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Nella Chiesa tutti comunicatori

Sabato 24 gennaio, festa di san Francesco di Sales, festa dei giornalisti nel giorno del loro patrono. Solo dei giornalisti? Forse è il momento di estendere la festa.

La divisione tra giornalisti e non giornalisti, nel 2015, non è mai stata meno netta e più confusa. Sì, ci sono i giornalisti di professione, che scrivono di mestiere e per quel che scrivono ricevono uno stipendio. Ma la comunicazione di massa, l’informazione, la circolazione delle notizie non è più, da tempo, appannaggio loro esclusivo. Tutti, ci piaccia a no, facciamo comunicazione di massa; o, almeno, tutti siamo nelle condizioni di farla.
Internet e i social network hanno cambiato le regole del gioco. Quella che un tempo era comunicazione conviviale, tra pochi amici o con un conoscente, si allarga a dismisura arrivando dove chi parla non sa né può sapere. Un post messo sulla bacheca di Facebook può essere condiviso una, due, infinite volte. Chi lo ha messo perde del tutto il controllo sui destinatari. Sta facendo comunicazione di massa. E se pubblica una notizia (dall’incidente stradale sotto casa sua alla rappresentazione della filodrammatica di paese) e commenti (dall’elezione del presidente della Repubblica alla crisi delle milanesi nel calcio) sta facendo 'giornalismo', anche se non è nemmeno pubblicista. Comunque fa, a modo suo, comunicazione di massa.
Lo scenario è del tutto nuovo, e difatti non ne parla neanche un testo allora aggior- natissimo come Comunicazione e missione, pubblicato nel 2004, pur ponendone le premesse: «Il nostro tempo è caratterizzato da una diffusione degli strumenti della comunicazione sociale sempre più rapida e pervasiva. I mass media sono ovunque attorno a noi e non possiamo più farne a meno». Ogni cittadino si trova in mano un 'potere'. Ma, come ben ricordano i supereroi Marvel (la citazione è volutamente popolare), a ogni potere corrisponde una responsabilità. Quale?
Per tutti, e per i credenti in particolare, s’impone il dovere di essere competenti, preparati, consapevoli, mai approssimativi né superficiali. Il potere inebria; constatare che un mio testo viene ripreso e commentato e colleziona like può far perdere la testa. Ebbene, occorre vaccinarsi. Studiare. Prepararsi. Perché anche un dilettante ha il dovere di essere professionale.
La festa di san Francesco è il momento di prendere coscienza che comunicare è un’arte i cui rudimenti devono essere noti a tutti coloro che, in qualche modo, comunicano. I giornalisti cattolici, con gli animatori della comunicazione e della cultura, in tutti gli ambiti possibili, dalle parrocchie alle diocesi alle aggregazioni laicali, devono pensare alla possibilità di organizzareincontri specifici, molto pratici, in cui apprendere l’abc della deontologia, le regole del gioco, i 'trucchi' del mestiere. Educarsi, per cominciare, alla comunicazione veritiera, al controllo delle fonti, a non spacciare semplici ipotesi come se fossero certezze, a non bere la prima bufala del Web, rilanciandola, solo perché 'carina' o , peggio, confermante un nostro pregiudizio. Discutere del limite che separa la notizia e l’opinione dall’offesa e dalla diffamazione. E poi – tenetevi forte – ingaggiare una brava maestra della scuola primaria, quella che un tempo era la scuola elementare, per un ripasso ortografico: i plurali dei nomi in -cia e -gia, 'qual è' senza apostrofo, i congiuntivi e i condizionali, gli articoli da mettere davanti ai vocaboli che cominciano per -pn, -gn ed esse impura. Sorridete? Se frequentaste il Web dovreste piangere. Inutili pignolerie? No. Un comunicatore cattolico è innanzitutto un buon comunicatore, che combatte la bruttezza in ogni sua espressione e promuove la bellezza. Gli errori ortografici sono brutti e rendono brutto chi lo usa e chi lo legge. Tutti comunicatori, tutti responsabili. Con l’aiuto di san Francesco di Sales.


Umberto Folena

© Avvenire, 20 gennaio 2015

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