunto a noi attravers ol’evoluzione delle lingue moderne. «Nel Nord Europa sopravvive ostinatamente il giorno del sole, il dies solis, giacché in inglesela domenica è sunday, in olandese zondage, in tedesco sonntag. Italiano, francese espagnolo, con domenica, dimanche e domingo, optano per la formulazione cristiana che, come abbiamo già visto, trasforma il giornodel sole in quello del Signore, dies Domini».

Per secoli, sia le domeniche che le grandi feste cadenzano le vite dei singoli, delle famiglie, della società. «C’era il vestito bello da indossare per andare a Messa, si tirava fuori la tovaglia ricamata per apparecchiare con maggior decoro la tavola, si usavano le stoviglie di un certo tipo e anche le pietanze si facevano più elaborate», ricorda la professoressa Bonato. «Tutti segni esteriori che “testimoniavano” il primato della domenica».

E oggi, che fine ha fatto la festa? «Chi ne ha decretato la fine è stato frettoloso e impreciso», puntualizza l’antropologa. «Vale un po’ a tutti i livelli. Si lavora di più la domenica e le famiglie (già provate per altri motivi) sono spesso divise anche il “settimo giorno”, questo è fuor di dubbio. Ma i più recenti studi dimostrano che si affermano reazioni originali e fantasiose. La più diffusa è il riappropriarsi delle sere, sia quella del sabato sia quella della domenica. La voglia di incontrarsi, di dialogare, di “stare bene insieme” è insita nell’uomo e nella donna ed è più forte anche dei ritmi di lavoro più disumanizzanti».

«A livello sociale, poi, si assiste alla nascita di nuovi fenomeni o al rapido aggiornamento di antichi riti», conclude Laura Bonato. «Pensiamo al moltiplicarsi delle notti bianche, delle sagre d’ogni genere, ai flash mob, ai maxi aperitivi di piazza (in Francia vanno di moda e radunano anche 9-10 mila persone alla volta): che cosa sono se non voglia di difendere un “tempo” che è altro dal lavoro, in cui ciascuno è libero di esprimersi, di coltivare i propri interessi, di tessere relazioni interpersonali? Ma pensiamo a cosa significa il recupero del Carnevale, del Palio o di certi appuntamenti del passato, penso in particolar modo alla danza degli spadonari, che ho studiato da vicino, e che accomuna mezza Europa, dalla Romania alla Spagna, dall’Italia al Regno Unito. La stessa analisi è applicabile ad altre culture alle prese con tumultuose evoluzioni economico-sociali, dall’Oriente al Sudamerica, passando per l’Africa. Niente e nessuno possono sradicare dal nostro cuore il piacevole bisogno di fermarci qualche ora ogni settimana, qualche giorno ogni anno».

Alberto Chiara

 

 

6. Serrande su, così all’estero

 

Di norma in Francia si rispetta il riposo festivo. Deroghe per 5domeniche all’anno e nell’areadi Parigi, Lille e Marsiglia.

Per legge, in Spagna gli esercizi commerciali possono stare aperti per 12 giorni tra domeniche e feste. Eccezioni locali, come a Madrid.

In Inghilterra negozi aperti dal 1995. La Chiesa s’è battuta, ma ha ottenuto solo, nei festivi, orari ridotti a 6 ore.

In Germania non è consentito lavorare nei giorni festivi. Pochissime deroghe (10 domeniche) a discrezione dei Lander.

Negli Stati Uniti, invece, grande libertà. Nelle città si trovano negozi aperti anche di notte.

 
Dossier a cura di Alberto Chiara
 
© Famiglia Cristiana, 24 novembre 2012
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