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Nella nostalgia delle bacchettate l’educazione in subappalto

Bacchettate sulle dita, questo ci vorrebbe a scuola. Lo sembrano pensare molti genitori inglesi contattati recentemente per una indagine commissionata dal Times Educational Supplement, il prestigioso settimanale nato da una costola del Times e che si occupa di educazione.

Proprio così: quasi la metà dei duemila genitori interpellati si è dichiarata a favore del ripristino di pene corporali per sanzionare i comportamenti particolarmente scorretti a scuola. Nell’elenco delle altre pene invocate troviamo anche, in ordine di preferenza: espellere il ragazzo dall’aula, sospenderlo, urlargli dietro e, dulcis in fundo, metterlo in una situazione imbarazzante.

Ma un altro dato della survey salta all’occhio: le sanzioni corporali sono benviste anche da quasi un quinto degli studenti intervistati. Probabilmente quelli sicuri di non incorrervi, possiamo ipotizzare noi. Certo, non crediamo sia possibile né minimamente auspicabile un ritorno a pratiche bandite da decenni, ma questi risultati sono stati comunque in grado di riaccendere nel Regno Unito un dibattito sulla difficoltà degli insegnanti nel tenere la disciplina in aula, e soprattutto sul ruolo che viene assegnato loro dai genitori.

Presupponendo infatti, con un certo margine di certezza, che il bastone non venga effettivamente usato nella metà delle case inglesi, sembra quasi che i genitori chiedano ai professori di fare ciò che essi stessi non osano più, ma che riterrebbero indicato. Come dire: il lavoro sporco lo faccia un altro. Siamo davanti a un duplice, clamoroso, errore da parte delle famiglie: appaltare in toto alla scuola l’educazione dei giovani, ricorrendo in più a metodi iniqui e francamente improponibili.

Alzare le mani, o la bacchetta, su un ragazzo in nessun caso può avere una valenza educativa, ça va sans dire. Né a casa, né altrove. Quando accade, infatti, la situazione è già esasperata, domina l’ira e la rabbia fa da padrone. Non c’è giudizio alcuno, solo una logica azione-reazione. Nei casi invece ciò si verifichi all’interno di una premeditata modalità relazionale da parte dell’adulto non può sfuggire la componente sadica in cui tali gesti si inscrivono.

La sanzione, per essere efficace, è meglio contenga in sé il concetto di correzione, senza mortificare o umiliare. Pensiamo all’iniziativa di togliere i videogiochi a fronte di una serie di insuccessi scolastici: un conto è farlo unicamente per sottrarre al ragazzo qualcosa di piacevole e farlo così soffrire, altro è per impedirgli temporaneamente un’occupazione mangiatempo, che lo distrae dai suoi compiti. Un tentativo per liberare alcune ore nella speranza che vengano usate con maggior profitto.

È dentro quest’ultima prospettiva che al giovane arriva l’idea di una correzione possibile, evitando altrimenti l’instaurarsi di posizioni conflittuali di odio verso i suoi maggiori. Genitori e insegnanti, in ambiti diversi, condividono la stessa posizione, segnata dalla consapevolezza della grandezza di ogni singolo ragazzo e segnalata da comportamenti fermi, ma sempre rispettosi della persona. In fondo ogni sanzione ben fatta parte da questa posizione. È un’alleanza educativa che ci vuole, le bacchettate lasciamole agli aneddoti dei tempi andati.
 

Luigi Ballerini

© Avvenire, 13 ottobre 2011

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